Recensione “I Fratelli Sisters” (“The Sisters Brothers”, 2018)

Nel buio di una notte senza luna la voce di Joaquin Phoenix sferza l’oscurità. Subito dopo la scena è squarciata dal bagliore aggressivo del fuoco degli spari. Bastano pochi secondi a Jacques Audiard per introdurci i protagonisti della storia, i due fratelli Sisters del titolo, uno violento e impulsivo, l’altro riflessivo e sognatore, ma entrambi piuttosto pericolosi. La miniera d’oro del cinema western trova linfa vitale in questa nuova pellicola, la prima in lingua inglese per Audiard, vincitore del Leone d’argento per la migliore regia alla Mostra di Venezia dello scorso anno.

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In edicola con la Gazzetta dello Sport la collana gold edition dei mitici Bud Sperence e Terence Hill

Bud Spencer e Terence Hill per i trentenni-quarantenni di oggi sono come dei parenti, degli amici di famiglia. Siamo tutti cresciuti con le loro battute, le loro scazzottate, la loro simpatia. Adesso, grazie all’iniziativa della Gazzetta dello Sport, possiamo anche collezionare i loro film in dvd. Il 7 ottobre è infatti cominciata la collana “I mitici Bud Spencer & Terence Hill Gold Edition”: ogni lunedì (fino a marzo) insieme alla Gazzetta sarà allegato un film del duo. La collana è iniziata con il dvd dell’indimenticabile “Lo chiamavano Trinità”, mentre proprio oggi è in edicola il secondo film, “Continuavano a chiamarlo Trinità”, in cui i banditi Trinità e Bambino sono di nuovo insieme per mettere a segno un colpo, finendo però per schierarsi ancora una volta dalla parte dei più deboli. Per saperne di più collegatevi al sito dedicato all’iniziativa: I mitici Bud Spencer & Terence Hill Gold Edition.

Seconda uscita

Il calendario delle uscite della collana “I mitici Bud Spencer & Terence Hill Gold Edition” (in edicola al prezzo di 9,99€ più il costo del quotidiano):

7 ottobre 2013 – Lo chiamavano Trinità
14 ottobre 2013 – Continuavano a chiamarlo Trinità
21 ottobre 2013 – …Più forte ragazzi
28 ottobre 2013 – Io sto con gli ippopotami
4 novembre 2013 – Nati con la camicia
11 novembre 2013 – I due superpiedi quasi piatti
18 novembre 2013 – I quattro dell’Ave Maria
25 novembre 2013 – Dio perdona… Io no!
2 dicembre 2013 – Pari e dispari
9 dicembre 2013 – Chi trova un amico trova un tesoro
16 dicembre 2013 – Banana Joe
23 dicembre 2013 – Miami Supercops
30 dicembre 2013 – Non c’è due senza quattro
6 gennaio 2013 – Botte di Natale
13 gennaio 2013 – Poliziotto Superpiù
20 gennaio 2013 – Cane e gatto
27 gennaio 2013 – Oggi a me… Domani a te
3 febbraio 2013 – La collera del vento
10 febbraio 2013 – La Bandera: marcia o muori
17 febbraio 2013 – Mister Miliardo
24 febbraio 2013 – Il corsaro nero
3 marzo 2013 – Io non protesto, io amo

continuavano a chiamarlo trinità

Recensione “Django Unchained” (2012)

Quando la pellicola tende verso la conclusione, sulle indimenticabili note de “Lo chiamavano Trinità” di Franco Micalizzi, la sensazione è una sola: Quentin Tarantino ha fatto di nuovo centro. In quello che è il suo film più lungo (2 ore e 45 minuti), il regista più amato degli anni 2000 butta dentro tutto ciò che abbiamo imparato ad amare con il suo cinema. Django è un film potente, brutale, ironico, brillante, epico. In una parola, gargantuesco. C’è tanto Morricone (come poteva mancare la musica del Maestro in un western di Tarantino?), c’è un cast di straordinari interpreti: dai protagonisti Christoph Waltz e Jamie Foxx ai meravigliosi personaggi di contorno, Leonardo di Caprio e soprattutto Samuel L. Jackson, che sembra rinascere come attore ogni qual volta la sceneggiatura di Tarantino si posa sulla sua testa. A proposito di sceneggiatura, ancora una volta i dialoghi confermano il talento dell’autore per la danza lessicale dei suoi personaggi: dapprima ironica e lineare, infine pomposa ed epica, con nuovi tormentoni da regalare al culto  del regista.

Negli Stati Uniti sull’orlo della Guerra Civile, il cacciatore di taglie King Schultz libera lo schiavo Django e comincia con lui una proficua collaborazione che li porterà nella piantagione del famigerato Calvin Candie, proprietario terriero assetato di sangue. Nella proprietà di Candie, la cosiddetta Candyland, lavora da schiava Broomhilda, moglie di Django. Schultz e il suo nuovo amico metteranno in piedi una farsa pur di ottenere la libertà della ragazza, mentre violenza, sacrificio, vendetta e la lotta per la sopravvivenza si ritroveranno tutte insieme a ballare, tra la vita e la morte.

Tarantino rielabora dunque il genere western, in una giostra di pallottole e potenza visiva. Django, «la D è muta», è un perfetto eroe tarantiniano: sofferente, giusto, inarrestabile e soprattutto vendicativo. Già, perché in fin dei conti, seppur il film è basato sulla ricerca di una donna da liberare, la fanfara di proiettili eseguita nel finale altro non è che il bisogno di soddisfare la vendetta di un ex schiavo nei confronti dello schiavista bianco, troppo compiaciuto nella sua logica (straordinario in tal senso il monologo di Di Caprio a proposito delle “fossette nel cranio”) da non rendersi conto che il mondo sta cambiando (la Guerra Civile persa dal Sud, di lì a poco, ne sarà la dimostrazione). Tarantino in poche parole si fa beffe dei sudisti, ridicolizzandoli nella loro goffaggine, come dimostra l’esilarante scena del Ku Klux Klan. In questa rapsodia di spunti narrativi, è la potenza del cinema il filo rosso che congiunge la composizione, rendendola un sano piacere cinematografico per il quale siamo grati. Tarantino permette ancora una volta al cinema di dimostrare con forza tutta la potenza di cui è capace quando viene giostrato dalle mani di un autore, un artigiano, che sa essere originale e al tempo stesso sa adagiarsi ad uno stile che ormai è praticamente un marchio. Di rimando, non possiamo che apprezzare: grazie Quentin.

 

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