Recensione “After” (2009)

Tre cuori di plastica che lampeggiano nell’oscurità di una discoteca. Luci blu, viola, verdi si alternano sullo sfondo, mentre in primo piano due uomini e una splendida ragazza si sfiorano e si baciano, rinnovando la loro promessa di amicizia eterna. La sensibilità artistica di Alberto Rodriguez (uno sconosciuto qui da noi, ma piuttosto celebre in patria con il precedente 7 Virgenes) si mette al servizio della storia: fuga dalla solitudine di tre vecchi amici riuniti per una notte di eccessi, bagnata dal sudore e dall’alcol, dalla voglia di sfuggire ad una vita che sta scivolando dal loro controllo di trentenni in cerca di sicurezze. Ana, Julio e Manuel: tre amici di vecchia data che decidono di rivedersi dopo tanto tempo, per stare un po’ insieme e rivivere i bei momenti del loro passato. Una cena al ristorante, una serata apparentemente tranquilla che lentamente sfocia nella notte degli eccessi: cocaina, alcol e un giro di locali notturni, dove i tre protagonisti cercano di scrollarsi di dosso il grigiore del loro quotidiano: Ana, oggetto del desiderio, ma anche donna che desidera, soffre per un uomo che non la ama; Julio è un uomo solo che nasconde il suo bisogno di affetto dietro la ricerca di rapporti sessuali fugaci, magari rimediati in chat; Manuel è sposato, ma la vita matrimoniale sembra asfissiarlo in un vestito troppo stretto per i suoi desideri reconditi. Tre punti di vista differenti, tre sensibilità completamente diverse, la stessa – unica – notte. Rodriguez propone la stessa nottata mostrandola attraverso gli occhi dei tre protagonisti, alternando colori e punti di vista, con il rischio di appesantire il film con qualche scena di troppo. Al regista il merito di una messa in scena che ad ogni modo colpisce nel segno, coinvolgendo lo spettatore nel vortice di eccessi dei tre amici. Neon, insegne luminose, i colori di una notte degli anni Duemila: quello di Alberto Rodriguez è uno dei film che ha lasciato maggiormente il segno nell’immaginario dell’ultimo Festival di Roma, grazie alla bravura (e la bellezza) di Blanca Romero e alla sognante melodia di Beneath the Rose, firmata da Micah P. Hinson.


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