Recensione “Killers of the Flower Moon” (2023)


Alcune tribù di Nativi Americani utilizzano il termine Flower Moon per indicare un periodo di abbondanza, di fioritura, dopo un inverno freddo e rigido (l’espressione è riferita alla luna piena di maggio). La stessa abbondanza di risorse che farà la fortuna (e la sfortuna) degli indiani Osage, che per ironia della sorte avevano scelto di sistemarsi proprio su quelle terre in quanto brulle e non coltivabili, per essere certi che i coloni bianchi non avessero motivo di posare i loro avidi occhi sul territorio Osage. Qui, però, tra le rocce dell’Oklahoma, giaceva un mare di petrolio che, oltre ad arricchire la comunità locale, rendendo i suoi membri le persone pro capite più ricche del pianeta, ha inevitabilmente attirato l’attenzione dell’uomo bianco. Questo spunto, tratto da fatti realmente accaduti tra il 1920 e il 1926, ha fornito a Martin Scorsese l’occasione di indagare ancora una volta i lati contorti e perversi del potere, in uno splendido fiume d’immagini lungo 206 minuti che, senza troppe forzature, potrebbe essere definito una nuova variazione sul tema del gangster movie. Il regista newyorkese affianca per la prima volta i due attori che, più di tutti, hanno segnato la sua filmografia: Leonardo DiCaprio, qui in una delle sue migliori interpretazioni di sempre, e Robert De Niro, che sembra finalmente essere tornato ai fasti dei tempi migliori (guarda caso, proprio con Scorsese).

Stavolta dei gangster però percepiamo solo l’avidità, non l’edonismo sfrenato. Il burattinaio della vicenda, William Hale, è una sorta di boss ante-litteram, ama farsi chiamare “King” (anche dal nipote), è un manipolatore, un cospiratore e, a differenza dei criminali resi celebri dalla filmografia di Scorsese, questi non uccidono nessuno, non direttamente almeno: architettano e organizzano omicidi, ma lasciano che ad eseguirli siano personaggi collaterali della storia, non quei criminali cool capaci di sparare un colpo in testa e poi liquidare il tutto con una battuta ironica, o viceversa. Non c’è indulgenza in questo nuovo Scorsese, né tantomeno ironia. Non ci sono insomma i Rolling Stones o Derek and the Dominos a rendere “divertenti” gli omicidi: c’è dolore, sofferenza, desiderio di giustizia, motivo per cui poi il terzo atto porta l’FBI nella cittadina di Firefax ad indagare sulla misteriosa serie di omicidi, in quello che è stato il primo grande caso su cui ha messo gli occhi il celebre Bureau of Investigation.

Un crime zeppo di nativi e cospiratori, costellato di omicidi di ogni tipo, in cui Scorsese ci lascia respirare anche un po’ l’odore del western, dribblando però ogni cliché del genere per raccontare un’America sul punto di rifiorire (ancora la Flower Moon del titolo) dopo la Grande Guerra e di lasciarsi alle spalle la legge selvaggia del West. Ed è così che il genuino affetto tra Ernest e Mollie Burkhart (Lily Gladstone, straordinaria), tra uno sciocco uomo bianco e una donna Osage piena di cuore e dignità, può anche essere visto come una metafora del rapporto tra gli avidi coloni e la comunità locale, le cui donne sono ritenute “incompetenti” e incapaci di amministrarsi da sole le proprie ricchezze, costrette da una legge non troppo celatamente razzista e sessista a fare in modo che siano i mariti (se non i banchieri “visi pallidi”) ad occuparsene. Proprio il rapporto tra Ernest e Mollie è una delle chiavi della storia: Scorsese indugia molto sulla loro storia d’amore, in cui DiCaprio è meravigliosamente credibile sia nei panni del marito affettuoso e pieno di attenzioni, sia quando, alle spalle della moglie, scodinzola agli ordini dello zio, il Re, sbarazzandosi senza troppe remore di tutte le cognate allo scopo di convergere il denaro nelle tasche di famiglia.

Killers of the Flower Moon è dunque un film che suona tutte le corde del cinema di Scorsese, una storia di avidità capitalista, capace di raccontare gli Stati Uniti meglio di chiunque altro: un Paese nato dalla convinzione di poter appartenere a chiunque avesse abbastanza forza e prepotenza da poter allungare la mano per prenderselo. Can you find the wolves in this picture?


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