
Come suggerisce il titolo, Justine Triet analizza a fondo “una caduta”: sia quella di Samuel Maleski, sulla quale il film indaga in tutti i suoi 150 minuti il mistero dietro la morte, sia la caduta libera di una relazione, di cui scopriamo segreti e rancori tra interrogatori e rivelazioni. Al di là di questo, in Anatomia di una Caduta scopriamo il miglior attore minorenne mai comparso in Francia dai tempi di Jean Pierre Leaud, ossia lo straordinario Milo Machado Graner, nei panni del giovane Daniel. Il titolo ovviamente omaggia Otto Preminger, che con il suo Anatomia di un Omicidio (realizzato nel 1959) marchiava a fuoco il genere del giallo processuale con una delle più importanti pietre miliari del filone, a cui si aggiunge ora l’ultima fatica di Justine Triet, consacrata ancor di più dalla conquista della Palma d’Oro a Cannes.
All’interno di un’aula di tribunale, la scrittrice tedesca Sandra Maleski deve difendersi dall’accusa di aver ucciso, spingendolo dal secondo piano di una baita di montagna, il marito Samuel, che secondo la difesa invece si è tolto la vita. Il tutto davanti agli occhi di un figlio ipovedente, l’undicenne Daniel, costretto a crescere più in fretta di quanto la vita avrebbe dovuto imporgli. Il processo che il bambino si costringe ossessivamente a seguire, cerca di mettere ordine e razionalità nella relazione tra i suoi genitori, che come spesso accade è invece composta da caos e disordine, iperboli e non detti. Ed è così che uno schizzo di sangue può essere provocato da un colpo alla testa inferto o accidentale, a seconda del perito che lo deve analizzare, così come una frase può suonare sinistra o del tutto naturale a seconda dell’orecchio che la ascolta. Quale che sia la verità, è il bambino la vera vittima del film: è proprio nel momento in cui cominciamo a seguire la vicenda con le sue orecchie che la storia ci fa rabbrividire.
Sandra, la bionda scrittrice che in un suo romanzo aveva accennato alla tentazione di far sparire un marito scomodo (e qui risuona l’eco di un’altra bionda scrittrice cinematografica degli anni 90), attinge dalla sua vita personale trasformando in fiction gli accadimenti più traumatici della sua esistenza, come sono stati i litigi con il padre o l’incidente in cui ha perso la vista il figlio. E perché allora non desiderare l’uccisione di un marito? Ma i personaggi di carta e la finzione dell’arte forse non sono vita vera (“Stephen King è forse un serial killer?”, si domanda con sarcasmo l’avvocato della difesa), mentre invece la vita di coppia, quella di tutti i giorni, può bussare alla porta della fantasia, talvolta della paranoia, facendola volare in alto. Ma più in alto si sale nella ricerca della verità, più dolorosa, per tutti, sarà forse la caduta.


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