GIORNO 3
Non sarebbe una vera Festa del Cinema se non ci fosse uno sciopero dei mezzi pubblici a turbare le giornate dei cinefili. A noi in realtà interessa poco, visto che dopo l’esperienza di ieri mattina mi sono ricordato perché erano due anni che non andavo all’Auditorium in metropolitana. Stamattina, nonostante un vento a 30 gradi sopra lo zero, parafrasando Francuzzo, mi sono nuovamente lanciato attraverso Roma a cavallo della mia bicicletta Pantera. Alle 8.20, passando sotto il Colosseo illuminato dal pallido sole mattutino, mi rendo conto che quella sarà la cosa più bella che vedrò oggi e me la faccio bastare. Oggi tra l’altro non trovo nessuna automobile parcheggiata sulla pista ciclabile o sulle strisce pedonali: già che non mi devo far rodere il coolo di prima mattina lo considero un ottimo inizio, nonostante il sonno cominci già a bussare alla porta.
La giornata prosegue ancora meglio, visto che il film delle 9, La Zona d’Interesse, si rivela all’altezza delle mie più rosee aspettative, che erano volate in alto soprattutto dopo il Grand Prix speciale della Giuria ricevuto allo scorso Festival di Cannes. Il film di Jonathan Glazer racconta la quotidianità della famiglia di Rudolf Hoess, comandante del campo di concentramento di Auschwitz, tra faccende domestiche e momenti di intimità, mentre al di là delle mura di casa c’è ben altro muro, quello del campo, dal quale provengono continuamente suoni agghiaccianti (grida, spari, sofferenza). Così vediamo tuffi in piscina e bambini che giocano, mentre intorno percepiamo l’inferno (tra l’altro il regista ha piazzato diverse macchine da presa dentro l’abitazione della famiglia Hoess per poi manovrarle da remoto, in modo tale che gli attori si potessero muovere liberamente all’interno della scena, illuminata soltanto da luce naturale). La banalità, o quotidianità, del male. Film stupendo, ma soprattutto agghiacciante: nel bene (il Cinema) e nel male (la Storia).

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Alle 11, non prima di un necessario cappuccino per riprendermi dal film di Glazer, mi reco al Teatro Studio per il mio secondo e ultimo film di giornata, il finlandese Death is a Problem for the Living, una black comedy incentrata sul tema della ludopatia (argomento piuttosto caldo dalle nostre parti, tra l’altro). Il film di Teemu Nikki si gioca tutte le migliori cartucce nel primo atto, tra idee brillanti (l’uomo privo di cervello) e battute folgoranti (“Non sono mai stato su un carro funebre”, “Finché sei davanti va bene”). Il resto del film vive di rendita, restando godibile ma non particolarmente geniale. Il potenziale per far bene però c’era: due vicini di casa, entrambi lasciati dalle rispettive mogli, si improvvisano impresari di pompe funebri, anche se gli incarichi ai quali si dedicano sono molto particolari. La cosa più strana da sentire tuttavia è stata la frase “Un brindisi per Riina”, nome femminile finlandese, che ascoltato da italiani però non suona davvero benissimo.

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Dopo il film c’è tempo per una prima foto sul red carpet, che ieri sera è stato calcato, oltre che dal cast di Diabolik, anche da Tim Burton, a sorpresa a Roma per accompagnare la sua compagna Monica Bellucci. L’idea che quello che da ragazzino veniva definito lo sfigato per eccellenza, come più volte raccontato dallo stesso regista americano, esca ora con una delle donne più belle della storia del cinema italiano dovrebbe dire molto su quanto possano essere stupidi gli adolescenti, in qualunque parte del mondo, ma dice anche molto sulla bontà del tempo. Ma questa è una riflessione a parte, si è fatta ora di pranzo e mi aspetta un’altra lunga cavalcata attraverso Roma per tornare nella mia amata Garbatella (dove stasera verrà presentato un documentario sui Negramaro: posso farne a meno). In realtà in serata avrei avuto una terza proiezione, stavolta al Cinema Giulio Cesare, ma lo sciopero dei mezzi e le previsioni di piogge consistenti mi hanno fatto desistere. Pazienza: mi mangerò una pizza e, tanto per cambiare, mi guarderò un altro film.


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