Capitolo 431: Cinema e i Suoi Fratelli

In quest’ultimo periodo ho respirato cinema in maniera più intensa del solito. Oltre a vedere film, come sempre, mi sono messo a riorganizzare il materiale del mio Film People Project, arrivato ora a 230 ritratti. In questa nuova fase del progetto, per cui ho appena aperto una pagina su Facebook, oltre a quella su Instagram (iscrivetevi, vi piacerà, ve lo giuro!), sto cercando di mettere le storie delle persone in primo piano, di usare dunque il cinema e la scelta del proprio film preferito come chiavistello per entrare a fondo nelle storie personali di ognuna delle persone ritratte. Sto amando questa nuova fase del progetto e vi invito davvero a scoprirla. Ma ora passiamo ai film, so che siete qui per questo, poi magari nei prossimi giorni parleremo anche di Oscar…

Rocco e i suoi Fratelli (1960): Non penso di esagerare se dico che questo di Luchino Visconti è uno dei più grandi film della storia del cinema italiano, uno di quelli capaci di raccontare uno spaccato del Paese, il proprio tempo, riuscendo anche a contenere dentro di sé un intero mondo. Una famiglia lucana (tra cui Alain Delon e Renato Salvatori) raggiunge Milano in cerca di una vita migliore, ma Visconti racconta soprattutto una storia di ambizioni, di sacrifici, di amore fraterno e di come tutto questo possa, più o meno lentamente, sgretolarsi. C’è chi si adatta, chi lotta, chi invece si perde, con al centro una donna, Anne Girardot, fulcro emotivo di tutta la seconda parte della storia. È un film enorme, sia per durata (180 minuti) che per intensità emotiva. Visconti in qualche modo unisce il respiro del grande romanzo ottocentesco con la solida concretezza del neorealismo: il risultato è un affresco umano potentissimo, che passa dalla tenerezza alla tragedia nel giro di pochi minuti. Quando finisce ti resta addosso quella sensazione che solo certi grandi film sanno dare: la consapevolezza di aver visto qualcosa di vivo, doloroso, profondamente umano. Capolavoro totale, lo trovate su Mubi.
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Rental Family (2025): Opera seconda della regista giapponese Hikari, è un film piacevole come un biscotto insieme al tè, impiastricciato di buoni sentimenti, che un tempo sarebbe stato ideale per la domenica pomeriggio in tv. L’attore Brendan Fraser, gigante buono, viene ingaggiato da una società che “affitta” parenti e amici per riempire vuoti sociali o salvare le apparenze (fenomeno realmente esistente in Giappone). All’inizio sembra quasi un gioco, poi però il confine tra recitazione e reale affezione alle persone a cui deve stare vicino comincia a essere piuttosto labile, fino a diventare indistinguibile. Fraser riempie le inquadrature di dolcezza e malinconia ed è grazie a lui che si salva la baracca, anche perché, oltre a essere un bravo attore, è davvero impossibile non volergli bene. Per il resto c’è troppa gente che piange (come disse Peter Weir a Robin Williams a proposito del finale di L’Attimo Fuggente, “è il pubblico deve piangere al posto tuo”) e il Giappone mostrato da Hikari è una sorta di bellissima cartolina, anche se in fondo è un po’ quello che cercavo, visto che da tempo ho questa fissazione di doverci andare. Carino, ma innocuo come un gattino appena nato.
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Terapia e Pallottole (1999): Per l’ormai imperdibile serie “commedie da guardare a pezzi mentre pranzo”, è arrivato il turno di questo spassoso film di Harold Ramis, che ai tempi di TelePiù veniva proposto a ripetizione e che per questo avrò visto davvero tantissime volte. Robert De Niro è temuto boss mafioso di New York che, in seguito a un attentato nei suoi confronti, comincia a soffrire di depressione e gravi attacchi di panico. Per tentare di arginare la propria debolezza, il boss si rivolge allo psicoterapeuta Billy Crystal, la cui vita piuttosto ordinaria finisce ovviamente per trasformarsi in un inferno. I film costruiti sulle dinamiche da “strana coppia” sono spesso irresistibili e anche in questo caso tutte le scene più memorabili nascono proprio dal contrasto tra i mondi dei due protagonisti, tecnicamente incompatibili. Funziona pressoché sempre, perché film mantiene costantemente un tono ironico e affettuoso che lo rende una commedia solida, intelligente, da rivedere volentieri anche a distanza di anni. Lo trovate su Prime Video.
•••½

Appropriate Behavior (2014): Se seguite il blog da un po’ di tempo, ormai lo sapete quanto mi piacciono i film scritti, diretti e interpretati da un solo autore (o autrice, come in questo caso). Amo le storie di vita vera, di persone comuni alle prese con problemi più o meno comuni. Amo i registi e le registe che hanno voglia di dire qualcosa e lo fanno attraverso il cinema. Desiree Akhavan racconta la vita sentimentale e identitaria di una giovane newyorkese di origine iraniana, in seguito alla fine di una relazione importante, tra lavori precari, appuntamenti che non funzionano e una famiglia persiana alla quale la protagonista nasconde la sua bisessualità. Il tono è leggero, ironico (molto newyorkese, se mi passate il termine), con quella vena autobiografica che urla dietro ogni scena. Ne esce un ritratto molto umano di una persona che prova semplicemente a capire chi è e cosa vuole. Non è un film perfetto, come non lo è quasi ogni film così indipendente, ma ha una voce chiara, sincera, personale e sapete quanto apprezzi queste qualità. Il finale è uno di quei momenti da amare, in cui vorresti entrare nel film per abbracciare la protagonista. Lo trovate su Mubi.
•••½

Il Palloncino Bianco (1995): Opera prima di uno dei più grandi registi asiatici di sempre, il film d’esordio di Jafar Panahi si basa su un’idea di una semplicità disarmante: una bambina vuole comprare un pesce rosso per festeggiare il capodanno persiano. La piccola, dopo svariate insistenze, ottiene l’agognata banconota dalla madre e si dirige verso il mercato per completare l’acquisto, ma lungo la strada, piuttosto breve, andrà incontro a piccole disavventure e a incontri di vario genere, tra cui un anziano derviscio, una signora gentile, un sarto, un venditore di palloncini e molti altri, in un labirinto composto da adulti distratti, negozianti diffidenti, passanti che aiutano o complicano le cose. Una missione minuscola che, per un bambino, sembra un’avventura enorme. Non c’è dramma, non c’è spettacolo, solo la vita quotidiana osservata con una delicatezza incredibile. E dentro questa semplicità si intravede già tutto il cinema che Panahi farà negli anni successivi: l’attenzione per le piccole storie, per i dettagli apparentemente insignificanti, per quei microcosmi capaci invece di raccontare un popolo, una società, un’intera cultura. Da una sceneggiatura di Abbas Kiarostami, che non è proprio uno di passaggio, una piccola meraviglia che fa capire subito perché Panahi è diventato poi un regista così valido. Consigliatissimo, lo trovate su Mubi.
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Comments

Una risposta a “Capitolo 431: Cinema e i Suoi Fratelli”

  1. Avatar Austin Dove

    Che film triste ReiSF. Poi lei vera vittima: marchiata a vita quando voleva solo vivere il suo amore

    "Mi piace"

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