Recensione “Un Anno di Scuola”: Cotte Prima degli Esami

Che si tratti di Roma, come nel mio caso, o di Trieste, come nel film di Laura Samani, cambia poco: abbiamo tutti vissuto la stessa vita. Non che la storia di Fred, la ragazza svedese al centro della vicenda, e dei tre compagni di classe con cui stringe amicizia abbia niente a che fare con le esperienze vissute da me al Liceo Pasteur. Ma il punto è che quelle emozioni, quel bisogno di sentirsi parte di qualcosa, la percezione di come a diciotto anni ogni cosa sia amplificata e più enorme di quanto fosse in realtà credo che lo abbiamo vissuto tutti, qualunque sia la città o la gente con cui abbiamo avuto a che fare. Certo, il fatto che Fred sia una bella ragazza in mezzo a un gruppo di tre maschi, cosparge ogni scena di benzina: resta da capire chi è che nasconde il fiammifero.

In un Istituto Tecnico di Trieste, per l’ultimo anno di scuola, la svedese Fred irrompe in una classe di soli maschi come una bistecca nel frigorifero di un vegetariano. In particolare, un piccolo gruppo di tre ragazzi, diversi tra loro per carattere e ambizioni (ma uniti e protettivi come solo un gruppo di amici di scuola sa essere), la accoglie nella sua stretta e piuttosto esclusiva cerchia. Fred, come le spiega suo padre, è come una mela in mezzo ai kiwi: permette agli altri di maturare prima. A che prezzo però?

Gli amori, le amicizie, ma anche le delusioni, di quando si hanno diciotto anni sono così potenti che niente sembra eguagliabile per potenza e dirompenza. Sono le esperienze che in qualche modo formano le persone che saremo negli anni successivi al diploma di maturità. Al tempo stesso le cicatrici di quegli anni sono anche quelle che restano più marcate, ma forse sono proprio quelle a farci crescere. In Un Anno di Scuola non succede niente che non sia già successo mille volte al cinema, ma mentre lo guardavo ho avuto la sensazione di voler entrare in quella ex-tipografia, sedermi con quei quattro amici e restare lì ancora un po’. Non per rivivere i miei diciotto anni (per carità), solo per ricordarmi com’era prenderli così sul serio.

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