Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 5

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Normalmente non ci si aspetta mai molto da un lunedì, ancora meno dai lunedì dei Festival di Cinema, giorno in cui solitamente si abbassano i toni e i livelli dopo un weekend di fuochi d’artificio (almeno nelle intenzioni). E invece Roma cosa ti combina? Ti piazza Martin Scorsese, uno dei più grandi registi viventi, in un tardo pomeriggio di un lunedì autunnale, dove i primi vagiti di freddo si affacciavano a rovinare quell’espressione tanto cara a noi romani: le ottobrate di cui andiamo fieri. Quel che è successo effettivamente oggi è stato addirittura meglio di un film, sembrava più l’incipit di un racconto di Ballard o la trama di un classico di Sam Peckinpah. Un pomeriggio di risse sfiorate, parole forti, scene di paura e delirio nel foyer della Sala Sinopoli. Ma andiamo con ordine.

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Festa del Cinema di Roma – Giorno 4

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Mi piacerebbe raccontarvi cose strabilianti, la verità è che oggi però ho visto soltanto un film, ma non è stata colpa mia. Davvero, sono sincero: è finita la benzina. Si è bucato un pneumatico. Non avevo i soldi per il taxi! Il mio smoking non è arrivato in tempo dalla tintoria! È venuto a trovarmi da lontano un amico che non vedevo da anni! Qualcuno mi ha rubato la macchina! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Un’invasione di cavallette! Va bene. Basta citazioni. Arriva il racconto.

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Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 3

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Sono tornato a casa da poco, dopo 14 ore passate all’Auditorium. Parlare di cinema dopo aver concluso la giornata con il documentario di Michael Moore è un po’ complicato, farlo in maniera leggera come provo sempre a fare io in questo caso diventa ancora più difficile. Ci proveremo: il sabato tradizionalmente è il primo giorno bellissimo di Festival: la sveglia alle 7, dopo averla già testata nei due giorni precedenti, fa un po’ meno paura. L’odore di pane del forno sotto casa pervade il cortile del palazzo. Attraversare Roma in macchina, nel deserto del sabato mattina, è meraviglioso: la mia Bobby Jean rossa scivola spedita sul Lungotevere come la barchetta di Georgie all’inizio di “It”, il sole bacia Castel Sant’Angelo e l’Ara Pacis, il parcheggio è là che mi aspetta. Tutto fa presagire che si tratterà di una giornata bellissima.

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Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 2

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La seconda giornata di proiezioni si è aperta con il terrore: no, non sto parlando di “Halloween”, ma del traffico di Lungotevere alle 8 del mattino di un giorno feriale. Avrei voluto farmi largo a colpi di clacson, urlando “mi aspetta Michael Myers!”, ma a Roma certe cose è meglio non farle, capace che poi qualcuno ti risponde “magari!”.

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Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 1

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Tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma e anche tredicesima volta che mi trovo qui all’Auditorium a raccontarvi l’evento. Tante cose sono cambiate da quell’ormai lontana prima edizione: ci sono meno soldi, sono cambiati quattro sindaci e l’Italia non solo non è più campione del mondo, ma quest’anno al mondiale non è neanche andata. Al di là di ciò che può esser cambiato in dodici anni (Totti non gioca più!), in chi scrive, in chi legge e nella manifestazione in sé, anche stavolta sono qui, probabilmente perché non potrei essere altrove, anche se talvolta mi domando il motivo che mi spinge ad alzarmi alle 7 tutte le mattine per andare a Roma Nord a guardare film, mangiando male e dormendo peggio. Sarà la passione, sarà la tradizione, sarà che mi sono riempito di lavoro a settembre e ottobre proprio per avere il tempo di partecipare anche a questa Festa del Cinema. Già che ci siamo, balliamo.

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Recensione “Hill House” (“The Haunting of Hill House”, 2018)

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Quando si parla di cinema, sulle case infestate si può dire di tutto e di più. Un po’ meno si può dire quando si parla di serie tv: a colmare questo buco ci ha pensato l’ultima arrivata in casa Netflix, “Hill House”. Dieci episodi piuttosto intensi, in cui i fantasmi interiori dei membri della famiglia Crain aleggiano indisturbati in ogni scena, contribuendo in maniera sostanziosa al livello di pathos e disagio che subiamo e viviamo puntata dopo puntata. Vagamente ispirato da un romanzo del 1959 (“L’incubo di Hill House”), lo show di Mike Flanagan ha ritmo, scrittura, gode di alcune scene assolutamente memorabili e non regala risposte se non nelle ultime due puntate.

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Recensione “Better Call Saul” (Stagione 4, 2018)

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I nodi stanno decisamente per venire al pettine: la quarta stagione di “Better Call Saul”, spin-off di “Breaking Bad”, è finita ieri e ormai la vicinanza con la serie madre è palpabile. Come nelle stagioni precedenti, anche questa può vantare un clamoroso crescendo che trova il suo apice negli episodi conclusivi. Non è una di quelle serie che ti coinvolge a tal punto da voler vedere una puntata dopo l’altra, ad ogni modo, vuoi per la bellezza estetica delle immagini, vuoi per la splendida caratterizzazione dei personaggi, vuoi per la scrittura sempre spiazzante, è uno dei migliori prodotti degli ultimi anni.

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Capitolo 250

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Lemme lemme, siamo arrivati al Capitolo 250. Il tour de force lavorativo è superato e adesso, in attesa dell’inizio della Festa del Cinema di Roma, posso respirare un po’ e recuperare qualche filmetto. Oggi sono un po’ febbricitante, ma non si tratta della febbre del sabato sera e neanche di quella del martedì mattina: di certo è una buona scusa per non lavorare e vedermi qualcosa…

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Recensione “Maniac” (2018)

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La nuova serie di Cary Fukunaga, già autore della strepitosa prima stagione di “True Detective”, è arrivata su Netflix accompagnata da enormi aspettative, non solo per i precedenti del suo creatore, ma anche per la presenza di una delle attrici più in voga del momento, Emma Stone, e per l’ottimo (e irriconoscibile) Jonah Hill. Inutile dire che non solo le aspettative sono state disattese, ma la serie stessa è davvero una delusione sotto quasi ogni punto di vista. Attori a parte, tra le poche note liete, lo show non decolla e, dopo un inizio promettente in cui viene svelata la magnifica ambientazione retrofuturistica, la serie prende corridoi sempre più ambiziosi, ingurgitando se stessa, finendo con il suicidarsi episodio dopo episodio.

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Recensione “Disincanto” (“Disenchantment”, 2018)

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Dopo aver raccontato il presente con “I Simpson” e il futuro con “Futurama”, Matt Groening stavolta tenta la carta del passato, con il medioevo fantasy di “Disincanto”, nuova serie animata composta da dieci puntate (disponibili su Netflix) e una bella manciata di idee divertenti. Non è dissacrante come la famiglia gialla più famosa degli States, né raggiunge picchi di genialità assoluta come la serie dedicata a Fry e compagni, ma al di là dei paragoni “Disincanto” funziona, con le sue 8 storielle auto-conclusive più le ultime due puntate, unite da un filo narrativo molto più dark e decisamente meno ironico.

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