Recensione “How I Met Your Mother” (2005-2014)

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Due mesi fa, quasi per sbaglio, mi sono messo a guardare la prima puntata di “How I Met Your Mother”, un po’ per curiosità, giusto per ammazzare il tempo una ventina di minuti prima di passare ad altro: è andata a finire che mi sono visto nove episodi uno dopo l’altro. Proprio io che non ho mai amato le sitcom, che sono uno dei pochi a non sapere a memoria le battute di “Friends”, che ha sempre trovato irritante “The Big Bang Theory” e che, da questo punto di vista, non era mai andato oltre “Happy Days”. Due mesi sono bastati a completare nove stagioni, 208 episodi, lasciandomi adesso un’incredibile sensazione di vuoto, tipico di quando si passa molto tempo in compagnia di un gruppo di personaggi ai quali inevitabilmente ci si affeziona. Da quell’episodio pilota non sono più riuscito a smettere, sorprendendomi di quanto questo show potesse essere divertente e appassionante.

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Recensione “Loro 2” (2018)

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Difficile parlar di “Loro” come di due film separati, eppure le differenze ci sono e sembrano esser anche piuttosto nette. Se nel primo il trenino delle apparenze e dell’effimero potere partiva e si lasciava andare senza soluzione di continuità, questo secondo film conferma la celebre frase di Jep Gambardella: “Sono belli i trenini che facciamo alle nostre feste, sono belli perché non vanno da nessuna parte”. Sorrentino racconta dunque la storia di un venditore, di un abile manipolatore, la cui leggenda collassa intorno a quella stessa immagine che Lui aveva contribuito a creare. Resteranno le macerie, simili a quelle di un’Italia piegata dal terremoto del 2009.

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Recensione “Kodachrome” (2017)

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Destinato a diventare un piccolo cult per gli appassionati di fotografia, il film di Mark Raso gioca sulla nostalgia, sul passato, sulla malinconia di ciò che lentamente svanisce (tutti concetti associabili per estensione alla fotografia), per raccontare il conflitto tra un padre e un figlio. L’idea di partenza si basa su un fatto reale: i due devono infatti raggiungere il Kansas, dove c’è veramente stato l’ultimo laboratorio al mondo dove era possibile sviluppare la mitica pellicola Kodachrome della Kodak, tolta dal mercato nel 2009.

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Recensione “Visages, Villages” (2017)

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Agnes Varda, una donnina di quasi 90 anni, unica regista donna a ricevere un Oscar alla carriera. JR, un giovane spilungone di 35 anni celebre per appiccicare letteralmente al muro i volti delle persone che fotografa. I due si incontrano e danno il via ad un progetto di enorme bellezza: girare la Francia su una sorta di camera oscura mobile per apporre i volti delle persone sulle facciate dei palazzi in cui vivono.

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Masters of Cinematography #6 – Janusz Kaminski

Sta per arrivare anche in Italia il nuovo film di Steven Spielberg, “The Post”, con Tom Hanks e Meryl Streep. Quale migliore occasione per un nuovo capitolo di Masters of Cinematography se non questa, da dedicare al direttore della fotografia che ha reso grande il cinema di Spielberg negli ultimi venticinque anni? Sto parlando del polacco Janusz Kaminski, in profumo di nomination all’Oscar proprio con “The Post”. Kaminski di statuette ne ha già vinte due (nel 1994 per “Schindler’s List” e nel 1999 per “Salvate il soldato Ryan”), da aggiungere ad altre quattro nomination per la migliore fotografia (“Amistad”, “Lo scafandro e la farfalla”, “War horse”, “Lincoln”). Kaminski, nato a Ziebice nel 1959, arriva negli Stati Uniti nel 1981 come rifugiato politico e sei anni più tardi ottiene una laurea in cinema al Columbia College di Chicago. Sarà l’incontro con Spielberg e lo straordinario lavoro svolto in “Schindler’s List” a cambiargli la carriera, rendendolo uno dei nomi più importanti nel panorama della fotografia cinematografica.

Speciali precedenti:
#1 Nestor Almendros
#2 Vittorio Storaro
#3 Roger Deakins
#4 Emmanuel Lubezki
#5 Sven Nikvist

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Schindler’s List (Steven Spielberg)

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Recensione “La Ruota delle Meraviglie” (“Wonder Wheel”, 2017)

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Inutile nasconderlo, appena vedo quella enorme ruota panoramica con la scritta “Wonder Wheel” non riesco proprio a non pensare a “I guerrieri della notte” di Walter Hill. Sono stati loro a rendere Coney Island un luogo mitico, un porto sicuro, un luogo da raggiungere per ritrovare la pace. Loro sono il motivo per cui qualche anno fa mi imbarcai in una lunga trasferta da Manhattan fino in fondo a Brooklyn, dove per la prima volta incontrai le onde dell’oceano (mentre cercavo di toccarlo, le onde mi inzupparono le scarpe, ma questa è un’altra storia). Era la prima volta che vedevo Coney Island, ed anche se era marzo e non c’era nessuno, si poteva respirare nell’aria un’atmosfera densa, potente, piena di storie da raccontare e di vita frenetica. Woody Allen ora contribuisce ad arricchire la storia di questo mitologico lido balneare, costruendo un film che, nonostante si svolga all’interno di una cornice festosa e piena di gioia come quella di un parco divertimenti, è in realtà il racconto cupo di un fallimento sentimentale e professionale, il bisogno di essere salvati, la ricerca di una redenzione che possa portare al tanto agognato riscatto. Ma quando il buon vecchio Woody decide che la vita deve andare male, non ci dà scampo: non c’è gratificazione per lo spettatore, c’è soltanto una normalità che, al di là dei colori che provi a metterci dentro, resta grigia perché altro non può essere.

Ginny è un’ex attrice lunatica e profondamente triste, vive di rimpianti a causa del fallimento del suo primo matrimonio e adesso lavora come cameriera a Coney Island. Il suo nuovo marito, Humpty, è rozzo e ha problemi con la bottiglia, ma ha una giostra tutta sua e il cuore grande. Ginny però non lo ama e preferisce buttarsi tra le braccia di un bagnino con ambizioni letterarie, Mickey, con cui ha una relazione clandestina e con il quale vorrebbe cominciare una nuova vita lontana dal suo fallimento. A rendere la situazione ancora più complicata c’è il figlio di Ginny, Richie, che ama appiccare incendi ovunque e soprattutto Caroline, la graziosa figlia di Humpty, costretta a nascondersi nel loro appartamento per sfuggire ad una banda di gangster che la vuole uccidere.

Non manca il romanticismo ma, così come in “Café Society”, la vita ha altri programmi per i suoi protagonisti. Kate Winslet è talmente brava che dovrebbero inventare un premio appositamente per lei, ma a rubare letteralmente la scena è la fotografia pazzesca di Sua Maestà Vittorio Storaro, che commette l’errore più grave che un direttore della fotografia possa mai fare: la sua luce è talmente incredibile che forse mette il film in secondo piano. Ad ogni modo possiamo confermare che si tratta di un Woody Allen ancora piuttosto ispirato, che stavolta trova terreno fertile nella tragedia classica, aggiornandola alla frenetica Coney Island del secolo scorso dove, seppur circondati da migliaia di persone apparentemente felici, ci si può facilmente sentire soli e tristi.

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Masters of Cinematography #5 – Sven Nykvist

Quinto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Dopo gli straordinari Deakins e Lubezki, facciamo un bel salto indietro con gli anni e andiamo ad occuparci dell’uomo che ha reso grande il cinema di Ingmar Bergman: il direttore della fotografia Sven Nykvist. In cinquant’anni di carriera Nykvist ha lavorato ad oltre 130 film, curando venti film di Bergman e vincendo due premi Oscar: uno per “Sussurri e Grida” nel 1973, di cui è impossibile dimenticare la dominante rossa, e un altro nell’83 per “Fanny e Alexander”. Il suo stile è caratterizzato da naturalismo e semplicità, elementi con cui ha sviluppato la sua maestria nell’uso della luce e delle ombre. Celebre per il suo bianco e nero, di cui è forse uno dei più grandi interpreti, con le sue atmosfere ha saputo perfettamente ricreare il mood delle pellicole di Bergman, al quale il suo nome è legato in maniera praticamente indissolubile. Nel 1996 diventa il primo europeo ad entrare nell’American Society of Cinematographers.

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Sussurri e Grida (Ingmar Bergman)

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Fanny e Alexander (Ingmar Bergman)

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Masters of Cinematography #3 – Roger Deakins

Terzo appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Nelle prime due puntate abbiamo approfondito la carriera di Nestor Almendros e Vittorio Storaro, oggi continuiamo a restare in Europa e andiamo a conoscere meglio i lavori di Roger Deakins, inglese di Torquay, di cui avevo già parlato in un articolo a proposito di Blade Runner 2049. Deakins ha collezionato finora la bellezza di 13 candidature agli Oscar (di cui 2 durante la stessa edizione!), tuttavia senza riuscire mai a portarsi a casa l’ambita statuetta: ci riuscirà forse con il nuovo Blade Runner? Chissà. Il DoP britannico coltiva sin da piccolo una profonda passione per la pittura, che sfocia pochi anni dopo nel vero amore della sua vita: la fotografia. Dopo un passato da operatore per alcuni documentari, nel 1991 incontra i fratelli Coen sul set di “Barton Fink”, dando inizio ad un sodalizio storico. Non lo nascondo, è uno dei miei direttori della fotografia preferiti. Preparatevi per la galleria di immagini, perché c’è davvero di che strabuzzare gli occhi.

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Barton Fink (Joel e Ethan Coen)

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Masters of Cinematography #1 – Nestor Almendros

Ve l’avevo promesso ed eccolo qua: il primo di una serie di speciali dedicati ai più grandi Direttori della Fotografia della storia del cinema. Poche righe e soprattutto tante immagini, per mostrarvi il modo in cui questi maestri riuscivano (e riescono ancora) ad emozionare con la luce. Questo primo articolo è su Nestor Almendros, uno dei protagonisti della Nouvelle Vague, alla quale diede un contributo unico grazie alla sua predilezione per la luce naturale. Almendros nasce in Spagna nel 1930, studia a Cuba, comincia a lavorare in Francia per poi trasferirsi negli Stati Uniti. Nonostante sia memorabile il suo sodalizio con François Truffaut, Almendros è ricordato soprattutto per la straordinaria fotografia de “I giorni del cielo” di Terrence Malick, che gli valse un meritatissimo Premio Oscar (l’unico ottenuto su quattro candidature, ricevute anche per “Kramer contro Kramer”, “Laguna blu” e “La scelta di Sophie”). Purtroppo morirà a New York nel 1992, all’età di 61 anni.

nestor05I giorni del cielo (Terrence Malick)

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