Recensione “Hill House” (“The Haunting of Hill House”, 2018)

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Quando si parla di cinema, sulle case infestate si può dire di tutto e di più. Un po’ meno si può dire quando si parla di serie tv: a colmare questo buco ci ha pensato l’ultima arrivata in casa Netflix, “Hill House”. Dieci episodi piuttosto intensi, in cui i fantasmi interiori dei membri della famiglia Crain aleggiano indisturbati in ogni scena, contribuendo in maniera sostanziosa al livello di pathos e disagio che subiamo e viviamo puntata dopo puntata. Vagamente ispirato da un romanzo del 1959 (“L’incubo di Hill House”), lo show di Mike Flanagan ha ritmo, scrittura, gode di alcune scene assolutamente memorabili e non regala risposte se non nelle ultime due puntate.

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Recensione “Better Call Saul” (Stagione 4, 2018)

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I nodi stanno decisamente per venire al pettine: la quarta stagione di “Better Call Saul”, spin-off di “Breaking Bad”, è finita ieri e ormai la vicinanza con la serie madre è palpabile. Come nelle stagioni precedenti, anche questa può vantare un clamoroso crescendo che trova il suo apice negli episodi conclusivi. Non è una di quelle serie che ti coinvolge a tal punto da voler vedere una puntata dopo l’altra, ad ogni modo, vuoi per la bellezza estetica delle immagini, vuoi per la splendida caratterizzazione dei personaggi, vuoi per la scrittura sempre spiazzante, è uno dei migliori prodotti degli ultimi anni.

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Recensione “Maniac” (2018)

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La nuova serie di Cary Fukunaga, già autore della strepitosa prima stagione di “True Detective”, è arrivata su Netflix accompagnata da enormi aspettative, non solo per i precedenti del suo creatore, ma anche per la presenza di una delle attrici più in voga del momento, Emma Stone, e per l’ottimo (e irriconoscibile) Jonah Hill. Inutile dire che non solo le aspettative sono state disattese, ma la serie stessa è davvero una delusione sotto quasi ogni punto di vista. Attori a parte, tra le poche note liete, lo show non decolla e, dopo un inizio promettente in cui viene svelata la magnifica ambientazione retrofuturistica, la serie prende corridoi sempre più ambiziosi, ingurgitando se stessa, finendo con il suicidarsi episodio dopo episodio.

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Capitolo 249

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Scusate la latitanza. Normalmente, anche nei periodi più intensi, non sto mai lontano dal blog per più di cinque o sei giorni: in questo caso dieci giorni sono troppi anche per me. Per farvi capire l’intensità di questo periodo basti dire che dal 2 settembre fino a ieri non ho visto nessun film, tra il viaggio a Londra e il lavoro di settembre che è sempre il triplo rispetto agli altri mesi. In questo capitolo allora cosa troverete? Ben poco, a dire la verità, giusto un commento a “Sulla mia pelle”, che sono riuscito finalmente a guardare soltanto ieri sera e il punto sulle serie tv che, tra spizzichi e bocconi, sto seguendo in questo periodo. Ah, il mio posto preferito di Londra sapete qual è stato? Un bar dentro un cinema, ovviamente (il Ritzy a Brixton, se vi dovesse capitare).

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Capitolo 248

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Con la fine del Festival di Venezia possiamo definitivamente dare il benvenuto al nuovo anno, anzi, alla nuova stagione, come direbbe il buon vecchio Paul di “Febbre a 90”. Finalmente comincia una nuova annata di film da vedere, da consigliare, di cui parlare. Domani parto per un weekend di lavoro a Londra, normalmente prima di un viaggio guardo film ambientati nella città in cui sto per andare ma stavolta non ho fatto niente di tutto ciò. Penso però che sarà interessante un giorno parlare delle varie città del mondo da un punto di vista cinematografico, me lo segno per futura memoria. Intanto andiamo a vedere cosa mi sono guardato in queste ultime due settimane…

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Recensione “Disincanto” (“Disenchantment”, 2018)

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Dopo aver raccontato il presente con “I Simpson” e il futuro con “Futurama”, Matt Groening stavolta tenta la carta del passato, con il medioevo fantasy di “Disincanto”, nuova serie animata composta da dieci puntate (disponibili su Netflix) e una bella manciata di idee divertenti. Non è dissacrante come la famiglia gialla più famosa degli States, né raggiunge picchi di genialità assoluta come la serie dedicata a Fry e compagni, ma al di là dei paragoni “Disincanto” funziona, con le sue 8 storielle auto-conclusive più le ultime due puntate, unite da un filo narrativo molto più dark e decisamente meno ironico.

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Recensione “BlacKkKlansman” (2018)

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Finalmente Spike Lee è tornato: dopo una serie di titoli non proprio memorabili (per usare un eufemismo), il regista newyorkese ci regala una pellicola di grande spessore, divertente, ricca di ritmo, ma al tempo stesso agghiacciante se rapportata al giorno d’oggi. La vicenda (reale) di Ron Stallworth, primo poliziotto nero di Colorado Springs, si svolge infatti verso la fine degli anni 70, ma al di là della bizzarra capigliatura del protagonista c’è ben poco nel film che ci faccia pensare a quel periodo storico: questo perché quella dell’America bianca e destrorsa è una storia che non ha tempo e che purtroppo ci ricorda da vicino tutto ciò che sta succedendo negli ultimi anni negli Stati Uniti (e che il finale contribuisce a ricordarci).

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Recensione “Lucky” (2017)

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Il suono di un’armonica tra i cactus e la polvere del deserto. Il volto scavato di Harry Dean Stanton, alla sua ultima, emozionante, interpretazione. Il film d’esordio di John Carroll Lynch (celebre caratterista, forse lo ricorderete come il sospettato numero uno in “Zodiac” o come barbiere in “Gran Torino”) è un racconto country, una lezione di vita sotto il sole battente di un piccolo paesino del Sud degli Stati Uniti. Una storia che sembra uscita da una canzone di Johnny Cash, presente nel film con la bellissima “I see a darkness”, che sembra esprimere benissimo lo stato d’animo del protagonista (Well, you’re my friend / And can you see / Many times we’ve been out drinking / Many times we’ve shared our thoughts / But did you ever, ever notice / The kind of thoughts I got?).

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Recensione “Barry” (2018)

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Qualche giorno fa, per combattere l’afa romana, sono andato in piscina con un amico cinefilo (che tra l’altro gestisce anch’egli un blog, Inglorious Cinephiles). Chiacchierando di film e serie tv a bordo vasca mi ha parlato di questa nuova serie della HBO, “Barry”, la cui trama sembrava essere davvero accattivante: Barry, ex-soldato diventato un sicario, deve recarsi a Los Angeles per uccidere un ragazzo, Ryan, che divide la sua vita tra la palestra ed un corso di recitazione. Il caso vuole che Barry venga accidentalmente scambiato per un nuovo iscritto del corso, scoprendo una volta sul palcoscenico che la sua vita finalmente ha uno scopo: vuole diventare un attore. Il problema è far conciliare la sua professione di assassino prezzolato con i corsi di teatro tenuti da Henry Winkler (sì, proprio lui, Fonzie di “Happy Days”).

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Capitolo 246

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Eccomi nuovamente a Roma, dopo quindici bellissimi giorni nella mia seconda terra, la Puglia. Tornare nella Città Eterna a fine luglio mi fa sentire un po’ tipo Clint Eastwood ne “Il Buono Il Brutto il Cattivo”, quando Tuco lo obbliga ad attraversare il deserto sotto il sole rovente. Ecco, mi sento proprio così, strisciante nell’asfalto romano, con il pensiero fisso del mare, dei panzerotti e di quella dolce brezza cullata dalle onde. Bon, dopo questa nostalgica ed amara introduzione, passiamo alle visioni di questo periodo di vacanza, tra treni che andavano, treni che venivano e terrazze stellate.

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