“Twin Peaks 2017”: il ritorno di David Lynch

“Twin Peaks” è tornato. Sembra incredibile a pensarci, ma dopo 25 anni abbiamo nuovamente la possibilità di parlare di una nuova stagione di una delle serie più amate della storia della tv. E così sono passati 25 anni. Io ero un ragazzino allora, adesso sono più o meno un adulto. Ho meno capelli ma in compenso oggi esiste Internet e fortunatamente ho un blog sul quale poter scrivere queste righe: su questo post infatti parleremo, settimana dopo settimana, della puntata appena uscita, con considerazioni a caldo e teorie varie ed eventuali. Ho scritto parleremo perché mi aspetto la vostra partecipazione nei commenti, qui e su Facebook. Neanche a dirlo, tutto ciò che leggerete dopo l’immagine di Laura Palmer è assolutamente pieno di spoiler. “Let’s Rock!”.

laurapalmer

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Una vita da fumetto #9 – Twin Peaks

Paure

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Recensione “Twin Peaks” (1990)

Quando si pensa alla televisione degli anni 90, è difficile non pensare a “I segreti di Twin Peaks”, serie televisiva (o telefilm, come si usava dire ai tempi) di culto, entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo degli adolescenti di una volta, oggi adulti, che come allora fremono in attesa della nuova stagione dello show, in arrivo il 21 maggio. La vicenda ruota intorno alle indagini che si sono svolte in seguito all’assassinio di una giovane ragazza, Laura Palmer, in una cittadina fittizia dello stato di Washington, la ormai mitologica Twin Peaks (51.201 abitanti, come recita il cartello nella sigla). La serie creata da David Lynch, seppur kitsch, surreale, talvolta grottesca, a tratti spaventosa, è entrata nell’Olimpo dei più grandi spettacoli di tutti i tempi. Cosa c’è dietro a questo indiscutibile capolavoro? Ne parliamo dopo la sigla. Chi non ha visto la serie si fermi qui, spenga il pc, e cominci subito a vedere “Twin Peaks”. Chi invece l’ha vista, può andare avanti nella lettura e non temere tutti gli spoiler che ci saranno da qui in avanti…

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Recensione “Song to Song” (2017)

Se amate il cinema di narrazione, questo film probabilmente non fa per voi. Ma se amate il cinema, come potete pensare di perdervelo? Parliamo di un film di Terrence Malick, quindi di un film di non proprio facile visione: bisogna avere pazienza, lasciarsi andare al flusso di immagini, al boomerang emotivo che trascina come onde di un mare in tempesta, finendo poi per infrangersi sugli occhi di chi guarda. La pazienza è la virtù dei forti: scena dopo scena, immagine dopo immagine, il flusso ci cattura, ci raggiunge e, come sempre, ci ricorda uno dei motivi fondamentali per cui bisogna amare la vita: il cinema.

Raccontare la trama non è proprio semplice in un film di Malick: Ryan Gosling è un musicista in cerca di successo, trova l’amore di Rooney Mara e l’appoggio incondizionato del suo mefistofelico produttore, Michael Fassbender. Tra i tre si instaura un pericoloso triangolo che porterà ognuno di loro a prendere decisioni molto diverse. In tutto ciò resterà coinvolta anche una cameriera bellissima (Natalie Portman, la cui visione è un altro motivo per cui bisogna amare la vita). Sullo sfondo di questi intrecci amorosi c’è la scena musicale di Austin, con la sua folle adrenalina e i suoi miti (da Patti Smith a Iggy Pop, passando per i Red Hot Chili Peppers).

I quattro protagonisti del film lottano con i propri demoni e la propria esistenza per reinventarsi e al tempo stesso rimanere fedeli a se stessi. Come la fenice che si rigenera, citata in una scena del film, questi individui devono toccare il fondo per riuscire così a ritrovarsi: resta da vedere chi ci riuscirà e chi no. Sono tutti fuggitivi che cercano una scappatoia dalle vite precedenti: non a caso la canzone che rimane più impressa è la “Runaway” del trailer (prima nella versione originale di Del Shannon e poi in quella più lenta cantata da Ryan Gosling). In tutto ciò la musica non è mai invadente (strano a dirsi, per un film girato nel mezzo di alcuni tra i più importanti festival texani), anzi accompagna le scene, i colori, i tramonti e le ombre dipinte sul suolo dal solito Chivo Lubezki senza essere mai motore delle emozioni, ma dando quasi la sensazione di essere provocata dai pensieri dei personaggi. Una storia sull’amore e sul tradimento, sulla paura e sul desiderio, sulle emozioni più profonde dell’essere umano: Terrence Malick, che si ami o si odi, non lascia mai indifferenti.

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Una vita da fumetto #8 – Tredici

Gli effetti di 13 Reasons Why sulla gente

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Capitolo 222

Normalmente cerco di scrivere un capitolo nuovo ogni volta che ho guardato almeno cinque film. Stavolta devo essermi distratto di brutto, perché andando a fare i conti delle pellicole viste dall’ultimo post, quasi non mi bastano due mani per farli entrare tutti. In questo dunque speciale capitolo dal triplo 2, tra cinema e Netflix, tra prime visioni e un solo rewatch, c’è così tanto cinema che io non so proprio come facciate a non innamorarvi follemente del mio blog. Diamoci dentro.

Scappa – Get Out (2017): L’opera prima di Jordan Peele viaggia a metà strada tra thriller e horror, prende senza indugi l’autostrada della suspense per fermarsi stabilmente nei vicoli dell’inquietudine. Non è un film eccellente, ma fa il suo dovere molto bene, è coinvolgente e piuttosto disturbante, al netto di un paio di scorciatoie di sceneggiatura che lasciano un po’ perplessi, ma tant’è. Non succede così spesso di fare il tifo sfegatato per il protagonista e di insultare gli antagonisti durante la visione.

Easy Rider (1969): Sempre incredibile da vedere. Probabilmente il road movie definitivo: siamo negli anni 60 ma la pellicola di Dennis Hopper è talmente avanti che ha tutta l’aria di esser stata girata una decina d’anni dopo. Psichedelico, libertino, folle: il cinema stava cambiando per sempre. Anche perché parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse…

Le cose che verranno (2016): Mia Hansen-Love è una regista che amo molto. Nei suoi film non succede quasi mai chissà che, ma il modo in cui racconta ogni cosa è così delicato e soffice da farci sentire totalmente avvolti dal suo cinema. Bello, e poi c’è Isabelle Huppert che vale sempre il prezzo del biglietto.

Nick & Norah (2008): Pescato su Netflix, è un buonissimo indie movie ambientato interamente durante una notte newyorkese. Amori adolescenziali e la ricerca di un concerto rock “fantasma” alla base di un film piacevole, godibile, costellato da belle canzoni. Piaciuto.

Wiener Dog (2016): Altro film trovato su Netflix, ma stavolta sono rimasto piuttosto deluso. Un bassotto che cambia continuamente padrone è soltanto il pretesto per raccontare storie di persone di vario genere. Parte bene, poi si perde un po’ per strada. Ottimo cast (la presenza di Greta Gerwig mi aveva convinto a cliccare play), un po’ sprecato. Così così.

La vendetta di un uomo tranquillo (2016): Ma che bel film! All’inizio sembra prendere totalmente un’altra direzione mentre in realtà si rivela ben presto un film molto coinvolgente, pieno di ottime trovate e di bellissime inquadrature. Vincitore un anno fa del Premio Goya (gli Oscar spagnoli). Promosso a pieni voti.

Ubriaco d’amore (2002): In tanti mi avevano parlato bene di questo film di Paul Thomas Anderson che, per un motivo o per l’altro, non avevo mai avuto modo di vedere. Grazie a Netflix sono riuscito a recuperarlo e… beh, conferma decisamente il genio del regista. Adam Sandler sfodera una perfetta interpretazione drammatica: dovrebbe essere una storia romantica ma è davvero un film al di fuori di ogni definizione. Ottimo cast, bellissime trovate. Non convenzionale.

Personal Shopper (2016): Assayas non è mai scontato e banale e questo suo ultimo film lo è ancor meno. Non c’è niente da fare: è uno di quei rari casi in cui una pellicola ti accompagna a casa dopo l’uscita dalla sala, quando non riesci nemmeno a mettere la musica allo stereo della macchina perché hai voglia di restare in silenzio a pensare. Meraviglioso.

Acchiappafantasmi – Ghostheads (2016): Come ogni documentario sulla fandom di un film di culto, è abbastanza stucchevole: un’ora di nerd di primo livello che sbavano parlando di ogni cosa riguardante “Ghostbusters”. Io amo il film di Reitman alla follia, ma un documentario sui suoi fan è una cosa quasi insopportabile. Mera operazione commerciale dedicata al lancio del nuovo Ghostbusters al femminile.

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Una Vita da Cinefilo Magazine – Numero 23

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