Recensione “La forma dell’acqua” (“The Shape of Water”, 2017)

Se questo fosse un magazine serio ed importante, oppure una rivista professionale e obiettiva, si parlerebbe di questo film come di un lavoro ben fatto, romantico ma originale, visionario nelle sue imponenti scenografie e magico in alcune magnifiche scene. Purtroppo o per fortuna è “solo” il mio blog, che vi piaccia o meno, e per questo mi sento libero di confessarvi che il film di Guillermo Del Toro mi ha fatto addormentare. Per carità, la regia è davvero bellissima e ciò che ho scritto nella premessa iniziale non può essere assolutamente negato. Però a me queste favole moderne, originali in superficie ma al tempo stesso un po’ scontate, non piacciono proprio e, anche se quando si parla di cinema non si dovrebbe mai usare questo come metro di giudizio, devo dire che la noia è lo stato che ho provato prevalentemente durante le due ore di film.

Siamo nel 1962, in un laboratorio scientifico di Baltimora gli americani cercano strumenti sempre nuovi per superare i russi nella corsa allo Spazio. Qui vive in cattività una creatura anfibia, un essere indefinibile dotato di emozioni e di una grande sensibilità. Elisa, giovane donna delle pulizie, è muta e si sente schermata dal mondo. Tra queste due anime sole nascerà un affetto forte e potente, che troverà nuovi alleati in un’altra accoppiata di “diversi”: l’illustratore gay, vicino di casa di Elisa, e la collega della ragazza, un’afroamericana in cerca di emancipazione.

Se il film in sé non è riuscito a trovare le mie emozioni, va anche detto che alcune scene – tre in particolare – sono dei piccoli gioielli di cinema: Elisa e la creatura che si ritrovano dentro la sala cinematografica; il sogno “musicale” della ragazza mentre, utilizzando il linguaggio dei segni, canta i suoi sentimenti; il bagno allagato con i due che nuotano abbracciati al suo interno.

“La Sirenetta” incontra “Il Mostro della Laguna Nera”: quando c’è Guillermo Del Toro, tutto è veramente possibile. Nel bene e nel male.

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Masters of Cinematography #6 – Janusz Kaminski

Sta per arrivare anche in Italia il nuovo film di Steven Spielberg, “The Post”, con Tom Hanks e Meryl Streep. Quale migliore occasione per un nuovo capitolo di Masters of Cinematography se non questa, da dedicare al direttore della fotografia che ha reso grande il cinema di Spielberg negli ultimi venticinque anni? Sto parlando del polacco Janusz Kaminski, in profumo di nomination all’Oscar proprio con “The Post”. Kaminski di statuette ne ha già vinte due (nel 1994 per “Schindler’s List” e nel 1999 per “Salvate il soldato Ryan”), da aggiungere ad altre quattro nomination per la migliore fotografia (“Amistad”, “Lo scafandro e la farfalla”, “War horse”, “Lincoln”). Kaminski, nato a Ziebice nel 1959, arriva negli Stati Uniti nel 1981 come rifugiato politico e sei anni più tardi ottiene una laurea in cinema al Columbia College di Chicago. Sarà l’incontro con Spielberg e lo straordinario lavoro svolto in “Schindler’s List” a cambiargli la carriera, rendendolo uno dei nomi più importanti nel panorama della fotografia cinematografica.

Speciali precedenti:
#1 Nestor Almendros
#2 Vittorio Storaro
#3 Roger Deakins
#4 Emmanuel Lubezki
#5 Sven Nikvist

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Schindler’s List (Steven Spielberg)

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Amistad (Steven Spielberg)

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Recensione “The Big Sick” (2017)

Purtroppo nel momento in cui “The Big Sick” è uscito in sala, il disastroso titolo italiano (“Il matrimonio si può evitare… l’amore no”) era riuscito nella formidabile impresa di tenermi lontano dal volerlo vedere. A fine dicembre però ho trovato la pellicola di Michael Showalter in molte liste dei migliori film dell’anno, a tal punto da incuriosirmi: le commedie romantiche indipendenti mi piacciono, mi sembrava doveroso darle una chance. Ho cominciato così a vederlo senza neanche guardare il trailer, senza sapere niente sulla trama: è così che andrebbe visto ogni film, anche se lo so, è proprio difficile. La prima mezzora mi è sembrato di trovarmi davanti un film sì carino, buffo, ma uguale a tantissimi altri titoli di questo genere. Una sorta di versione cinematografica, un po’ meno geniale, di “Master of None”. Il secondo atto del film però cambia totalmente le carte in tavola, permettendo alle emozioni di prendere il sopravvento, ed è qui che “The Big Sick” riesce a conquistare. Prima di andare oltre, serve un accenno alla trama.

Kumail è un giovane comico pakistano, cresciuto negli Stati Uniti con i genitori e il fratello maggiore: durante il giorno lavora come autista per Uber mentre di notte si esibisce nelle vesti di comico in serate dedicate alla stand-up comedy. Durante uno spettacolo conosce Emily, una ragazza americana con la quale comincia una relazione. Per mesi Kumail nasconde la storia alla famiglia: i suoi genitori infatti sono musulmani e non sopporterebbero la vista del figlio con una donna lontana dalle loro tradizioni (motivo per cui tentano continuamente di organizzare incontri tra Kumail e varie ragazze pakistane). Quando Emily scopre la verità, tronca la relazione e si allontana dall’uomo che ama. Qualche tempo dopo Kumail scopre che Emily è ricoverata in ospedale a causa di un morbo raro: suo malgrado il ragazzo sarà costretto a chiamare i genitori di lei, a conoscerli e soprattutto a farsi accettare dopo la delusione causata alla figlia. Allo stesso tempo Kumail dovrà fare i conti anche con la sua famiglia, che insiste continuamente nel volerlo legare alle tradizioni della sua gente.

La cosa più sorprendente è che il film è basato sulla vera storia di Kumail Nanjiani ed Emily, con l’attore pakistano che interpreta dunque se stesso, un po’ come avevano fatto Valerie Donzelli e Jeremie Elkaim nel meraviglioso “La guerra è dichiarata”. Da questa esperienza Kumail ha scritto il film che, tra risate e commozione, è diventato il bellissimo “The Big Sick”. Se la prima parte accusa un po’ il cliché dello scontro culturale, il resto del film (ovvero il confronto tra il protagonista e i genitori della ragazza) si avvale di una scrittura magnifica, mai ricattatoria, dove c’è spazio per molte risate, grazie anche alla verve della bravissima Holly Hunter, ma anche ad emozioni sincere. Bella sorpresa.

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Recensione “Ella & John” (“The Leisure Seeker”, 2017)

“Scambierei tutti i miei domani per un singolo ieri” cantava Janis Joplin nell’indimenticabile “Me and Bobby McGee”, canzone portante del primo lavoro in lingua inglese di Paolo Virzì. Ed è un po’ quello che cercano di fare Helen Mirren e Donald Sutherland, la Ella e il John del titolo, tentando di allontanarsi  dagli inevitabili problemi della terza età per ritrovare la libertà e la leggerezza della loro gioventù. Non credo di esagerare nell’affermare che è appena diventato il mio film preferito del regista toscano, in quanto una sorta di summa del suo cinema: c’è ironia e leggerezza, vitalità, ma al tempo stesso dramma, nostalgia, malinconia. Soprattutto c’è amore, tantissimo amore.

Ella e John sono un’anziana coppia di coniugi. Lei deve essere ricoverata mentre lui soffre di Alzheimer. Quando i figli vengono a prenderli per portare la madre in ospedale, scoprono che i genitori sono fuggiti sul loro vecchio camper, un catorcio sul quale hanno passato alcuni dei momenti più belli della loro vita. Ed è così che Ella e John finiscono ancora una volta on the road sulla Route1, per riassaporare ancor più intensamente ciò che amano di più: stare insieme.

Il tipico road movie statunitense dal forte retrogusto europeo: fa pensare molto al maestro del genere, Alexander Payne, che di storie on the road e di racconti a metà strada tra dramma e commedia ha fatto il suo marchio di fabbrica. Riprendendo il ritornello cantato da Janis, “Libertà è soltanto un’altra parola per dire che non si ha niente da perdere”: Ella e John fanno di questo verso il loro motto e lanciano il loro camper Leisure Seeker, letteralmente “ricercatore di piacere”, lontano sulle strade d’America, dritti dritti nei risvolti più sensibili del nostro amore per il cinema. Accendete il motore, andate al cinema e godetevelo.

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Capitolo 233

Buon anno, ragazzi e ragazze. Le feste sono finalmente finite e si torna alla vita reale. La mancanza di lavoro tra Natale e l’Epifania mi ha portato a vedere molti più film del solito, motivo per cui vi tocca sopportare un capitolo con ben nove pellicole. Prima di addentrarci nel racconto vi lascio qualche inutile statistica a proposito del mio 2017. Secondo Letterboxd (il sito sul quale aggiorno il mio diario dei film visti), l’attore che ho visto di più nell’anno appena trascorso è Adam Driver (che ho già rivisto anche nel 2018), mentre il regista di cui ho guardato più film è David Lynch. Ah, a quanto pare nel 2017 ho visionato la bellezza di 120 film. Vabbè, bando alle ciance, passiamo alla ciccia.

Io sono leggenda (2007): Prima di Natale ho letto il libro di Matheson e l’ho trovato un capolavoro, incredibilmente moderno rispetto al 1954, anno in cui è stato pubblicato. Un inno alla solitudine, un trattato cupo ma coraggioso sulla speranza. Il film lo amavo, tanto da averlo in dvd, ma rivedendolo ora… che tracollo! L’ho detestato. Paragone impietoso.

La battaglia dei sessi (2017): Dopo “La La Land” mi risulta difficile perdermi un film di Emma Stone, soprattutto se i registi poi sono gli stessi di “Little Miss Sunshine” e “Ruby Sparks”, due film che ho amato di brutto. Questo funziona, vale la pena di esser visto, e suona più attuale di quanto sembri a causa dell’ambientazione negli anni 70. Tratto da una bella storia vera.

Lady Bird (2017): Aspettavo di vedere questo film più di Star Wars, pensate un po’. Greta Gerwig è una di quelle persone che vorrei avere nella cerchia delle amicizie. Il film, neanche a dirlo, è talmente bello che me lo rivedrei ora. Ovviamente appena uscirà al cinema andrò di corsa a rivederlo su grande schermo. Spiritualmente si potrebbe definire il prequel di “Frances Ha”.

E.T. l’Extraterrestre (1982): A Capodanno ormai non mi aspetto più di fare grandi cose. Quest’anno sono stato a cena a casa di una coppia di amici e dopo mangiato abbiamo deciso di rivederci un classico del cinema con il proiettore. La scelta è caduta su Spielberg, ed è stata la scelta perfetta per chiudere un anno e cominciarne un altro. Pausa doverosa a mezzanotte per vedere i fuochi dal terrazzo e poi di nuovo “Telefono Casa”. Che capolavoro.

Corpo e anima (2017): La prima grande sorpresa del nuovo anno, un film ungherese vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino. Una storia romantica ma davvero originale, due solitudini che smettono di essere tali di notte, quando dormendo si incontrano in sogno, sotto forma di cervi. Nella vita reale è tutto un po’ più complicato però. Splendido.

Tutti i soldi del mondo (2017): Che vi devo dire, il nuovo film di Ridley Scott non è riuscito minimamente a coinvolgermi. Il doppiaggio poi l’ho trovato piuttosto scadente, così come la scelta di far interpretare a Romain Duris e a Nicolas Vaporidis la parte di due malviventi calabresi… Bocciato, nonostante non sia un brutto film.

Ascensione (2017): Ogni tanto, ma solo ogni tanto, la mia ragazza ha il potere di scegliere che film vedere su Netflix (è l’unico potere che mi rimane, ma ogni tanto neanche quello). Quando mi ha detto che avremmo visto sta cosa mai sentita ho temuto il peggio, invece è un film molto carino. Ispirato ad una storia vera, racconta l’avventura incredibile di un ragazzo franco-senegalese che, per dimostrare alla ragazza che ama di non essere un buono a nulla, decide di scalare l’Everest, senza nessuna esperienza. Si ride e gli scenari mozzano il fiato. Molto carino davvero.

Frances Ha (2012): Rivedere questo capolavoro di Baumbach è come ritrovare una vecchia amica e sedersi a bere un bicchiere insieme. Il film che vorrei girare io se avessi tempo, soldi e talento (e un centinaio di altre cose). Non c’è un film più adatto a raccontare cosa significa avere 30/35 anni e vivere in una grande città, cambiando case e coinquilini, cercando di restare a galla, con leggerezza e un po’ di ottimismo. Stupendo (e la scena con “Modern Love” di Bowie poi, che ve lo dico a fare).

Prossima fermata: Fruitvale Station (2013): Ancora ricordo quattro anni fa, quando vidi questo film in proiezione stampa. Di solito, sui titoli di coda, c’è un grande chiacchiericcio, cellulari che si accendono per leggere i messaggi, confusione, commenti vari ed eventuali. Dopo questo film invece c’era il silenzio più totale. Rivederlo adesso conferma tutte le belle parole espresse in passato: film stupendo (è su Netflix, non fatevelo scappare).

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Recensione “C’est la vie” (“Le sens de la fête”, 2017)

Qualunque sia il nostro umore, non c’è davvero niente di meglio di una bella commedia corale, ben scritta, divertente e spassosa ma soprattutto non banale. L’accoppiata Eric Toledano e Olivier Nakache, dopo aver conquistato il mondo e il botteghino con il bellissimo “Quasi amici”, compie un altro piccolo miracolo: confermarsi autori di successo. Questa volta il pretesto per scatenare il loro talento comico è l’organizzazione di un matrimonio elegante, il dietro di quinte di una cerimonia dove ogni richiesta è un ostacolo, dove ogni momento può sorgere un problema diverso e dove la responsabilità di tutto è sulle spalle di una sola persona, qui interpretata dal sempre eccellente Jean-Pierre Bacri, direttore d’orchestra di un gruppo di attori affiatato e brillante.

Pierre e Elena hanno deciso di sposarsi in un meraviglioso castello, non molto lontano da Parigi, lasciando l’organizzazione a Max, uno dei più importanti wedding planner in circolazione. Max e il suo team si dedicano anima e cuore allo scopo di rendere tutto perfetto, ma gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo: un cameriere è innamorato della sposa, il cantante della band è un egocentrico piuttosto difficile da gestire, il fotografo è uno scroccone in cerca di avventure, un altro cameriere è totalmente privo di esperienza. Come se non bastasse, lo sposo è un detestabile rompiscatole. Per Max e la sua squadra sarà una lunga, lunga notte….

Dopo aver visto questo film è praticamente impossibile andare nuovamente ad un matrimonio allo stesso modo di prima: volenti o nolenti saremo costretti a notare ogni particolare dell’organizzazione e magari ci verrà da ridere nell’immaginarci ciò che c’è dietro. Si potrebbero scrivere ancora fiumi di parole, ma quando si parla di una commedia basta sapere soltanto una cosa: fa ridere.

cestlavie

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Recensione “Tutti i soldi del mondo” (“All the money in the world”, 2017)

Quando gli americani girano un film in Italia c’è sempre qualcosa che non mi convince: saranno tutte quelle vespe o le macchine della Fiat, saranno alcuni attori italiani, non lo so. Ma non è questo il punto. Eppure la storia, tratta da un reale fatto di cronaca, dovrebbe essere piuttosto intensa, gli attori abbastanza in palla, la regia senza dubbio ammaliante. Che vi devo dire, nonostante tutti questi elementi che faranno sicuramente apprezzare il film, a me non è piaciuto. E non è certamente colpa di Romain Duris o di Nicolas Vaporidis se sono stati scelti per interpretare due malviventi calabresi (sic), così come non posso prendermela con Ridley Scott se non è riuscito a trascinarmi negli eventi. Semplicemente, secondo me, c’è qualcosa che non va: in ogni momento provavo la sensazione che ci fosse una stonatura, una forzatura o un’esagerazione, a tal punto da farmi esclamare un vigoroso quanto ironico “Ma non mi dire”, nel leggere, sui titoli di coda, l’avviso che pur trattandosi di una storia vera il regista si è preso la libertà di romanzare alcuni accadimenti.

Nel 1973 il nipote de “l’uomo più ricco della storia del mondo”, Jean Paul Getty, viene rapito a Roma. Inizialmente la famiglia, madre a parte, si convince che il giovane Getty abbia inscenato il proprio rapimento per scucire denaro all’avarissimo nonno. In realtà il ragazzo è nelle mani della ‘Ndrangheta e la faccenda del riscatto sembra più seria di quanto previsto: la richiesta è di 17 milioni di dollari, ma il miliardario non sembra intenzionato a spendere un penny. Sarà mamma coraggio Michelle Williams, insieme ad all’ex-agente della CIA Mark Walhberg, a prendere in mano la situazione, perché ogni giorno che passa potrebbe essere fatale.

Non starò qui a dirvi di non andare al cinema (lungi da me affermare una bestialità del genere), anche perché sono convinto che a molti di voi tutto questo piacerà. Il problema, per me, è che ho provato per questo film le stesse emozioni che proverei assistendo ad una partita di ping-pong: la più totale indifferenza. Cosa posso dirvi, capita anche nelle migliori famiglie.

tuttiisoldidelmondo

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