La locandina di “Wonder Wheel”, ultimo film di Woody Allen

Il 1° Gennaio 2018 esce nei cinema italiani il nuovo film di Woody Allen, “Wonder Wheel”. Oggi è stata pubblicata la locandina del film, con la mitica ruota panoramica di Coney Island protagonista del poster e molto probabilmente fulcro della storia (come suggerisce il titolo). In attesa della pellicola, godiamoci questo splendido manifesto.
Sembra proprio che il nuovo anno inizierà alla grande…

WonderWheel

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Masters of Cinematography #4 – Emmanuel Lubezki

Quarto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Il mese scorso abbiamo parlato di Roger Deakins e avrete pensato che meglio di così non si potesse fare: la sua galleria di frames sembrava davvero insuperabile. Sembrava. Solo perché ancora non avevamo affrontato l’argomento “Chivo”.

Emmanuel “Chivo” Lubezki non credo che abbia bisogno di presentazioni. Nato a Città del Messico nel 1964, ottiene 8 volte la candidatura ai premi Oscar: ne vincerà 3 in tre anni consecutivi (2014, 2015, 2016, rispettivamente per “Gravity”, “Birdman” e “Revenant”). Celebre la sua collaborazione con Terrence Malick e in particolare con i connazionali Alfonso Cuaron e Alejandro Gonzalez Inarritu.

Lubezki, anche grazie alle tre statuette di fila, è diventato una sorta di mito per gli appassionati di cinema: il suo nome ormai è celebre al pari di quello di un grande regista o di un grande attore, restituendo finalmente alla sua categoria il palcoscenico che merita. Vi lascio adesso alla galleria di immagini, sedetevi comodi e lasciatevi emozionare…

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I figli degli uomini (Alfonso Cuaron)

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Twin Peaks 2017: Tutte le questioni irrisolte

Già da una settimana siamo orfani di “Twin Peaks”: la terza stagione della celebre serie televisiva realizzata da David Lynch ci ha accompagnato per tutta l’estate con i suoi misteri e le sue stramberie. Come ci si poteva immaginare, sono ancora molte le questioni rimaste irrisolte, le domande senza risposta. Proviamo ad affrontare questi argomenti: lunga ed impervia è la via che dal buio si snoda verso la luce.

Audrey
La questione Audrey è una delle più spinose della terza stagione di Twin Peaks. Uno dei personaggi più amati degli anni 90 è comparso in questo revival soltanto nelle ultime puntate, senza alcuna interazione con gli altri personaggi storici. Di lei sappiamo davvero poco: è stata in coma, è la madre di Richard Horne, è stata ingravidata da Cooper malvagio venticinque anni fa. Cosa significa ciò che è successo nell’Episodio 16? Audrey molto probabilmente è stata in coma per tutto questo tempo, le vicende legate a lei in questo Twin Peaks non erano altro che il tentativo del suo cervello di svegliarsi dal suo stato, cosa che a quanto pare succede proprio in seguito alla sua celebre Audrey’s Dance. Certo, niente di ufficiale, non c’è una vera e propria spiegazione, ma direi che questa sia la più accreditata.

La scatola di vetro
Molti si sono chiesti cosa fosse questa famigerata scatola di vetro, il glassbox, che vediamo soprattutto all’inizio di questa stagione. Si potrebbe pensare che Mr C l’abbia fatta costruire per “dirottare” il buon Cooper nel corpo di Dougie, ma l’ipotesi più sensata è che il doppio malvagio l’abbia realizzata soprattutto per monitorare gli spostamenti della Madre, cioè Judy. Lei è sempre stata l’obiettivo di Mr C: lo dice chiaramente a Darya nelle prime puntate ed è per unirsi a lei che cerca queste famigerate coordinate. Ciò che possiamo pensare è che quando Mr C raggiunge il luogo prestabilito, il passaggio avrebbe dovuto portarlo direttamente da Judy (ovvero a casa Palmer, visto che l’entità maligna ha trovato alloggio nel corpo di Sarah), l’intervento del Pompiere però fa “recapitare” Mr C nella stazione di polizia di Twin Peaks, con le conseguenze che abbiamo visto.

Judy
Questa non è proprio una domanda senza risposta, visto che a dirci chi è Judy ci ha pensato Gordon Cole nella penultima puntata. Judy è un’entità maligna, è la Madre di tutti i mali, è la reificazione (o personificazione, se preferite) del Male. Si forma a causa della bomba atomica e da lì genera una serie di altre entità malvagie, tra cui Bob e i Woodsmen. In questa stagione entra nel corpo di Sarah Palmer ed è impossibile pensare il contrario: vi sembra normale che qualcuno apra il suo volto per mostrare l’abisso e poi stacchi con un morso secco la gola ad un’altra persona? Ad avvalorare tutto questo è la contrapposizione con Laura Palmer: anche Laura nella prima puntata apre il suo volto, ma per mostrare una luce, mentre nella penultima puntata il suo ritratto viene colpito ripetutamente da Sarah che, con il suo potere, riesce a strapparla via dalla mano di Cooper.

La ragazza con l’insetto in bocca
Altra domanda rimasta senza risposta. Il finale dell’ormai celebre Episodio 8 è destinato a restare nell’immaginario collettivo di tutti gli amanti delle serie tv. Un insetto mostruoso, generato anch’esso dalla Madre, si introduce nella bocca di una ragazzina ipnotizzata dal messaggio radio del woodsman (“This is the water and this is the well…”). La mia teoria, sulla quale scommetterei un paio di euro, è che la ragazza sia Sarah Palmer da giovane. Siamo nel 1956, la ragazza dimostra di avere circa 15 anni e indovinate un po’ in che anno è nata l’attrice che interpreta Sarah? Esatto, nel 1941. Questo inoltre spiegherebbe come ha fatto Judy ad entrare nel corpo di Sarah da adulta: un suo “seme” è sempre stato dentro di lei, in attesa del momento adatto per prendere possesso del corpo ospitante. Certo, povera Laura: suo padre viene posseduto da BOB, sua madre da Judy. Ma che bella famiglia!

Ultima puntata
L’ultima puntata di Twin Peaks ha generato un’eco interminabile di “what the fuck!?”. Cerchiamo di fare un po’ di ordine. Gordon Cole confida ad Albert che Cooper voleva cercare di stanare Judy prendendo “due piccioni con una fava”. I due piccioni da prendere sono rispettivamente: salvare Laura Palmer e appunto fermare (uccidere?) Judy. Nel momento in cui Mr C muore il volto di Cooper si sovrappone alla scena per il semplice motivo che, una volta in cui Coop salva Laura dalla morte, quella linea temporale con Mr C e tutto il resto non esisterà più, se non nei ricordi dello stesso Cooper. Penso sia il motivo per cui Cooper dirà che “viviamo in un sogno”: ormai tutto ciò che abbiamo visto finora non esisterà più, visto che Cooper salvando Laura ha modificato il futuro (“Il passato decide il futuro”). Quindi, dicevamo, il primo “piccione” è salvare Laura: fatto. Ora la vuole portare a casa, dunque a casa Palmer, dove la ragazza (“The one”, la sola, quindi l’unica che può fronteggiare il male?) dovrà vedersela con Sarah/Judy, permettendo a Cooper di prendere anche il secondo “piccione”. Le cose vanno però diversamente: i due vengono spediti in una dimensione parallela, dove tutto è diverso (Dale Cooper diventa Richard, Laura è Carrie, Diane è Linda, le automobili, le case e le vite delle persone sono cambiate). Lo stesso era successo a Phillip Jeffreys mentre dava la caccia a Judy: ha cambiato così tante linee temporali da perdersi e trasformarsi alla fine in una specie di teiera gigante (vabbè!).

L’urlo di Laura
L’ultimo frame della terza (e ultima?) stagione di Twin Peaks è riservato all’urlo di Laura Palmer che ci frantuma le orecchie. La ragazza viene portata a casa Palmer, che però nella realtà parallela appartiene alla Signora Tremond. Nel momento in cui Cooper le domanda “in che anno siamo?”, rendendosi conto che c’è qualcosa che non va, una voce che chiama Laura risveglia la ragazza, facendole ricordare l’orrore che ha subito nella linea temporale che ci ha accompagnato per venticinque anni. E qui veniamo alla questione successiva.

Who is the dreamer?
Chi è che sogna? Ricordate la frase sibillina pronunciata da Monica Bellucci a Gordon Cole? “Siamo come colui che sogna, che sogna e che dentro al sogno ci vive. Ma chi è che sogna?”. Bene, diciamolo, colei che sogna è Laura: secondo me è evidente dall’urlo finale che riporta la sua mente alla “realtà”. Non si tratta di un sogno vero e proprio ma di una realtà parallela in cui Judy ha spedito la ragazza per renderla innocua, assopita, lontana dai demoni di Twin Peaks (infatti Laura/Carrie è in Texas, dalla parte opposta rispetto allo stato di Washington). Si vede che Judy teme Laura Palmer, ha bisogno di vederla morta (BOB l’aveva uccisa) o lontana il più possibile. D’altronde Laura era stata “creata” dal Pompiere per contrastare la minaccia portata dal Male. Il suo urlo e l’aiuto di Cooper la fanno rinsavire: il Male è finalmente in pericolo e il Bene vincerà? E chi lo saprà mai. La cosa certa è che finché ci sarà Cooper al suo fianco, Laura potrà contare su un alleato fidato e coraggioso, in questa ormai eterna diatriba tra Bene e Male.

Al momento non mi vengono in mente altre questioni irrisolte, ma ce ne saranno moltissime altre sicuramente (se volete, aggiungete le vostre domande nei commenti). David Lynch recentemente ha detto che la migliore interpretazione è quella che ognuno vuole dare: ogni spettatore può vedere ciò che vuole nel finale e creare così la propria realtà parallela. Io ho detto la mia e seppur in principio fossi rimasto spiazzato da un finale così aperto e misterioso, ora che sono passati dieci giorni lo ritengo perfetto. Ad ogni modo tra poco più di un mese avremo David Lynch al Festival di Roma, vedremo se il regista parlerà ancora di questo misterioso finale e se annuncerà qualcosa di importante per il futuro… Non penso ci sia bisogno di una quarta stagione (per quanto, ahi ahi ahi, quanto mi piacerebbe), perché Twin Peaks, nella sua imperfezione e nel suo inestricabile mistero, è perfetto così com’è. Mi auguro soltanto una cosa: speriamo che Cooper non diventi una teiera gigante.

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Recensione “Dunkirk” (2017)

Un paio di premesse: la prima è che quando ho sentito che doveva uscire un altro film sulla Seconda Guerra Mondiale il mio istinto mi ha suggerito un eloquente “che palle”. La seconda premessa riguarda il regista: Nolan in passato mi ha fatto strappare i capelli dalla meraviglia, ma ormai è già qualche anno che ha smesso di convincermi: l’ultimo Batman l’ho trovato insopportabile, mentre “Interstellar” era stupendo tecnicamente quanto debole a livello narrativo. Insomma, non è che fossi così convinto di questo “Dunkirk” (ma poi perché nel titolo italiano lasciare il nome inglese della città francese di Dunkerque? Come se in Italia producessero un film sulla città tedesca Mainz e nei paesi anglofoni lasciassero il titolo italiano, cioè Magonza). Questioni toponomastiche a parte, dicevo che non sono partito convinto a proposito di questa operazione; poi però è successo che a luglio tutto il mondo conosciuto ha cominciato a osannare il film di Nolan: la cosa più importante che ho letto diceva che “sembrava un film di Stanley Kubrick” (non ricordo chi l’avesse detto, ma penso che dovrebbe rispondere di tutto ciò in qualche tribunale). Insomma, mi ero convinto di trovarmi davanti ad una sorta di epifania cinematografica, una di quelle opere capace di cambiare la mia concezione della settima arte. “Dunkirk” invece è “soltanto” un bel film, magari anche un gran bel film, che però non si avvicina assolutamente dalle parti del capolavoro, come hanno cercato di farmi bere da mesi.

La storia si basa sulla battaglia di Dunkerque, una delle storie più incredibili accadute durante la Seconda Guerra Mondiale, che già in passato aveva avuto l’onore di essere trasformata in un film. In poche parole: le truppe anglo-francesi, braccate dall’esercito nazista, riuscirono ad essere evacuate dal porto di Dunkerque grazie ad un vero e proprio miracolo militare (anche se nel film di Nolan i francesi sono pressoché inesistenti e già questa scelta narrativa dovrebbe dar da pensare). La cosa più bella di questo film è senza dubbio l’idea di raccontare le tre linee narrative (terra, acqua e cielo) in tre lassi temporali differenti (una settimana, un giorno, un’ora), per poi farle coincidere nel climax finale. Idea straordinaria. Un’altra cosa che ho amato molto è l’assenza visiva del nemico tedesco, la cui presenza si fa sentire dal fischio delle pallottole e dalle esplosioni assordanti delle sue bombe. Cose meno belle? Un’ora e mezza di colonna sonora, pesante, opprimente, che dà l’impressione di esser stata messa là proprio per coprire le magagne del regista (la parte legata al cielo, dunque all’aviazione, si serve della musica per dare pathos ad una serie di inutili primi piani sui piloti).

Ripeto: è un film bellissimo che rischia di annegare nel suo realismo, una pellicola di grande potenza che paradossalmente paga in maniera eccessiva la campagna messa in atto per supportarlo. Resta comunque un film da vedere, se non altro per la sua durata: un’ora e quaranta passa sempre abbastanza in fretta. A mio modesto parere non è uno dei film dell’anno, ma senza dubbio è il primo grande film della nuova stagione cinematografica: buon anno a tutti, se questo è l’inizio, direi che ci aspettano grandi cose.

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Twin Peaks 2017: Andiamo a casa (Episodio 17-18)

Twin Peaks è finito. Forse. Diciamo che per ora è finito, forse per sempre, forse no, come il finale lascia intendere. Ne abbiamo ancora bisogno. C’è ancora tanto da dire, tantissimo da raccontare, dopo una doppietta finale che prima ci coccola nella sua perfezione per poi lasciarci basiti nel suo nuovo mistero, verso una scena finale che mette i brividi, brividi che poi ti accompagnano per tutta la notte. Se l’Episodio 17 è più o meno meraviglioso, l’Episodio 18 sembra più la prima puntata di una nuova stagione, con tutta la sequela di domande e situazioni per cui non abbiamo risposte (ma qualche teoria sì, come vedremo dopo). Sarà un articolo molto lungo, quindi facciamoci prendere per mano da Cooper ed entriamo in questo mondo assurdo e strabiliante. Vai con la sigla.

Part 17

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Twin Peaks 2017: Io sono l’FBI (Episodio 16)

Una settimana. Ancora una settimana, sette maledettissimi giorni e Twin Peaks finirà, presumibilmente, per sempre. Io non credo di essere pronto a questo. I botti di queste ultime puntate non fanno che confermare ciò che avevamo sempre sospettato: siamo testimoni di qualcosa di storico, di un capolavoro che verrà visto, rivisto, studiato, teorizzato e finalmente compreso. Anche questo episodio non è certamente avaro di sorprese, in un susseguirsi di scene madri che rendono la sedicesima puntata senza dubbio indimenticabile. Il motivo numero uno, neanche a dirlo, è il momento che tutti noi attendevamo da 25 anni. Stiamo per entrare in zona spoiler. La stiamo attraversando. Ultimo avviso. Ci siamo: Cooper è tornato! “Finalmente”, come afferma Mike. Vorrei parlare subito di questo ma cerchiamo di fare i bravi: atteniamoci alla cronologia, torneremo su Cooper tra qualche riga. Sigla.

Un sottofondo musicale inquietante e la soggettiva notturna di un’automobile sulla strada fa capire immediatamente che l’apertura della puntata è per Mr C. Lui e Richard arrivano al punto delle coordinate che Cooper malvagio aveva ottenuto da Ray, da Philip Jeffreys e da Diane. Mr C, che stupido non è, manda Richard nel punto esatto indicato dalle coordinate, dando un’ennesima conferma sulla sua paternità (“Sono più vecchio di te di 25 anni”, coincide tutto direi!). Il figlio di Audrey viene folgorato da una scarica elettrica, sotto gli occhi del suo malvagio padre: “Goodbye my son”. Jerry Horne, finalmente fuori dal bosco in cui si era perso, è testimone della scena. Anche Richard è dunque fuori dalla serie (ma direi che non ne sentiremo la mancanza).

Dalla notte di Twin Peaks saltiamo ai colori caldi del Nevada: eccoci a Las Vegas, fuori dalla casa di Dougie Jones. Cosa sarà successo dopo la scossa elettrica della scorsa puntata? Ancora non lo sappiamo perché fuori da casa sua ci sono Tim Roth e Jennifer Jason Leigh che aspettano il nostro Dougie per farlo fuori. In quel momento giungono sul luogo l’FBI e anche i fratelli Mitchum, mentre Roth e Leigh finiscono casualmente nel mezzo di una sparatoria causata da un parcheggio fatto male (se vivessero a Roma dovrebbero sparare a mezza città…). La coppia mandata da Mr C soccombe in una scena surreale in cui il vicino di Doug gli spara addosso una mitragliata pur di sostenere le sue ragioni a proposito del parcheggio. “Ma che cazzo di quartiere è?”, commenta Bradley Mitchum, non a torto. “La gente è molto stressata”, gli risponde il fratello.

Dougie, dopo la scossa, è finito in coma. La sua famiglia e il suo capo gli sono attorno, nella speranza di vederlo tornare tra loro. Poco dopo, mentre Janey-E e Sonny Jim sono fuori, Bushnell sente uno strano rumore nella stanza (il suono che sentivano Horne e Kimberly nel Great Northern?). Il capo di Dougie si allontana nel corridoio e la coscienza di Dale Cooper torna finalmente nel suo corpo: l’Agente Speciale Cooper apre gli occhi e capiamo subito che non si tratta più di Dougie. Mike, in una visione della Red Room, gli dà il bentornato: “Ti sei svegliato, era ora”. Cooper annuncia fiero, davanti a tutti noi: “Al cento per cento!”. Seguono urla di giubilo dagli spettatori di tutto il mondo. Prima di alzarsi dal letto Cooper chiede a Mike di “fabbricare” un altro doppione (allo scopo, come capiremo poco dopo, di ridare Dougie alla sua famiglia). Cooper è tornato! La sua proverbiale favella dà subito disposizioni a tutti e, quando Bushnell gli comunica che l’FBI lo sta cercando, Cooper, accompagnato dalla musica di Badalamenti, replica prontamente: “Io sono l’FBI!”. Vi giuro su Francesco Totti che ho detto “I am the FBI” in contemporanea con Cooper, l’enfasi della scena e il primo piano di Kyle MacLachlan non potevano che regalarci una frase di questo genere. Brividi forti per una frase già consegnata alla storia delle serie tv.

Giungiamo ora alla questione Diane. Era chiaro a tutti che c’era qualcosa che non andasse nella donna. Dopo aver ricevuto un inizialmente sibillino “:-) ALL” da Mr C (tramite SMS), Diane si reca in piano sequenza dai suoi ex-colleghi per raccontare la celebre notte in cui incontrò Cooper due decenni prima. Come avevo già teorizzato nel recap della settima puntata, Diane è stata violentata da Cooper malvagio. La donna poi, sconvolta, confessa di non essere se stessa e, mentre sfodera una pistola per sparare a Gordon Cole, Albert la fredda prontamente. Il messaggio con scritto “All” significava dunque che Diane li doveva uccidere tutti. Il corpo di Diane sparisce nel nulla e Tammy capisce che si trattava anche lei di un tulpa (stessa sorte capitata alla donna del primo caso “Rosa blu”, di cui ci aveva parlato Albert qualche puntata fa). Diane fa dunque la fine del primo Dougie: la ritroviamo nella Red Room, dove Mike gli comunica che è stata “fabbricata”. Le ultime parole dell’ex segretaria di Cooper sono: “Lo so, vaffanculo”. E anche lei svanisce, lasciando dietro di sé la solita palletta (oggi abbiamo scoperto che si tratta di un seme per realizzare questi celebri “doppioni”).

Nella scena successiva Cooper si congeda dalla moglie di Dougie e da suo figlio, dicendogli che l’uomo ritornerà molto presto da loro, per sempre (VOGLIAMO LO SPIN OFF! VOGLIAMO LO SPIN OFF!). Senza dubbio si tratta del momento strappalacrime della puntata: Naomi Watts capisce che Cooper non è Dougie, il figlioletto è distrutto dal dolore, ma Cooper li rassicura entrambi: “I will be back”. Janie-E saluta così la serie con un ultimo bacio e un amorevole “chiunque tu sia, grazie”. Cooper se ne va con i suoi nuovi amici, i fratelli Mitchum, i quali gli hanno preparato un jet privato per portarlo immediatamente a… Twin Peaks, ovvio! La macchina da presa si allontana lemme lemme da Janie-E e suo figlio: una carrellata all’indietro senza dubbio letale per chi ha la lacrima facile. Cooper è proprio come lo ricordavamo: educato, gentile, sempre con una parola carina per tutti. L’eroe di tutti, l’eroe che ci era mancato.

Le sorprese non sono ancora finite, ce ne saranno ancora tre negli ultimi sette minuti (!!!). La scena si sposta come di consueto al Roadhouse dove siamo tutti orgogliosi di presentare Edward Louis Severson: chi cazz’è, direte voi. Mentre voi ve lo chiedevate, io stavo già urlando di gioia: dall’ombra sbuca infatti una chitarra acustica e la voce inconfondibile di Eddie Vedder (annunciato al Roadhouse con il suo vero nome: se lo sapevate anche voi vengo là e vi stringo la mano, amici miei). La canzone eseguita dal frontman dei Pearl Jam si intitola “Out of Sand”, che Vedder ha scritto appositamente per la serie di David Lynch. Colpo di scena numero uno.

Subito dopo l’esibizione di Eddie Vedder Audrey entra (finalmente!) al Roadhouse con Charlie. I due si siedono al bancone, ma non fanno in tempo a fare un brindisi che il presentatore annuncia nientepopodimeno che la “Audrey’s Dance”. Audrey è spiazzata ma, nel momento in cui parte il suo celebre tema (che fa per la prima volta la sua comparsa in questa stagione della serie), comincia a ballare come ai vecchi tempi. “Ma questo non può essere reale!”, urlo io nel buio della mia stanza, per il piacere dei vicini. Colpo di scena numero due.

Il ballo è interrotto da una rissa improvvisa, Audrey corre verso Charlie (e verso di noi), urlando “Fammi uscire di qui!”. Stacco netto: Audrey, senza trucco, sotto una fredda luce a neon, con un vestito bianco che potrebbe essere un camice ospedaliero, si guarda allo specchio e ripete “What? What?”. Ragazzuoli e ragazzuole, anche se non è ancora sicuro al 100%, vi chiedo scusa e sfodero la mia coda di pavone: non posso fare a meno di vantarmi per aver azzeccato la teoria surreale che vi avevo proposto nel riassuntone dell’Episodio 13 (copio-incollo per i più pigri): “L’unica teoria che mi viene in mente è: tutto ciò non è reale. Forse Audrey è ancora in coma e tutto ciò sta avvenendo nel suo cervello. Ma forse sarebbe troppo anche per Lynch”. Sembrerebbe proprio che niente è mai troppo per David Lynch. Colpo di scena numero tre.

La puntata si chiude qui e con i titoli di coda sopraggiunge la consapevolezza che lunedì prossimo, a quest’ora, avremo già visto le ultime due puntate di Twin Peaks. Sarà una doppietta massacrante a livello emotivo ma presumo spettacolare a livello narrativo. Da martedì potremo fondare un gruppo di supporto per i malati di Twin Peaks che rimarranno orfani della serie. Chi viene con me?

Part 16

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Capitolo 227

Agosto vita mia non ti conosco. Già Roma è una città piuttosto surreale durante questo mese (niente traffico, parcheggi vuoti, negozi chiusi), aggiungeteci la visione di tre film di David Lynch, intramezzate da tre puntate della nuova stagione di Twin Peaks, e comprenderete il grado di surrealismo di questo mio pezzo d’estate romana. Ancora una settimanella e si torna alla vita: cinema, ventilatore nell’armadio (speriamo) e un bel piatto di carbonara (ad agosto è proibita, troppo caldo!).

Strade Perdute (1997): David Lynch tra Twin Peaks e Mulholland Drive. La follia è dietro l’angolo e probabilmente con questo film il regista si è “allenato” in vista del suo capolavoro definitivo (Mulholland Drive, appunto). Pochi registi sono in grado di mettere angoscia nello spettatore con una sola inquadratura, e ancora di meno sono quelli che riescono a non farti capire quasi nulla di ciò che succede facendoti però dire: “Però, che bel film!”. Il tizio con la faccia bianca me lo sono sognato la notte. ‘Cci sua.

Il maledetto United (2009): Solitamente i film che parlano di calcio sono piuttosto piatti, salvo alcune eccezioni tipo Febbre a 90. Stavolta devo dire che invece la pellicola di Tom Hopper funziona, eccome se funziona, perché riesce a usare il calcio come pretesto per raccontare l’ambizione, il fallimento e il riscatto di un uomo apparentemente infallibile. Oltre a raccontare un calcio per cui non si può non provare nostalgia, lontanissimo rispetto ai milioni del PSG e alle fighette social che vediamo sui campi di oggi.

Lo squalo (1975): Ci sono alcuni film che, pur avendoli visti 842 volte, ogni volta che li trovi per caso in tv li devi rivedere. Nonostante l’aver visto questo film in tenera età abbia provocato in me una sorta di terrore per l’alto mare (anche se presumo che in Puglia, dove vado solitamente al mare, non ci siano tutti ‘sti squali bianchi), ogni volta che lo guardo è un’emozione. Perché tutti noi nella vita abbiamo momenti in cui ci serve una barca più grossa e poi ci arrangiamo sempre con quella che abbiamo… Capolavoro.

Velluto Blu (1986): Altro noir firmato David Lynch, forse il suo film più riuscito tra quelli girati nel secolo scorso. Il giovane studente Kyle MacLachlan indaga, insieme a Laura Dern, sul caso di un orecchio mozzato ritrovato su un campo dietro casa sua. La storia che ci sarà dietro, neanche a dirlo, è folle (mamma mia Dennis Hopper, che fenomeno nella parte del cattivo!). Dietro tutto ciò c’è la perdita dell’innocenza adolescenziale, la scoperta che esiste un mondo malvagio dietro le staccionate bianche e le rose gialle. Ottima la colonna sonora (dove spicca, al di là della “Blue Velvet” che dà il titolo, la splendida “In dreams” di Roy Orbison).

Cuore Selvaggio (1990): Ultimo boccone di questa scorpacciata di film di Lynch. Un road movie atipico, con Nicolas Cage che fugge insieme alla bella Laura Dern verso un futuro tutto da scrivere ma soprattutto lontano dalla madre di lei, che è una psicopatica. I due si amano e questo potrebbe bastare in un mondo in cui il cuore delle persone è selvaggio e dove le regole sono tutte da scrivere. Anche qui il cattivo di turno è tutto un programma: Willem Dafoe geniale. Finale splendido con (SPOILER) Cage che canta “Love me tender” sul cofano di un’auto. Bellissimo, nonostante il grottesco omaggio al Mago di Oz.

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