Capitolo 243

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La vita è un’altalena tra una serie tv e qualche bel film. Nel senso che appena smetto di seguire serie tv mi ritrovo con un sacco di film da vedere. Giugno è giunto, comincio a intravedere le vacanze e già sono mentalmente proiettato nel mio paradisiaco rifugio pugliese a guardare Netflix sotto le stelle (oltre che a sguazzare nel mare e a mangiare cose buone, ma questo è un altro discorso). Tra una settimana inoltre cominciano i Mondiali e, anche senza Italia, sarà molto dura far coesistere il cinema con, che ne so, Giappone-Senegal.

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Recensione “Tito e gli alieni” (2018)

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Ogni tanto il cinema italiano tenta di osare un po’ di più, di prendere una strada un po’ più difficile per raccontare qualcosa di intimo, senza però perdere i tratti distintivi che contraddistinguono da sempre la nostra storia: ironia, leggerezza e un po’ di malinconia. La regista Paola Randi affronta il delicato tema dell’elaborazione del lutto in una chiave del tutto originale, immergendo i suoi personaggi nella desolazione del deserto del Nevada, a due passi dalla quasi mitologica Area 51, dove gli scienziati cercano segni di vita dallo spazio profondo. Vita e morte sono infatti le chiavi di lettura di questo film, a tratti ingenuo, con qualche difetto di fondo, ma con un cuore grande e un’aura favolistica che riesce a fare breccia anche nell’animo dello spettatore più esigente (con il contributo degli Eels e della bellissima “That Look You Give That Guy”).

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Capitolo 242

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Anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio (non c’entra niente ma è sempre bello citare De Andrè), la vita del cinefilo è andata avanti imperterrita, aiutata dal maltempo e dal fomento proveniente da Cannes. In questo capitolo tutti film presenti attualmente al cinema tranne un recupero recente e un altro di vecchia data, oltre al solito punto sulle serie tv, ormai imprescindibile. Mentre maggio finisce, summer is coming…

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Recensione “Cobra Kai” (2018)

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Barney Stinson in “How I Met Your Mother” ha sostenuto per tanti anni l’idea che Johnny Lawrence fosse in realtà il vero personaggio positivo di “Karate Kid”, film di culto del 1984 in cui il biondo studente del Cobra Kai veniva sconfitto durante la finale del torneo cittadino di Karate dal protagonista Daniel LaRusso (io spero vivamente che queste righe introduttive siano inutili, perché se non conoscete il colpo della gru allora vuol dire che avete davvero avuto una brutta infanzia). Era proprio dai tempi della celebre sitcom che Ralph Macchio e William Zabka non apparivano sullo schermo: tutto ciò fino ad oggi, perché i due Karate Kids sono cresciuti e sono tornati in una delle serie rivelazione dell’anno, “Cobra Kai”, in cui Johnny Lawrence, antagonista per eccellenza nel film di John G. Avildsen, è invece il protagonista della serie, un antieroe in cerca di riscatto, come poteva essere il wrestler di Mickey Rourke o il Rocky Balboa di Stallone.

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Recensione “Mektoub, My Love: Canto Uno” (2017)

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2 ore e 54 minuti che volano in un soffio, come un’estate carica di desiderio. Un’estate che vola via tra gli sguardi dei suoi personaggi, sui sapori dei pasti che consumano, sulle note assordanti delle musiche che ballano. Abdellatif Kechiche, dopo il meraviglioso “La vita di Adele”, si conferma ancora una volta un maestro puro che attraverso il suo cinema riesce ad immergerci profondamente nei pensieri dei personaggi: l’utilizzo costante della camera a mano, uno dei marchi di fabbrica del regista, ci trasporta tra i vicoli di Sète (paesino del sud della Francia in cui si svolge la storia) e abbiamo quasi l’impressione di sentire sulla nostra pelle la canicola estiva, gli odori della campagna o il mormorio rinfrescante del mare.

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Recensione “Solo – A Star Wars Story” (2018)

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Ron Howard riesce nella sfida più difficile: far sembrare credibile il suo protagonista. Il resto è cibo per i fan di Star Wars e penso che possa andarci benissimo così. Voglio dire, ci sono Chewbecca, il Millennium Falcon e Lando Carlissian, quanto basta per acquistare un biglietto e volare al cinema. Alden Ehrenreich deve aver studiato molto il volto e la gestualità di Harrison Ford, perché il suo Han Solo piace, è la canaglia che abbiamo sempre amato e, nonostante la diffidenza che potevamo riservargli, funziona.

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Recensione “How I Met Your Mother” (2005-2014)

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Due mesi fa, quasi per sbaglio, mi sono messo a guardare la prima puntata di “How I Met Your Mother”, un po’ per curiosità, giusto per ammazzare il tempo una ventina di minuti prima di passare ad altro: è andata a finire che mi sono visto nove episodi uno dopo l’altro. Proprio io che non ho mai amato le sitcom, che sono uno dei pochi a non sapere a memoria le battute di “Friends”, che ha sempre trovato irritante “The Big Bang Theory” e che, da questo punto di vista, non era mai andato oltre “Happy Days”. Due mesi sono bastati a completare nove stagioni, 208 episodi, lasciandomi adesso un’incredibile sensazione di vuoto, tipico di quando si passa molto tempo in compagnia di un gruppo di personaggi ai quali inevitabilmente ci si affeziona. Da quell’episodio pilota non sono più riuscito a smettere, sorprendendomi di quanto questo show potesse essere divertente e appassionante.

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