Il meglio del Sundance Film Festival 2018

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Si è concluso due giorni fa il Sundance, festival di cinema indipendente creato da Robert Redford, ormai diventato un punto di riferimento fondamentale per i cinefili di tutto il mondo: basti pensare che a questo festival, negli anni, sono state presentate pellicole come “Le Iene”, “The Blair Witch Project”, “Little Miss Sunshine”, “Donnie Darko”, “Clerks”, “Moon”, “500 Giorni Insieme”, “Whiplash”, “Boyhood”, “Manchester by the sea”, “Prossima Fermata: Fruitvale Station” o la sorpresa degli Oscar 2018 “Scappa – Get Out”, solo per fare alcuni nomi. L’edizione 2018 è stata vinta da “The Miseducation of Cameron Post” di Desiree Akhavan, film ambientato in un centro di conversione per omosessuali. Non potendo fisicamente essere a Park City, nello Utah (anche perché al Festival sono ammessi solo corrispondenti di testate statunitensi), sono andato a fare le pulci a qualche sito americano per cercare i migliori titoli di questa edizione. Chissà quali di questi film riusciremo a vedere in Italia, nel frattempo lasciamoci incuriosire da questa lista…

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Recensione “Un sogno chiamato Florida” (“The Florida Project”, 2017)

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Bastano cinque minuti per innamorarsi di questo film: i colori lillà degli edifici, i toni caldi della Florida, dei bambini che urlano e sputano per gioco. Un’atmosfera già perfettamente delineata: come ho detto bastano solo cinque minuti, e si è già dentro al film. Dopo aver sorpreso gli Stati Uniti con una pellicola incredibile girata interamente tramite I-Phone (“Tangerine”, del 2015), Sean Baker non solo concede il bis, ma regala al cinema una di quelle storie destinate a restare impresse nel cuore e negli occhi dello spettatore. Dopo aver raccontato l’assolato Natale losangelino, Baker cambia costa e si trasferisce in Florida, nella paradisiaca Orlando, dove però a due passi da alberghi di lusso e la Disneyland dei turisti c’è una realtà squallida e complicata, all’interno della quale crescono i bambini protagonisti del film, in una sorta di “Gli anni in tasca” in versione suburbana.

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Parte la campagna “è Una Vita da Cinefilo se…”

Da ieri sui social si sono cominciate a vedere molte immagini con lo sfondo nero, un personaggio cinematografico inconfondibile e una frase a caratteri cubitali: “è una vita da cinefilo se…”, seguita da piccoli riferimenti al personaggio in questione e alla nostra vita da appassionati di cinema. Si tratta della nuova campagna volta alla conoscenza di questo spazio cinematografico e alla condivisione della nostra comune passione. Largo dunque a Darth Vader, al dottor Emmet Brown, ai Blues Brothers, a Laura Palmer, a Mia Wallace e a molti altri protagonisti della nostra vita. Scaricate le immagini e condividetele con i vostri amici! E per voi è una vita da cinefilo se..?

Vivi la tua Vita come un film.
Leggi Una Vita da Cinefilo.

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Recensione “Il Filo Nascosto” (“Phantom Thread”, 2017)

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Una buona abitudine che ho preso negli ultimi mesi è quella di non guardare più trailer di film che già so che devo vedere, di film che sia per il nome del regista o per l’argomento trattato non hanno bisogno di presentazioni. In questo caso non avevo assolutamente idea di cosa trattasse la storia, a parte qualcosa a proposito di moda, ma il nome di Paul Thomas Anderson era più che sufficiente per trascinarmi davanti allo schermo senza farmi troppe domande. Tutto ciò per dire che ho affrontato la storia senza sapere cosa aspettarmi: una storia d’amore? un thriller? un dramma? Le premesse c’erano tutte, la prima mezzora è alquanto intrigante, ma se da un punto di vista tecnico Anderson conferma ampiamente di essere un regista grandioso (il film a livello visivo è davvero un immenso piacere), la storia non è riuscita del tutto ad agganciarmi, lasciandomi piuttosto perplesso soprattutto nel suo atto conclusivo.

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Primo Poster per “The Irishman” di Scorsese

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Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel. Da quando il film ha cominciato la sua produzione, abbiamo ripetuto questa lista di nomi come una preghiera, come una litania che ci avrebbe accompagnato nei mesi successivi con una voglia di cinema provata raramente in precedenza. Un gangster movie di Martin Scorsese, con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci e Harvey Keitel. Praticamente il sogno di qualunque cinefilo appassionato di “bravi ragazzi”. Continua a leggere

Capitolo 234

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Uno non si può distrarre un attimo che si ritrova a dover scrivere nuovamente di otto film (tutti piuttosto recenti, tra l’altro). Va bene che la mia vita d’inverno è tutta casa e cinema, e che a volte le due cose coincidono, va bene anche che la mancanza di serie tv da seguire in maniera ossessiva ha aumentato la quantità di film, ma così forse sto un po’ esagerando. Scherzo, non mi sto lamentando, anzi, se potessi ne guarderei ancora di più…

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Recensione “La forma dell’acqua” (“The Shape of Water”, 2017)

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Se questo fosse un magazine serio ed importante, oppure una rivista professionale e obiettiva, si parlerebbe di questo film come di un lavoro ben fatto, romantico ma originale, visionario nelle sue imponenti scenografie e magico in alcune magnifiche scene. Purtroppo o per fortuna è “solo” il mio blog, che vi piaccia o meno, e per questo mi sento libero di confessarvi che il film di Guillermo Del Toro mi ha fatto addormentare. Per carità, la regia è davvero bellissima e ciò che ho scritto nella premessa iniziale non può essere assolutamente negato. Però a me queste favole moderne, originali in superficie ma al tempo stesso un po’ scontate, non piacciono proprio e, anche se quando si parla di cinema non si dovrebbe mai usare questo come metro di giudizio, devo dire che la noia è lo stato che ho provato prevalentemente durante le due ore di film.

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Masters of Cinematography #6 – Janusz Kaminski

Sta per arrivare anche in Italia il nuovo film di Steven Spielberg, “The Post”, con Tom Hanks e Meryl Streep. Quale migliore occasione per un nuovo capitolo di Masters of Cinematography se non questa, da dedicare al direttore della fotografia che ha reso grande il cinema di Spielberg negli ultimi venticinque anni? Sto parlando del polacco Janusz Kaminski, in profumo di nomination all’Oscar proprio con “The Post”. Kaminski di statuette ne ha già vinte due (nel 1994 per “Schindler’s List” e nel 1999 per “Salvate il soldato Ryan”), da aggiungere ad altre quattro nomination per la migliore fotografia (“Amistad”, “Lo scafandro e la farfalla”, “War horse”, “Lincoln”). Kaminski, nato a Ziebice nel 1959, arriva negli Stati Uniti nel 1981 come rifugiato politico e sei anni più tardi ottiene una laurea in cinema al Columbia College di Chicago. Sarà l’incontro con Spielberg e lo straordinario lavoro svolto in “Schindler’s List” a cambiargli la carriera, rendendolo uno dei nomi più importanti nel panorama della fotografia cinematografica.

Speciali precedenti:
#1 Nestor Almendros
#2 Vittorio Storaro
#3 Roger Deakins
#4 Emmanuel Lubezki
#5 Sven Nikvist

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Schindler’s List (Steven Spielberg)

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Recensione “The Big Sick” (2017)

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Purtroppo nel momento in cui “The Big Sick” è uscito in sala, il disastroso titolo italiano (“Il matrimonio si può evitare… l’amore no”) era riuscito nella formidabile impresa di tenermi lontano dal volerlo vedere. A fine dicembre però ho trovato la pellicola di Michael Showalter in molte liste dei migliori film dell’anno, a tal punto da incuriosirmi: le commedie romantiche indipendenti mi piacciono, mi sembrava doveroso darle una chance. Ho cominciato così a vederlo senza neanche guardare il trailer, senza sapere niente sulla trama: è così che andrebbe visto ogni film, anche se lo so, è proprio difficile. La prima mezzora mi è sembrato di trovarmi davanti un film sì carino, buffo, ma uguale a tantissimi altri titoli di questo genere. Una sorta di versione cinematografica, un po’ meno geniale, di “Master of None”. Il secondo atto del film però cambia totalmente le carte in tavola, permettendo alle emozioni di prendere il sopravvento, ed è qui che “The Big Sick” riesce a conquistare. Prima di andare oltre, serve un accenno alla trama.

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Recensione “Ella & John” (“The Leisure Seeker”, 2017)

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“Scambierei tutti i miei domani per un singolo ieri” cantava Janis Joplin nell’indimenticabile “Me and Bobby McGee”, canzone portante del primo lavoro in lingua inglese di Paolo Virzì. Ed è un po’ quello che cercano di fare Helen Mirren e Donald Sutherland, la Ella e il John del titolo, tentando di allontanarsi  dagli inevitabili problemi della terza età per ritrovare la libertà e la leggerezza della loro gioventù. Non credo di esagerare nell’affermare che è appena diventato il mio film preferito del regista toscano, in quanto una sorta di summa del suo cinema: c’è ironia e leggerezza, vitalità, ma al tempo stesso dramma, nostalgia, malinconia. Soprattutto c’è amore, tantissimo amore.

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