Masters of Cinematography #5 – Sven Nykvist

Quinto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Dopo gli straordinari Deakins e Lubezki, facciamo un bel salto indietro con gli anni e andiamo ad occuparci dell’uomo che ha reso grande il cinema di Ingmar Bergman: il direttore della fotografia Sven Nykvist. In cinquant’anni di carriera Nykvist ha lavorato ad oltre 130 film, curando venti film di Bergman e vincendo due premi Oscar: uno per “Sussurri e Grida” nel 1973, di cui è impossibile dimenticare la dominante rossa, e un altro nell’83 per “Fanny e Alexander”. Il suo stile è caratterizzato da naturalismo e semplicità, elementi con cui ha sviluppato la sua maestria nell’uso della luce e delle ombre. Celebre per il suo bianco e nero, di cui è forse uno dei più grandi interpreti, con le sue atmosfere ha saputo perfettamente ricreare il mood delle pellicole di Bergman, al quale il suo nome è legato in maniera praticamente indissolubile. Nel 1996 diventa il primo europeo ad entrare nell’American Society of Cinematographers.

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Sussurri e Grida (Ingmar Bergman)

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Fanny e Alexander (Ingmar Bergman)

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Tutte le citazioni di “Stranger Things”

Ho aggiornato l’articolo dello scorso anno dedicato alle citazioni di “Stranger Things”. Ho aggiunto in blu le citazioni e i riferimenti presenti nella seconda stagione. Come sempre se avete suggerimenti e consigli, lasciate pure un commento.

Una vita da cinefilo

Sembra essere diventato il gioco dell’estate: cogliere più citazioni possibili dal nuovo fenomeno televisivo della stagione, l’acclamato e meraviglioso “Stranger Things”, nuova serie tv targata Netflix, capace di trasportarci, nel giro di otto episodi, nei nostri amatissimi anni 80. Sono davvero innumerevoli le citazioni disseminate tra le varie scene di questa serie tv: abbiamo provato a raccogliere qui tutti i riferimenti che siamo riusciti a trovare (e, mi raccomando, se ne avete altri da aggiungere potete continuare la lista sui commenti). Cominciamo a giocare, in rigoroso ordine alfabetico (e fate attenzione, perché quanto segue è pieno zeppo di spoiler, siete avvisati!).

UPDATE: Le citazioni riguardanti la seconda stagione sono scritte in blu.

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Recensione “Stranger Things 2” (2017)

Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per “It” ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di “Star Wars” ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: “Stranger Things”. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevano l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo. Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 “Stranger Things” è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

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La seconda stagione di “Stranger Things” comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

KIDS
I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

ADOLESCENTI
Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

ADULTI
Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de “I Goonies” è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H7 25 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se la scena tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

NUOVI PERSONAGGI
Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di “Stranger Things”, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a “It”). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

ELEVEN
Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

CITAZIONI
Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i “Ghostbusters” e “Indiana Jones” stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai “Gremlins”, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a “It” (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a “L’esorcista” (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente “I Goonies” (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), “Mad Max” e “Jurassic Park” che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

COLONNA SONORA
Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi “Hammer to Fall” dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei “Ghostbusters”, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con “Rock You Like a Hurricane” e i DEVO con “Whip It”, Bon Jovi con “Runaway” e i Metallica con “The Four Horsemen”. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca “Time after Time” di Cindy Lauper (autrice del tema dei “Goonies”, tra l’altro) e “Every Breath You Take” dei Police. Queste solo per citarne alcune.

FINALE
In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 10

Giornata epica. Una di quelle giornate che andrai a ricordare negli anni a venire, alla quale penserai in un freddo pomeriggio d’inverno, mentre fuori piove. Così, all’improvviso, mentre ti troverai a sorseggiare una tazza di tè caldo, ti tornerà in mente quel giorno di tanti anni prima in cui hai ascoltato parlare David Lynch. E ti scapperà un sorriso. Ecco come dovrebbe essere un Festival di cinema: la Festa di Roma si fa perdonare le code chilometriche, alcuni film brutti, la bizzarra programmazione. Tiè, si fa perdonare pure per la mancanza del caffè in sala stampa. Nel giorno di chiusura, veri e propri fuochi d’artificio.

Prima di arrivare al doppio incontro con Lynch (quello stampa e quello per il pubblico), partiamo subito dalle cose formali: il Premio del pubblico per il Miglior Film di questa 12a Edizione è andato a “Borg McEnroe”, al quale non manca nulla per un premio di questo tipo: una storia vera, intrattenimento, ritmo, ottimi attori e una buona dose di coinvolgimento. Uscirà al cinema giovedì prossimo, quindi potrete recuperarlo presto. Ma torniamo a noi e cominciamo tutto dal principio, ovvero dal mattino. Esco di casa verso le 8 del mattino e la mia 600 blu è avvolta da una nebbia irreale, che accompagnerà il mio viaggio fino all’Auditorium: praticamente il contesto ideale per il cosiddetto Lynch-day, alcuni scorci del Lungotevere sembravano davvero uscire fuori da “Twin Peaks”. Al mattino vedo l’atteso film di Paolo Genovese, “The Place”, dopo l’ottimo “Perfetti Sconosciuti” un altro film girato interamente in un unico ambiente. Valerio Mastandrea è seduto al tavolo di un bar e una serie di persone si rivolgerà a lui per chiedere un accordo: dovranno compiere un’azione ben precisa per ottenere ciò che vogliono. Soltanto un film molto ben scritto può reggere per due ore intorno ad un tavolo e “The Place” ce la fa: non cede un momento, inizialmente incuriosisce per poi progressivamente coinvolgere e spiazzare. Piaciuto.

Dopo il film avevo intenzione di cercare Orlando Bloom dalle parti di Casa Alice, dove avrebbe dovuto tenere un incontro con i giornalisti, ma visto che la conferenza stampa di Lynch è stata anticipata di trenta minuti (e vedendo la fila per entrare) decido di rinunciare a Legolas in cambio di un posto in buona posizione per il Maestro. La conferenza stampa scivola via tra applausi, qualche risata e ottimi spunti. Il momento più memorabile è stato quando un giornalista ha domandato a Lynch cosa pensasse dello scandalo sulle molestie di Hollywood e se prima o poi uscirà fuori anche il suo nome: “Stay tuned!”, la risposta secca del regista, con la sala che veniva giù dalle risate. Lynch ha parlato poi di meditazione trascendentale e di come questa tecnica lo abbia aiutato a scaricare lo stress e a trasformare la sua creatività in un flusso inarrestabile al quale più volte è riuscito ad abbandonarsi. Se i risultati sono la sua filmografia, domani comincio a meditare pure io. Secondo Lynch il segreto per fare bene qualunque lavoro è la gioia, l’entusiasmo nello svolgere anche l’impiego meno stimolante, e ha spiegato che molti registi fanno cinema per soldi, per il business, ma alcuni lo fanno davvero per amore. Ah, Lynch conferma di non essersi pentito di aver girato “Dune” al posto de “Il ritorno dello Jedi”, che gli era stato offerto da Lucas ma che lui ha rifiutato. Subito dopo la conferenza l’uomo più atteso di questo Festival si è fermato per molto tempo a firmare libri, quaderni, locandine e quant’altro. Io, come al solito, ho lentamente conquistato una postazione ideale per scattare decine di fotografie e alla fine, già che c’ero, mi sono fatto firmare un taccuino. Poi, dal nulla, un attimo prima di vederlo andar via, riesco a fargli un ritratto. Fare il ritratto a David Lynch significa che per me è tempo di appendere la macchina fotografica al chiodo, la mia carriera ha ormai raggiunto il suo apice.

Dopo un pranzo fugace a base di pane e prosciutto e mezzo pacco di Ringo al cioccolato, incontro per caso Valerio Mastandrea, che tra poco dovrà andare in conferenza stampa per “The Place”. Scambiamo due battute sulla Roma e, niente, io a Mastandrea lo adoro proprio. Subito dopo arriva il momento fatidico: devo cominciare la fila. Sono le 14.15 e l’incontro di Lynch con il pubblico sarà alle 17.30. In quanto pubblico l’incontro è riservato a chi ha acquistato il biglietto, gli accreditati potranno riempire i posti rimasti vuoti fino all’esaurimento della sala (è così per ogni proiezione o incontro pubblico). Come dicevo, mancano ancora più di tre ore e davanti a me ci sono già una cinquantina di persone, ma resto ottimista: la Sala Sinopoli è grande e in queste occasioni speciali permettono sempre di sedersi sui gradini, nel caso non ci dovesse essere altro spazio. Mi armo di buona volontà e mi siedo sul pavimento, tre ore passeranno in fretta: comincio a leggere “Mindhunter” (grazie a Pierluca per la dritta), per prepararmi al meglio prima di vedere la serie su Netflix. Dopo alcune decine di pagine alcuni amici accorrono a farmi compagnia e senza neanche accorgermene si fanno le 17.30. Riesco ad entrare in sala e mi siedo sui gradini. Lynch viene accolto da una cascata di affetto, vengono mostrate alcune clip tratte dai suoi film, il regista parla del suo amore per Philadelphia (di cui ama lo sporco, la corruzione, la follia) e per Los Angeles (splendida per la sua incredibile luce). Subito dopo ci vengono mostrate alcune opere d’arte che l’hanno ispirato (Francis Bacon su tutti) e subito dopo tre video tratti da film da lui amati. Ci sono “Lolita” di Stanley Kubrick, “Viale del tramonto” di Billy Wilder e “Otto e mezzo” di Federico Fellini. Lynch racconta che a Los Angeles, per raggiungere gli studi della Paramount, bisogna passare da due strade, Gordon e Cole: “Sono certo che Wilder, nel fare il tragitto quotidiano verso gli studios, abbia preso da qui il nome per il suo personaggio (Gordon Cole), lo stesso nome che io poi ho riproposto in Twin Peaks”. “Lolita” invece è per lui un film privo di difetti, mentre su Fellini racconta un paio di aneddoti molto belli: “Sognavo da tempo di conoscere Federico. Una sera ero a cena con Silvana Mangano e Marcello Mastroianni, era una cena a base di funghi. Dissi a Marcello quanto amassi Fellini e lui il giorno dopo mandò un’auto al mio albergo per portarmi a Cinecittà ed incontrare Federico, con il quale ho passato l’intera giornata. Qualche anno dopo tornai in Italia per girare una pubblicità della Barilla, e Tonino Delli Colli, il direttore della fotografia, mi disse che Fellini era in ospedale. Lo andai a trovare e c’era con lui anche un giornalista, Vincenzo Mollica. Dissi a Fellini di riprendersi presto, perché tutto il mondo aspettava un suo nuovo film. Due giorni dopo entrò in coma e morì dopo poco tempo. Anni dopo incontrai di nuovo Vincenzo, mi disse che subito dopo che uscii dalla stanza di Fellini, Federico disse di me: “È un bravo ragazzo””. Applausi e un po’ di emozione: non so gli altri presenti, ma io ho avuto come l’impressione di guardare dal buco della serratura e per un attimo sentirmi parte di un mondo che non mi appartiene, un mondo dove i miti, i maestri, i grandi del cinema sono soltanto esseri umani. È stato davvero bello.

In chiusura, Paolo Sorrentino è salito sul palco per consegnare a David Lynch il premio alla carriera: “Sono onorato di essere qui per dare questo premio al Maestro, ho un po’ di febbre stasera, ma sarei venuto a dare questo premio anche in barella”. Quindi gli applausi e la standing ovation. Tutto quasi commovente, senza dubbio emozionante. Abbiamo assistito a qualcosa di poco convenzionale, ho avuto l’onore e la fortuna di potervelo raccontare, a grandi tratti, con manciate di errori grammaticali (è mezzanotte e il sonno mi sta distruggendo), ma ero lì, come c’ero nei Festival degli anni passati per Al Pacino o per Bruce Springsteen, gli altri due di questo ideale podio di incontri che più mi hanno segnato durante le dodici edizioni di questa manifestazione.

Finisce qui, per quest’anno, il mio racconto della Festa del Cinema: un diario sporco, brutto e cattivo, ma sicuramente vero, sentito. Un racconto quotidiano di emozioni e di sbadigli, di recensioni scritte male, di testi non riletti, di errori sintattici e grammaticali. Ma forse per questo anche un po’ più reale, scritto di getto e col cuore. Vorrei avere meno sonno e scrivervi molto di più su questo doppio incontro, ma mi dilungherei e finirei con l’annoiarvi (se non l’ho già fatto!). Grazie per avermi seguito fino in fondo: da domani si torna alla vita reale, con la consapevolezza, oggi ancora più forte di prima, che il cinema sarà sempre là a salvarci la vita. Parafrasando il vecchio Tuco: “è una gran cosa sapere che, vento o pioggia, c’è sempre un bel film che ti aspetta”.

_MG_9684Foto by Alessio Trerotoli

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 9

Penultimo giorno di Festival. Nell’aria si avverte un po’ di stanchezza e anche un po’ di malinconia. Ho sempre visto questi dieci giorni annuali all’Auditorium, oltre che come una bella esperienza di “lavoro”, anche come una sorta di gita scolastica: si passano molto tempo insieme ad altre persone, dormendo poco, stancandosi, ma facendo una cosa che amiamo tutti molto, cioè vedere film. Alla fine, quando arriva il momento di tornare alla realtà, alla vita vera, nonostante il dolce pensiero di potersi fare una bella dormita, resta sempre un po’ di tristezza. In questi dieci giorni abbiamo cavalcato con una famiglia indiana, siamo stati picchiati dalla polizia di Detroit, abbiamo viaggiato con tre veterani del Vietnam sulle strade d’America, pattinato sul ghiaccio, pilotato robot giapponesi, rapinato corse automobilistiche, siamo finiti in un carcere thailandese, abbiamo disputato la finale di Wimbledon e molte altre cose (e ti credo che siamo stanchi!).

Stamattina abbiamo visto “Borg McEnroe”, buonissimo film del danese Janus Metz Pedersen. La storia, come potete immaginare dal titolo, è incentrata sulla storica finale di Wimbledon tra Bjorn Borg e John McEnroe, una sfida che è entrata negli annali del tennis. La pellicola racconta bene i due personaggi, così diversi per carattere e stile di gioco. Nel 1980 Borg cercava di vincere Wimbledon per la quinta volta, McEnroe invece cercava il primo successo, che lo avrebbe portato ad essere il numero 1 al mondo. Ovviamente non vi dirò com’è andata e se non lo sapete già potrete scoprilo al cinema tra una settimana… Ad ogni modo, non so perché, temevo di vedere una sorta di “Rush” meno interessante, mentre invece è stato davvero un film ben fatto, coinvolgente, interpretato benissimo. Insomma, merita una capatina al cinema.

Alle 11 invece ho assistito a tutt’altro, “NYsferatu” di Andrea Mastrovito, una vera e propria sorpresa, la classica chicca da Festival che stavo tanto aspettando. Si tratta di un film d’animazione girato interamente con il carboncino (se non dico stupidaggini), in cui i personaggi del “Nosferatu” di Murnau sono stati praticamente ricalcati e inseriti in un contesto attuale. Ed è così che la Wisborg del 1922 diventa New York e che i Carpazi si trasformano in Aleppo, con la sua guerra e le devastazioni (motivo per cui il Conte vuole trasferirsi negli Stati Uniti). Anche le didascalie si prestano al gioco del film, che ho trovato davvero geniale. Il problema forse è che se non si conosce abbastanza bene il film di riferimento la visione potrebbe risultare meno ricca (anche perché in questo caso si perderebbero alcune sfumature di attualità di cui l’adattamento si avvale in ogni dettaglio). Ad esempio: forse avete presente quella scena in cui Orlok, salendo le scale per la stanza di Ellen, proietta la sua ombra sulla parete, inquietante e angosciosa. Nel film del 1922 il conte saliva su una normalissima rampa di scale, nella pellicola di Mastrovito invece il vampiro si inerpica sulle classiche scale antincendio newyorkesi. In tutto ciò va sottolineata la strepitosa colonna sonora, che tra l’altro stasera, durante la proiezione per il pubblico, sarà eseguita live da un’orchestra (se ho capito bene, lo so che non è molto professionale dare informazioni così a caso ma vorrei ricordarvi che 1) non sono un professionista e 2) c’ho sonno).

Per il resto sono giunte informazioni certe sul programma di domani, che ha un nome e un cognome ben preciso: David Lynch. Il regista di “Twin Peaks” (tra le altre cose) incontrerà il pubblico e spero pure me alle 17.30: spero di esserci perché l’incontro, in quanto pubblico, permetterà l’ingresso a noi accreditati soltanto per riempire i posti rimasti vuoti. Sarò costretto dunque a mettermi in fila tre ore prima e sperare di essere tra i fortunati che entreranno in sala. La notizia buona è che, ad ogni modo, riuscirò a vedere David Lynch al mattino: è stato annunciato proprio oggi un incontro con la stampa per le 12.30, al quale entrerò sicuramente. Se avete domande per Lynch fatevi avanti: se mi sentirò ispirato ne sceglierò una e la riporterò al regista (però non chiedetemi cose tipo “Che significa il finale di Twin Peaks?”). Domani quindi, per vedere Lynch al mattino, mi perderò la proiezione di “Mudbound” (di cui si parla molto bene, ma che comunque uscirà su Netflix tra un paio di settimane…).

Il penultimo giorno, per me, finisce qui. Ha smesso di piovere ma il cielo resta grigio. Faccio fatica ad andar via perché so che domani la giostra si ferma e vorrei restare qui tutto il giorno, ma non sono più il ghepardo di una volta. Dieci anni fa (anche meno) guardavo quattro film al giorno, scrivevo 800 articoli e scattavo 9283 fotografie al dì, adesso, come si dice a Roma, “nun c’ho davero più er fisico”. In compenso ieri ho finito la seconda stagione di “Stranger Things”, quindi tenetevi pronti perché dalla prossima settimana ricomincio a tormentarvi con le recensioni. Auguri.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 8

Niente David Lynch oggi, la mia talpa all’interno dell’albergo dove certamente alloggerà in questi giorni il regista non mi ha fatto sapere più niente e quindi, non avendo in mano notizie certe sull’orario in cui Lynch sarebbe arrivato, ho preferito evitare un appostamento. Ad ogni modo la giornata è iniziata clamorosamente bene: so che ci tenete molto a sapere com’è andato il mio viaggio sulla metro e vi posso tranquillizzare subito dicendovi che sono riuscito addirittura a trovare il posto a sedere sia a Termini che sul tram. Momento più unico che raro (forse un po’ troppa gente si sta facendo il ponte del 1 novembre). Passiamo ora a qualcosa di meno interessante: il cinema.

Dovete sapere che prima di ogni proiezione c’è una clip di circa un minuto con una scena musicale tratta da grandi film del passato. In questi giorni ci siamo trovati di fronte “Cabaret”, “The Producers”, “Pulp Fiction” e altri, ma la clip più bella resta quella di stamattina: Ray Charles e i Blues Brothers, quando ci regalano “Shake a tail feather”, fanno scatenare la sala (producendo un mormorio alla fine del video che si potrebbe tradurre in qualcosa come: “Fateci vedere Blues Brothers”). Altro mormorio un minuto dopo: prima dei titoli di testa di “A prayer before dawn”, compare il logo del Festival di Cannes con la scritta “Official Selection” e per un momento crediamo davvero di trovarci sulla Croisette. Il film di Jean-Stephane Sauvaire arriva direttamente dalla selezione ufficiale di Cannes e, se ieri mi lamentavo della mancanza di “film da Festival”, oggi posso dire di esser stato accontentato. Il film racconta la storia vera di un pugile inglese, Billy Moore, arrestato in Thailandia per possesso di droga e subito incarcerato in una prigione locale (un carcere thailandese non è proprio una passeggiata di salute). Billy, che comunque non è uno stinco di santo, si ritrova in un’enorme cella piena di assassini tatuati dalla testa ai piedi, che urlano per due ore versi incomprensibili e perdono spesso l’occasione per dimostrarsi dei galantuomini, se così si può dire. L’unica salvezza per il protagonista sarebbe rimediare qualche stecca di sigarette per convincere l’allenatore di Thai-Boxe a prenderlo nella sua palestra. Non vi dico nient’altro perché il film sarà distribuito in Italia, ma posso già rivelarvi che si tratta di un’ottima pellicola: evitatelo se cercate un film classico, ma se siete pronti a soffrire, a subire una caterva di mazzate insieme a Billy (grazie al regista che con questi primissimi piani ci dà l’impressione che stiano menando pure noi), allora si rivelerà un film splendido nella sua cruda realtà.

“Trouble no more” al contrario, pessimo documentario sulla svolta religiosa di Bob Dylan, è “una sòla”, come ha affermato fuori dalla sala un prestigioso giornalista di cui ovviamente non posso fare il nome. Credeteci però: è davvero un lavoro di scarso interesse, senza dubbio atipico nel suo genere: il film comincia come un classico documentario, raccogliendo interviste sulla delusione dei fan di Dylan dopo un concerto a New York (“Non ha fatto neanche una delle vecchie canzoni”, “Amo il sound di Dylan, ma non me ne frega niente delle sue idee religiose” e via discorrendo), subito dopo si trasforma in una cosetta televisiva e poco interessante. Canzoni tratte dal concerto di cui sopra vengono alternate a Michael Shannon che interpreta un predicatore, poco credibile e decisamente fuori luogo. La musica non è male ovviamente (anche se dopo gli anni 60 Bob Dylan ha prodotto tanta spazzatura e pochissime perle), sarebbe stato forse interessante, ai fini del documentario, sottotitolare i testi delle canzoni, invece così si assiste per un’ora ad un’altalena di cinque minuti di canzoni e cinque minuti di prediche. L’unico merito di questo film è stato di averci portato all’Auditorium Michael Shannon, che ha incontrato la stampa (me compreso, anche se c’entro poco) subito dopo pranzo.

L’attore del Kentucky, oltre a dimostrarsi anche lui una persona simpaticissima e disponibile più del dovuto, ha parlato molto di Bob Dylan e del film di cui vi ho parlato poco fa. A quanto pare i sottotitoli alle canzoni non c’erano per il semplice fatto che quel simpaticone di Dylan non vuole che i suoi testi vengano tradotti in altre lingue (e può anche andarmi bene, ma almeno in inglese li potevano comunque mettere…). Alla domanda: “Bob Dylan ha visto il film? Gli è piaciuto?”, Shannon e la regista hanno risposto: “Abbiamo sentito dire che era contento, ma lui è più concentrato sul presente e si preoccupa davvero poco di ciò che ha fatto nel passato”. Io amo molto il primo Bob Dylan, ma devo dire che in quanto a simpatia è proprio out… Resta comunque lo stonato più leggendario della storia della musica.

Restano soltanto due giorni di proiezioni e al di là dell’incontro con David Lynch l’impressione è che il meglio ci sia già stato. Comincia ad affiorare un po’ di stanchezza e anche i più insospettabili (me compreso), ovvero persone che mai si lamentano e che sono sempre state soddisfatte di ciò che hanno potuto vedere, stavolta hanno davvero molto da ridire. Anche l’organizzazione ha lasciato un po’ a desiderare: tantissime proiezioni che si accavallano alle 9 e poche negli altri orari, le repliche pomeridiane sono sempre in una delle sale più piccole (il Teatro Studio) in cui si può accedere solo dopo un paio d’ore di fila (mentre le due sale più grandi, alla stessa ora, restano deserte). Sicuramente ci saranno degli ottimi motivi dietro queste scelte così sconsiderate, ma l’anno prossimo qualcuno dovrebbe davvero lavorare meglio sulla programmazione. Sulla selezione dei film non mi esprimo ancora, ma il livello medio è sicuramente un po’ più basso rispetto alle edizioni passate: alla fine sono gli incontri ad essere il fiore all’occhiello di questo Festival 2017. Vabbè, dopo questo sfogo posso finalmente lanciarmi sul letto a quattro di bastoni, dandovi appuntamento a domani con la penultima puntata di questo diario. Lo so che non vedere l’ora di rivedere qua sopra le care vecchie recensioni. Non manca molto, ve lo prometto.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 7

Svegliarsi la mattina dopo una vittoria della Roma è sempre una cosa bellissima, farlo dopo un 3-0 contro i campioni d’Inghilterra è un’esperienza ancora più esaltante. In questo splendido giorno di festa la mia mitica 600 blu è scivolata sul Lungotevere deserto con un grande sorriso sul cofano, finestrini abbassati e i gol di ieri sera della Roma urlati a tutto spiano dai radiocronisti. Per svegliarmi lungo il tragitto non c’è stato dunque bisogno né di Bruce Springsteen né dei Pearl Jam: son bastati i gol della Roma. Meglio di dodici caffè.

Oggi avevamo un po’ tutti riposto le nostre speranze cinematografiche in Steven Soderbergh, e il suo “Lucky Logan” non ha tradito le attese. Se da un lato non possiamo definirlo né un film molto originale, né tanto meno una pellicola “da festival” (se capite cosa voglio dire), dall’altro trovare un film per niente soporifero questa settimana è stata davvero una boccata d’aria fresca. La trama è piuttosto semplice: Channing Tatum e Adam Driver, i fratelli Logan, organizzano la classica rapina perfetta durante una gara automobilistica: tra personaggi sopra le righe (praticamente tutti) e situazioni paradossali, il film scorre che è un piacere. Soderbergh si autocita, girando una sorta di “Ocean’s Eleven” più rustico e caciarone ma altrettanto divertente. In particolare c’è stata una scena, in cui viene citato “Game of Thrones”, che ha fatto venir giù la sala dalle risate. Non è esattamente il film che vorrei vedere durante un Festival, ma con questi chiari di luna me lo prendo e me lo abbraccio senza starmi a lamentare troppo.

Roma dà il suo benvenuto a novembre con una meravigliosa giornata di sole, una di quelle giornate in cui chiudersi in sala a vedere film sembra quasi un insulto alla vita. Per questo motivo non ho combinato granché fino alle 14, in cui c’è stata la bellissima conferenza stampa di sir Ian McKellen. Gandalf  il Bianco (almeno per quanto riguarda l’abbigliamento) si è presentato sul palco della Petrassi in perfetto orario e ci ha fatto tutti innamorare di lui. Mi è piaciuta molto una frase a proposito della recitazione: “Quando reciti tu diventi quel personaggio e quel personaggio diventa te”. L’attore inglese ha poi intrattenuto il pubblico citando (su richiesta) una delle battute più celebri di Gandalf (“You… Shall not.. Pass!”) e dopo la conferenza si è fermato più del concesso a firmare autografi a tutti. Sarebbe stato bello andare anche all’incontro con il pubblico oggi pomeriggio, ma non si può volere tutto (leggasi: “ho preferito tornare a casa a farmi una pennichella”).

Ieri su queste pagine avevo annunciato i miei propositi fotografici, ovvero ritrarre un po’ di persone qui all’Auditorium. Ma veramente ci avevate creduto? Devo dire che per un paio di minuti c’avevo creduto pure io, dopo però sono rinsavito e mi sono seduto a prendere caffè come se non ci fosse un domani. Ma il domani in realtà ci sarà e, non essendo un giorno festivo, c’è il serio rischio di trovarsi di fronte ad un’altra giornata moscia. Ormai il modus operandi è piuttosto chiaro: le cose migliori ci sono durante i giorni festivi e prefestivi (Bigelow, Linklater, Gillespie durante il weekend, oggi Soderbergh e sabato prossimo Lynch), mentre nel resto della settimana bisogna essere un po’ fortunati nella scelta del film da vedere. Talvolta si pescano chicche, talvolta si ha a che fare con il classico “Film Valium”. Sono quasi tentato di andare a cercare (o meglio stalkerare) David Lynch in giro per Roma. Ho avuto delle soffiate (capirete che non posso dirvi nulla), ma aspetto qualcosa di più sicuro prima di allontanarmi dall’Auditorium alla ricerca di un Tulpa (chi ha visto l’ultima stagione di “Twin Peaks” capirà).

Se esistessero ancora i premi per film, regia, sceneggiatura e attori, senza dubbio la scelta ricadrebbe sui soliti noti di questi giorni: regia alla Bigelow, sceneggiatura a Linklater, Bryan Cranston e Margot Robbie per gli attori, miglior film se lo lotterebbero invece “Detroit” e “Last Flag Flying”. Invece c’è rimasto soltanto il premio del pubblico e secondo le nostre sensazioni la vittoria sarà del francese “C’est la vie” (che non ho visto, ma sembra abbia fatto sbellicare tutti dalle risate).

Oggi pomeriggio volevo restare all’Auditorium a scattare foto, ma poi nella mia testa è risuonata la voce di Gandalf a suggerirmi di andar via. Così, mentre camminavo con la macchina fotografica in mano e scorreva sul tappeto rosso la passerella dei The Jackal, dall’alto della struttura realizzata da Renzo Piano ho sentito forte e chiaro il messaggio che mi stava mandando lo stregone. Erano soltanto due parole: “Fuggite, sciocchi!”. E così ho fatto. A domani!

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