Recensione “Kung Fu Panda” (2008)

L’ultimo miracolo d’animazione della Dreamworks arriva in Italia forte della simpatia con la quale ha avvolto il Festival di Cannes nella scorsa primavera. Di certo la versione italiana non può vantare le squisite sfumature del doppiaggio originale (Jack Black, Dustin Hoffman, Angelina Jolie, Jackie Chan, Lucy Liu, per citarne qualcuno), ma il film è così ricco di situazioni e battute divertenti che non sentiamo il bisogno di rimpiangere le voci americane: certo, Fabio Volo non ha la verve di Jack Black, ma la sua versione di Po, il protagonista, non ha punti deboli.

Po è un panda dalla discendenza ambigua (suo padre è un papero!), la sua passione segreta è il kung fu, ma per amor di famiglia vuole far credere al padre che il suo destino sia legato al ristorante di loro proprietà. Nel frattempo Shifu, maestro di kung fu, scopre che il pericolosissimo Tai Lung è evaso da una prigione di massima sicurezza per tornare in città e vendicarsi di un torto subìto in passato. Viene indetta una grande cerimonia in cui il maestro Oogway dovrà annunciare quale tra i cinque allievi di Shifu (Tigre, Scimmia, Mantide, Serpente e Gru) è il prescelto per diventare il “guerriero dragone”, l’eletto che avrà accesso ai segreti del kung fu e che dovrà affrontare Tai Lung per riportare la pace nella valle. A sorpresa, cade dal cielo proprio Po, che si era issato con dei fuochi artificiali per riuscire a seguire la cerimonia: la scelta del saggio tartarugone Oogway cadrà proprio sul panda. Shifu, incassato il colpo, sarà costretto suo malgrado ad addestrare Po a diventare un esperto di kung fu, nonostante i tanti dubbi espressi dagli altri allievi e dallo stesso Po, entusiasta e scettico al tempo stesso. Ma l’incoraggiamento viene ancora dal saggio guru Oogway, che invita il protagonista a non pensare al futuro, ma di vivere quello che la vita gli concede giorno dopo giorno: “Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente”.

La solita, adorabile, favola buonista, dove la morale è dietro l’angolo, apparentemente velata dalla battuta ricorrente che ci ricorda come il caso non esista. In realtà il messaggio è chiaro: anche l’individuo più improbabile e goffo può in realtà ritagliarsi uno spazio importante nella società, quella stessa società che in apparenza sembra escluderlo dai suoi ritmi e dalla sua “miticità e attraenza” (come Po definisce il mondo del kung fu). Ogni individuo ha un suo talento, tutto sta nel saperlo usare e metterlo a disposizione di se stessi. Il caso non esiste? Forse no, fatto sta che la Dreamworks sta già lavorando al seguito di Kung Fu Panda: un altro piccolo gioiello di humour e filosofia zen è in arrivo, nell’attesa possiamo godere di questo ottimo inizio.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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2 risposte a Recensione “Kung Fu Panda” (2008)

  1. gahan ha detto:

    >La solita, adorabile, favola buonista

    Sì, anche se io la giudico un po’ meno adorabile e un po’ tanto buonista. Ma soprattutto sfacciatamente commerciale, senza anima. Un filmetto discretamente divertente, del quale però avrei fatto benissimo anche a meno.

  2. Lessio ha detto:

    beh certo, penso che come film d’animazione faccia il suo dovere, ma ovviamente non è niente di infinitamente memorabile

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