Recensione “Max Payne” (2008)

Hollywood negli anni 2000 ha dimostrato che, quando le idee originali mancano, tutto fa brodo: la tendenza dell’ultimo decennio ha fatto sì che venissero prodotti in buona parte remake (non solo di film del passato, ma anche di pellicole recenti: vedi gli horror asiatici), soggetti tratti da serie televisive di successo, e soprattutto film tratti da videogiochi, per attirare a sé quella gran fetta di pubblico rappresentata dagli adolescenti, i frequentatori più assidui dei multisala. Da questo punto di vista “Max Payne”, tratto da un videogame di grande successo (il più venduto in Italia nel 2001), si dimostra un prodotto commerciale di sicuro affidamento, con il suo protagonista dall’alone misterioso, oscuro e maledetto, e quelle atmosfere noir che il cinema ormai sfrutta fino alla nausea.

Max Payne (Mark Wahlberg) è un poliziotto asociale e del tutto anticonformista: la sua ossessione è la vendetta nei confronti di coloro che hanno assassinato sua moglie e sua figlia. Ogni giorno Payne cerca di portare avanti le sue indagini, ma non riesce a trovare nessuna risposta, finché degli strani omicidi sembrano avere un collegamento con il “suo” caso. Per Max Payne comincerà un viaggio tra i meandri della città e i piani alti di una società farmaceutica, inseguendo le tracce di una misteriosa droga, la “Valchiria”.

Il regista John Moore, prima di film come “Behind Enemy Lines” e il remake di “Omen”, si è fatto le ossa nel mondo della pubblicità, e si vede: il film ha un ritmo da spot televisivo, a tratti serrato, e una fotografia curata ma eccessivamente falsa, ricoperta da una patina noir che anziché rendere l’atmosfera più cupa e angosciante dà l’impressione di trovarci di fronte a un qualcosa di eccessivamente forzato, poco credibile (da questo punto di vista l’atmosfera del videogame è pienamente ricreata: se l’effetto è voluto allora può dirsi ben riuscito). I fan del videogioco tuttavia non resteranno delusi dai virtuosismi di Moore: persino l’effetto bullet-time in slow motion, una delle caratteristiche del gioco, è stato ricreato in modo impeccabile nelle scene più adrenaliniche. In tutto ciò Mark Wahlberg sembra essere il volto giusto per il film, la mascella dura e lo sguardo triste e rabbioso conferiscono profondità al suo antieroe, ben supportato da Mila Kunis, famosa negli States come la voce di Meg nella fortunata serie de “I Griffin”. “Max Payne” si dimostra dunque un prodotto di sicuro successo per quel che concerne il suo target di riferimento, l’altra faccia della medaglia però non è così sorridente: chi non ama il genere si potrebbe ritrovare a combattere contro i fantasmi della noia.

Pubblicato su Superga CineMagazine

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4 pensieri su “Recensione “Max Payne” (2008)

  1. Ciao, volevo comunicare a tutti gli amici detentori di blog che in Parlamento c’è una proposta di legge, la quale, se ho ben capito, potrebbe farci chiudere tutti. Ci sono delle petizioni che si possono firmare on-line contro questo provvedimento. Ciao e buona fine settimana da Maria

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  2. DEvo dire che non credo sarà facile ricavare un buon film da un gioco che s’ispira a 3/4 di produzioni cinematografiche degli ultimi 40 anni. Ed infatti leggere che spesso e volentieri il climax sembra forzato non mi stupisce più di tanto.

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