Tratto dal romanzo omonimo di Charles Bukowski, Factotum è un film particolare, intenso, sofferto: aggettivi che facilmente si potrebbero accostare alla figura dello stesso Bukowski, un artista che nella sua carriera ha stravolto volutamente il concetto di american dream, raccontando la quotidianità di un’America sofferente, disagiata, della quale si è sempre fatto cantore.
Henry Chinaski (alter-ego di Bukowski in gran parte dei suoi romanzi) è un aspirante scrittore che si dedica ad ogni tipo di lavoro pur di mantenere vivi i suoi sogni letterari. Tra un impiego ed un altro, Chinaski scrive: in ogni dove, in ogni momento appunta le sue sensazioni, le sue emozioni, sottoforma di racconti che puntualmente invia ad una casa editrice che però non gli dà mai soddisfazione. Unica consolazione è nell’alcool, un compagno d’avventura che lentamente porta il protagonista alla propria distruzione: l’unica donna che lo ama cerca il distacco, e le sbronze che si susseguono gli fanno spesso perdere il lavoro (condizione riassunta perfettamente da una frase che il protagonista si appunta durante il film: “Lei andò via, e io mi ubriacai per tre giorni e tre notti. Dopo la sbornia mi resi conto di aver perso il lavoro”). La sofferenza dell’uomo è nella totale consapevolezza del suo stile di vita, non accettato dalla società che lo circonda, ma al quale Chinaski è totalmente assuefatto; uno stile di vita che giorno dopo giorno gli impedisce di trovare la svolta per rendere la sua vita più dignitosa, più “normale”. Ma il punto è proprio questo: Chinaski non vuole essere normale, non vuole essere come gli altri, è un menefreghista, un masochista che lavora solo per poter coltivare la sua passione per la scrittura e per comprarsi un’altra bottiglia, noncurante di ciò che lo circonda.
La regia del norvegese Bent Hamer conferisce all’intera pellicola un ritmo lento, svogliato, un po’ come l’incedere del protagonista: una cornice adeguata che permette al regista di descrivere al meglio la personalità di Chinaski/Bukowski, interpretato da uno splendido Matt Dillon, ancora una volta sugli scudi dopo la tanto apprezzata interpretazione in “Crash”. “Factotum” è un film ammirevole, assolutamente valido, bellissimo per la sua capacità di riportare fedelmente sullo schermo il mondo di Charles Bukowski e dei suoi personaggi “maledetti”, delle strade americane fatte di sogni inseguiti e infranti, di speranze e di illusioni che spesso si riducono a pure utopie. Ma la frase finale del film, tratta dalla bellissima poesia “Roll the Dice”, è un lume acceso per il futuro: “Cavalcherai la vita alla ricerca della risata perfetta, è l’unica cosa buona per cui lottare”.
si è piaciuto anche a me. per fortuna che il ritmo era lento, visto che il film è secondo me un po’ troppo breve.
Se ti va ti suggerisco anche barfly, scritto dallo stesso bukowsky. C’è anche un libro “Holliwood holliwood” che parla di come buck ha fatto questo film.
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di bukowski ho letto solo “a sud di nessun nord”, dopodichè mi sono dedicato ad altri libri. mi piace molto bukowski, ma è troppo autodistruttivo, non lo riesco a leggere facilmente, nonostante i suoi libri abbiano delle qualità e una forza strepitose. grazie dei consigli comunque.
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Bellissima la citazione finale.
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è vero, ma bukowski per quanto fosse alcolizzato tirava fuori delle perle letterarie strepitose.
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Questo film ce l’ho nella pila dei dvd da vedere da non so quanto tempo…mi sa che è arrivato il momento di dargli un’occhiata. Stando a quanto dici ne vale la pena.
Un saluto!
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