Recensione “Animal Kingdom” (2010)

Una delle opere prime più folgoranti degli ultimi anni, un ritratto criminale di una famiglia di “bravi ragazzi” in una Melbourne silenziosa, periferica, dove il giovane J è costretto a dimenarsi dai tentacoli dei suoi zii ed imparare a muoversi nel regno animale del suo quartiere, dove la legge della giungla è l’unica regola vigente, in quello che è una sorta di western moderno.

Famiglia criminale, poliziotti corrotti, il punto di vista di un ragazzo “normale” di fronte all’assalto di una violenza che è diventata quasi routine quotidiana. Alla morte di sua madre (per overdose), J si trasferisce nella casa della nonna, spietata capoclan di tre figli criminali: Pope, perseguitato da un gruppo di poliziotti fuorilegge, Craig, spacciatore e money maker della famiglia, e Darren, criminale alle armi e forse un cuore troppo tenero. J si ritrova a vivere gomito a gomito con un mondo del quale non sa nulla, in cui i suoi zii si muovono con disinvoltura e cinismo. Il ragazzo, grazie anche all’aiuto di un detective esperto e deciso, dovrà imparare alla svelta le nuove regole di ciò che lo circonda, per uscire fuori da un regno che potrebbe ben presto inglobarlo al suo interno.

Un western metropolitano, una sorta di gangster movie fulminante, che il New York Times ha definito la risposta australiana a Scorsese. Vincitore dello scorso Sundance Festival, Animal Kingdom si appresta a conquistare anche l’Europa con il suo romanzo criminale. Il suo destino è tra i grandi, diventerà un film di culto.

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