
Tutto comincia con una coppia francese in vacanza su un’isola imprecisata del sud est asiatico: improvvisamente il mare si ingigantisce, un’onda si gonfia minacciosamente per poi abbattersi dirompente sul villaggio, portando con sé tutto ciò e tutti coloro che incontra. L’incipit dell’ultimo film di Clint Eastwood è potente, il suo impatto trascina lo spettatore come lo tsunami di cui sopra, ma purtroppo sarà proprio questa la scena migliore del film, che esplode in apertura per poi tediare con la sua indagine sulla morte per le restanti due ore. Quando si legge il nome di Eastwood si aspetta sempre di trovarsi di fronte ad un capolavoro, e forse è proprio questa aspettativa a condannare Hereafter, che purtroppo non ha niente a che vedere con i titoli della filmografia recente del regista americano (Mystic River, Million Dollar Baby, Changeling, Gran Torino).
Le vite parallele di tre persone che inevitabilmente si incontreranno: Marie, donna in carriera, che ha conosciuto la morte durante uno tsunami che le cambierà per sempre il modo di vedere la vita; George, un sensitivo con il dono di entrare in contatto con chi non c’è più, ma che si sforza continuamente per condurre una vita normale; Marcus, un ragazzino dei sobborghi londinesi, con mamma alcolizzata e fratello gemello morto di recente in un incidente. Tutti e tre, così vicini alla morte, cercheranno di trovare un senso ad essa, finendo col valorizzare in tal modo le loro vite.
Già con Invictus Eastwood aveva fatto un passo indietro, ma dopo una serie impressionante di film straordinari un calo era quasi fisiologico: con Hereafter però ci troviamo di fronte ad un’altra piccola delusione, e ci piange il cuore a dirlo, perché quando c’è Clint Eastwood in regia si vorrebbe parlare solo di grandissime opere. Ma forse anche lui ha risentito della stessa sindrome che ha colpito l’ultimo Woody Allen: un film all’anno comincia ad essere troppo anche per dei mostri sacri come loro, la quantità può essere dannosa per la qualità (pur restando Hereafter stilisticamente ottimo). Questo film è il famoso ultimo drink che non si dovrebbe mai bere, perché eravamo già ubriachi di Eastwood, e ora ne sentiamo le conseguenze. Ma il quadro non è tutto così nero come sembra: Matt Damon e Cecil de France sono interpreti meravigliosi di questo dramma sovrannaturale, strepitosi nel mostrare i loro conflitti attraverso un piccolo gesto o un’espressione, e a tratti leggiamo l’emozione nei loro sguardi. Fino a restare incantati dal sensitivo che, stanco di leggere il passato e il dolore attraverso il contatto con le persone, si lascia andare alla fantasia di un bacio romantico, in un futuro forse non troppo lontano.


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