Recensione “Confessions” (2010)

Forte del premio della critica conquistato nella passata edizione del Far East Film Festival, oltre all’inserimento nella lista iniziale dei migliori film stranieri candidati agli Oscar, arriva nelle sale italiane Confessions di Tetsuya Nakashima. L’ennesima variazione su un tema amatissimo dalle cinematografie orientali, la vendetta, che in questo caso si arricchisce di numerose trame e sottotrame che rendono il film un piccolo gioiello, a tratti faticoso da seguire, ma senza dubbio affascinante e raffinatissimo nella messa in scena. Diviso in vari capitoli (ognuno corrispondente ad una confessione), la struttura romanzesca viene confermata da una voce fuori campo onnipresente, che confida e confessa al pubblico i fatti che avvengono sullo schermo, raccontanti ogni volta da un protagonista differente.

Un’insegnante delle scuole medie annuncia di lasciare il suo incarico. Durante il suo discorso di addio vuole in realtà lasciare alla classe un’ultima lezione sul valore della vita. Infine accusa due studenti di essere stati gli assassini della sua bambina e che per questo motivo ha contagiato il latte dei due ragazzi con del sangue infetto. Al posto di lei arriva l’ingenuo professor Terada, che con il suo ottimismo peggiora ulteriormente la situazione, mentre per i due studenti la vita cambia completamente: uno si chiude in casa, l’altro diventa vittima del bullismo dei compagni. La vendetta della professoressa però non è ancora finita.

Nakashima dimostra senz’altro di avere un gusto sopraffino per le immagini, ricercate, pulitissime, spettacolari e al tempo stesso definite in ogni dettaglio, in ogni singolo particolare. Ad appesantire il film però c’è la pecca di un finale esageratamente didascalico e una colonna sonora bellissima quanto invadente (nella quale spicca Last Flowers dei Radiohead e il sempre meraviglioso Concerto in Fa minore per pianoforte di Bach). Un film d’autore che però sa essere tragico e potente, cattivo e infame, in alcuni momenti addirittura superbo nella sua drammaticità. Mentre scriviamo ci lasciamo cullare dalla voce di Thom Yorke; vi consiglio di fare lo stesso nella lettura: morirete dalla voglia di vedere questo film.


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