Recensione “Il grande Gatsby” (“The great Gatsby”, 2013)

“È inevitabilmente sconfortante guardare attraverso nuovi occhi cose alle quali abbiamo già applicato la nostra visuale”: dalle parole di Nick Carraway, emerse dalle righe del magnifico libro di Francis Scott Fitzgerald, si può già capire perché il film di Baz Luhrmann non è il capolavoro che tutti aspettavano. Dover fare i conti con un libro che tutti abbiamo letto e amato (e se non lo avete ancora fatto mi domando cosa stiate aspettando), al quale “abbiamo già applicato la nostra visuale”, crea inevitabilmente un più o meno lieve senso di delusione nello spettatore. Ma se da un lato l’impresa ambiziosa di Luhrmann può sembrare un’occasione sprecata, dall’altro la potenza della storia è talmente forte da riuscire comunque a rendere il film uno spettacolo da ammirare. Luhrmann applica il suo stile sfarzesco alle feste di casa Gatsby, ad una New York piena di soldi, jazz e apparenze, in cui è l’ombra di un’illusione (che talvolta si può confondere con il sogno) la forza motrice dei suoi personaggi.

Nick Carraway, un giovane conformista e puritano del Midwest, si trasferisce a Long Island per cercare fortuna a Wall Street. Qui resta affascinato dallo stile di vita del suo vicino di casa, il misterioso signor Gatsby, di cui tutti parlano molto ma di cui nessuno conosce il passato. Dopo aver stretto una sincera ed ammirata amicizia con lui, Nick si ritrova ad essere testimone e tesoriere delle sue verità, dei suoi segreti, dei suoi sogni, del suo grande amore per Daisy. Luhrmann dà il meglio di sé nelle scene di festa, ricreando il suo Moulin Rouge in versione stellestrisce, mostrando “entusiastici incontri tra gente che non si conosceva neanche di nome”, ma lascia tutto in superficie, senza entrare mai davvero nella profondità dei suoi magnifici personaggi, oltre a bruciare malamente una delle sequenze più toccanti e commoventi del libro, e questo è forse il peccato più grande del film (oltre all’inutilità del 3D). L’ultima fatica di Luhrmann merita comunque la visione, anche solo per la sua capacità del regista di riarrangiare a modo suo la caleidoscopica New York di quegli anni ruggenti.

Di Caprio è l’attore ideale per un personaggio così pieno di contraddizioni e al tempo stesso così rassicurante, sembrerebbe quasi che lo scrittore abbia creato Gatsby pensando a lui. Il Gatsby di Fitzgerald è un eroe romantico, che è solo anche quando è circondato da migliaia di persone. È il sogno americano che si attorciglia su se stesso, che cede all’illusione di una luce verde. In fondo tutti probabilmente abbiamo avuto qualcosa là in fondo che ci sembrava di poter toccare con mano e che poi abbiamo perso: “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… E una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

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Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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Una risposta a Recensione “Il grande Gatsby” (“The great Gatsby”, 2013)

  1. Alessia ha detto:

    credo di essere una delle poche persone al mondo a non amare particolarmente il libro, ma il film l’ho trovato bellissimo. Mia recensione qui 😉 : http://firstimpressions86.blogspot.com/2013/05/the-great-gatsby.html

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