Capitolo 355: Aspettando Barbenheimer


Al di là della canicola, l’afa e le varie ed eventuali ondate di calore che stanno avvolgendo il Belpaese, da un punto di vista cinematografico l’estate 2023 sarà ricordata come quella dell’uscita contemporanea (tranne in Italia, vabbè…) di due dei film più attesi dell’anno: Barbie di Greta Gerwig e Oppenheimer di Christopher Nolan. Il mio consueto trasferimento estivo nella materna residenza pugliese mi ha privato delle anteprime stampa romane di questi due film, però a rendere più dolce tale privazione ci hanno pensato diverse dosi di mare, focaccia e panzerotti. Poteva andare peggio.

La Casa (1981): Un film che non invecchierà praticamente mai. Credo che sia stato il primo horror che ho visto in vita mia, avevo sicuramente meno di 10 anni e ricordo che ero totalmente affascinato dalle atmosfere di questo film indipendente di Sam Raimi, un’opera prima girata grazie alla collaborazione con gli amici del college Robert Tapert (produttore) e Bruce Campbell (attore protagonista). Come immagino sappiate già, è la storia di cinque studenti che affittano una catapecchia in mezzo a un bosco. Qui trovano un nastro sul quale un archeologo ha inciso antiche formule sumere che possono riportare in vita i morti (forse anche De Katelaere). Ovviamente da questo momento comincia la fiera della possessione demoniaca e del sangue a ettolitri (anche sulla lente della macchina da presa!). Un cult assoluto, che rivedo sempre con piacere e che non smette mai di intrattenere, grazie anche al suo stile unico (inquadrature sbilenche, carrellate improvvise e molti altri movimenti di macchina che hanno reso celebre Sam Raimi). Intramontabile.
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Clerks (1994): A proposito di cult assoluti. Kevin Smith nei primi anni 90 lavorava in un minimarket, dove aveva a che fare con clienti assurdi e situazioni surreali quasi quotidianamente (ne so qualcosa, avendo lavorato circa 12 anni in una pizzeria). Da qui, l’idea semplice ma geniale: “Qualcuno dovrebbe farci un film!”. Morale: Kevin Smith il film se l’è fatto da solo, girando durante l’orario di chiusura e coinvolgendo nella produzione amici e clienti veri del locale. Ambientato durante l’arco di un sabato piuttosto affaccendato, il film racconta la giornata lavorativa di Dante e Randall, commessi rispettivamente di un market, per l’appunto, e di una piccola videoteca. Impossibile elencare la quantità di frasi e dialoghi entrati nel linguaggio comune (quanto meno nell’immaginario degli adolescenti degli anni 90, visto che c’era un periodo che si faceva davvero a gara nel citare battute del film), inspiegabile averlo visto decine di volte e ridere ancora come fosse la prima visione. Basterebbe il dialogo a proposito de Il Ritorno dello Jedi a definire l’intero film: geniale.
••••½

Clerks II (2006): Quando nel 2006 uscì al cinema il seguito di Clerks, ovviamente sempre diretto da Kevin Smith, la preoccupazione era tanta, sia perché non si trattava più di un film indipendente a basso budget (un altro dei motivi che hanno reso il primo film un cult), sia perché i seguiti di un grande successo sono sempre pericolosi come sabbie mobili. Questo secondo capitolo non lo vedevo dai tempi in cui lo vidi in sala e devo ammettere che mi è piaciuto molto più di quanto ricordassi: ovviamente manca la verve e il ritmo fulminante del film precedente, ma anche in questo sequel ci sono momenti assolutamente da ricordare (anche se forse eccessivamente demenziali, come lo show con l’asino). La vicenda, come nel primo film, si svolge lungo l’arco di una sola giornata: il market dove lavorava Dante è stato distrutto da un incendio, così i due amici finiscono a fare hamburger dentro un fast food. Dante però è al suo ultimo giorno, poiché in procinto di partire per la Florida con la futura moglie. Le questioni irrisolte però faranno capolino durante la giornata, mettendo a dura prova le convinzioni del commesso più celebre del New Jersey. In questo secondo capitolo, comicità a parte, comincia a farsi strada un po’ di malinconia, gli anni passano anche per i protagonisti, che sono un po’ più maturi (beh, non sempre) e si pongono domande molto più limpide sulle direzioni che stanno prendendo le loro vite. Un bel rendez vous tra amici (c’è anche un cameo di Ben Affleck, che fu protagonista per Smith nel divertentissimo Dogma!), con Rosario Dawson – oltre che 1979 degli Smashing Pumpkins – come valore aggiunto. Da recuperare.
•••½

Clerks III (2022): L’attesa per questo terzo capitolo della saga, se così si può definire, per quanto mi riguarda è stata enorme. Dante e Randal mi mancavano da morire, da troppi anni, e l’idea di un terzo film era ciò di cui avevo più bisogno. Al termine del secondo capitolo (spoiler alert) i due amici riuscivano a comprare il vecchio mini market del film d’esordio e a rimetterlo in sesto. Stavolta ci lavorano entrambi, finché Randal, dopo un episodio in cui rischia di morire, decide di voler lasciare un segno del suo passaggio nel mondo e quindi di girare un film sulla sua vita. Indovinate un po’? Il film che decide di girare non è altro che il primo Clerks! Tornano dunque i personaggi del primo film, invecchiati di trent’anni, a ripetere i ruoli di allora, di cui però stavolta vediamo una sorta di backstage, con le stesse scene osservate dall’esterno, con il punto di vista dei personaggi stessi diventati ora cast & crew (ed è gustosissima la scena in cui lo stesso Kevin Smith, nei panni dell’ormai celebre Silent Bob, spiega il motivo per cui il film va girato in bianco e nero). Se il film precedente era un bel rendez vous tra amici, qui possiamo parlare di vero e proprio raduno di vecchie conoscenze. Nostalgia a secchiate, stavolta c’è molta meno comicità e un po’ più di riflessione, ma ai fan sicuramente piacerà. La colonna sonora, come sempre, è strepitosa.
•••

Museo (2018): Orso d’Argento a Berlino per la migliore sceneggiatura, il film di Alonso Ruizpalacios mi ha lasciato piuttosto perplesso. Tratto da una storia vera, la vicenda è incentrata intorno alla clamorosa rapina commessa da due studenti messicani al Museo Nazionale di Antropologia, dal quale hanno sottratto pezzi di valore inestimabile risalenti al periodo azteco. Il problema è che rubare quei pezzi equivale a insultare la storia stessa del Messico e per questo trovare un acquirente che possa pagare per avere tali patate bollenti si rivela un’impresa difficilissima. Road movie atipico, che indaga il rapporto dei messicani con le proprie radici, sfiorando soltanto il punto, a mio avviso. Gael Garcia Bernal è strepitoso e il film si regge praticamente sulle sue spalle. Purtroppo però non basta.
••½

Guy and Madeline on a Park Bench (2009): Film d’esordio di Damien Chazelle, girato in bianco e nero, con uno stile cinematografico già piuttosto evidente, che troveremo molto facilmente nei suoi film successivi (soprattutto in La La Land). Guy, trombettista jazz di Boston, incontra Elena, con cui cerca di costruire un rapporto simile a quello che aveva con Madeline, la sua ex. Le scene singole valgono molto più del film nel suo complesso: lo scambio di sguardi in metropolitana (dal forte respiro francese anni 60), lo strepitoso duetto di tip tap alla festa, la passione dei personaggi per la musica (come sempre cuore pulsante dei suoi film). Mi è piaciuta decisamente meno la costruzione con l’uso di flashback e flashforward, ma soprattutto la scelta di due attrici un po’ troppo somiglianti per seguire i continui salti da una sequenza all’altra. Un esordio di qualità, ad ogni modo.
•••

Dazed and Confused (1993): Chi mi segue da un po’ conosce il mio amore puro nei confronti di Richard Linklater, soprattutto quando racconta storie di ragazzi e ragazze. Qui siamo ad Austin, nel 1976, è l’ultimo giorno di scuola e i liceali si preparano alla pazza gioia di questo primo giorno di vacanza. Seguiamo il tutto attraverso gli occhi di un ragazzino e una ragazzina che hanno appena finito le medie e si preparano al liceo (anche attraverso crudeli riti di iniziazione, in cui sarebbe il caso di citare Maccio Capatonda quando disse “Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck”, visto che il buon Ben è uno degli studenti senior più cattivi nei confronti delle future matricole). Una collezione di giovani interpreti più o meno esordienti da stropicciarsi gli occhi (tra cui Matthew McConaughey, il già citato Ben Affleck, Parkel Posey, Renee Zellweger, Milla Jovovich, Adam Goldberg e molti altri), una notte che aprirà le porte a un’estate che possiamo solo immaginare, tra amori appena nati e quelli già finiti, oltre alla solita carica di Rock n Roll. Celebre la battuta improvvisata da McConaughey, ormai finita su gadget e t-shirt di ogni tipo: “All right, all right, all right” (consiglio la lettura dell’autobiografia dell’attore, Greenlights, per succosi aneddoti dietro questo suo esordio cinematografico). Ai tempi fu un flop al botteghino (per cui in Italia venne distribuito solo in videocassetta con il solito infelice titolo La Vita è un Sogno), poi però, con il passare degli anni, si è imposto come uno dei migliori coming of age della sua generazione, innalzandosi al prezioso ruolo di cult movie.
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Cinque Pezzi Facili (1970): Pochi anni prima l’avvento de Il Laureato e poi di Easy Rider cominciò a smuovere le coscienze dei giovani americani, stufi delle regole della società borghese, insoddisfatti cronici in cerca di un posto nel mondo. Il Jack Nicholson di questo film di Bob Rafelson si infila perfettamente nello scenario, interpretando la parte di un operaio di un pozzo di petrolio, sempre aperto ad avventure e all’edonismo sfrenato, quando possibile. Quando riceve la notizia che suo padre è gravemente malato, deve però tornare nella casa natìa dove prova, inutilmente, ad adattarsi a quella condizione di borghese dalla quale era fuggito tanti anni prima. Due scene su tutte: Nicholson che, in mezzo al traffico, sale su un pick up e si mette a suonare il pianoforte, rivelandoci finalmente qualcosa in più sul suo personaggio e soprattutto la sequenza in autogrill, dove il nostro cerca di ordinare una fetta di pane tostato che però non figura sul menu del locale. Quattro nomination agli Oscar (compresa una per lo strepitoso Jack Nicholson e per l’attrice non protagonista Karen Black), zero statuette. Che bello però il cinema degli anni 70!
•••½


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Comments

Una risposta a “Capitolo 355: Aspettando Barbenheimer”

  1. Avatar Celia

    Cinque pezzi facili mi è piaciuto molto.

    “antiche formule sumere che possono riportare in vita i morti (forse anche De Katelaere)” = straLOL

    "Mi piace"

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