
Dopo aver ampiamente festeggiato l’anniversario per i 15 anni del blog (ne approfitto per ringraziare qui coloro che hanno dato il loro sostegno!), torniamo a occuparci delle specialità della casa, cioè i film. In questo capitolo dicembrino il treno cinematografico parte dall’ormai solito Akira Kurosawa e arriva a Woody Allen, passando per Fritz Lang e Alexander Payne, fino a scendere alla cospicua fermata finlandese contrassegnata da Aki Kaurismaki e dai suoi magnifici antieroi, i perdenti dal cuore d’oro del suo cinema. Come da tradizione, ora comincia invece il periodo dei “recuperoni” di fine anno, quelle due settimane in cui cerco di vedere più o meno tutte le cose migliori uscite nel 2023 che ancora non ho avuto modo di guardare, in vista della tradizionale classifica di fine anno. Sarà un dicembre scoppiettante, pieno di interessantissimi holdovers.
La Fortezza Nascosta (1958): Come dicevo tempo fa, ricorderò il mio 2023 cinematografico come l’anno in cui ho finalmente approfondito la filmografia di Akira Kurosawa, scoprendoci un intero mondo, dal quale è sempre difficile staccarsi. Siamo, come spesso accade nei film del cineasta nipponico, ai tempi del Giappone feudale, messo in ginocchio da numerosi conflitti interni. Due contadini, cercando di sfuggire alle battaglie che infuriano tutt’intorno, si imbattono in un guerriero, il cui compito è di portare in salvo la erede al trono, oltre all’oro necessario a finanziare la rinascita del suo stato. I due contadini sono totalmente all’oscuro dell’identità della principessa ma, ingolositi dalla loro parte di tesoro, contribuiscono in qualche modo alla riuscita della missione. Due personaggi minori che litigano spesso tra di loro, una storia raccontata più o meno dal loro punto di vista e una principessa da portare in salvo vi ricorda qualcosa? Esatto: George Lucas si è ispirato proprio a questo film quando realizzò un certo Guerre Stellari, non so se lo conoscete (divertente, vero?). Scherzi a parte, si tratta di un film davvero bellissimo, con un paio di scene assolutamente clamorose: la sfida con le lance tra il guerriero e il suo acerrimo, ma rispettabile, nemico, e la danza intorno al fuoco nel villaggio dei contadini. Ma tutto il film è davvero una perla (Orso d’Argento alla Berlinale).
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Un Colpo di Fortuna (2023): Cinquantesimo film di Woody Allen, che per fortuna (è il caso di dirlo) non si stanca mai di realizzare cose belle. In questo suo primo film in lingua francese, ambientato ovviamente nella sua amatissima Parigi, troviamo una coppia felicemente sposata e l’incontro casuale tra la moglie e un vecchio compagno di scuola, da sempre innamorato di lei. Il classico triangolo amoroso, messo tra le mani di una volpe come Allen, trasforma un intreccio piuttosto semplice e lineare in un film coinvolgente, ricco di suspense, leggero come un vinello da cucina ma appassionante come un racconto di Simenon. Il film è in sala proprio in questo momento in cui sto scrivendo ed è probabilmente la cosa più godibile da vedere in questo momento al cinema. Per approfondire il discorso, vi rimando alla recensione completa.
•••½
Footloose (1984): Un paio di settimane fa, quando il sindacato degli attori statunitensi ha annunciato la fine dello sciopero, Kevin Bacon ha pubblicato un video in cui balla da solo in un fienile, in riferimento al suo celebre ballo in questo film di Herbert Ross, un classico degli anni 80 che però non avevo mai visto. Beh, ora l’ho visto e posso dire, senza timore di smentita, che la scena in cui Bacon balla da solo in quella specie di magazzino vale da sola tutto il film (ora ho capito a chi si è ispirato Billy Elliot!). La storia, vagamente ispirata a una vicenda realmente accaduta, è incentrata su un ragazzo di Chicago costretto a trasferirsi con la madre in un piccolo paesino dello Utah, dove la comunità ha messo al bando la danza, il rock, gli alcolici e ogni tipo di tentazione volta a “corrompere” la moralità dei giovani (a causa di un grave incidente accaduto l’ultima volta in cui i giovani hanno fatto baldoria). Il ballerino rockettaro Kevin Bacon, spiazzato da cotanta chiusura mentale, si mette subito contro quasi tutti gli abitanti della cittadina, sfidandoli a superare certi pregiudizi. La prima parte del film è irresistibile, il contrasto tra il ragazzo di città e la comunità rurale del paese è appassionante e alcune scene sono decisamente folgoranti (tra cui quella del ballo di cui sopra), nella seconda metà invece la storia si accomoda su binari un po’ più semplici e lineari, portando a casa il risultato senza infamia e senza particolari lodi. Quella scena però, oltre ovviamente alla colonna sonora, vale mezzo punto in più.
•••½
Ombre nel Paradiso (1986): Come vi ho già annunciato in precedenza, Mubi ha inserito nel suo sempre clamoroso catalogo una ventina di film di Aki Kaurismaki e, piano piano, sto recuperando tante cose che non avevo mai visto. In questo suo terzo film troviamo già tante caratteristiche tipiche del cinema dell’autore finnico ossia protagonisti appartenenti alla working class (solitamente poveri disgraziati e molto spesso veri e propri “perdenti”), un’incredibile tenerezza, qualche secchiata di malinconia, una messa in scena piuttosto minimalista, una fotografia fortemente incentrata su colori primari molto accesi. La storia gira intorno alla relazione sentimentale tra un taciturno netturbino e la cassiera di un supermercato e non c’è molto altro da aggiungere: più che la vicenda, a costruire il film ci pensa la messa in scena, il filo sottile dell’emozione e della tenerezza di due anime sole, che la società definirebbe perdenti, alle prese con un amore ancora acerbo e un mondo che non sarà mai puro come loro. C’è una scena in cui lui va al cinema a vedere Il Buono il Brutto il Cattivo e lei gli dà buca: per buona parte del resto del film sono rimasto lì a domandarmi se sarà mai riuscita a recuperarlo. Molto carino, ma bisogna essere preparati a una bella dose di silenzi.
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The Holdovers (2023): Alexander Payne è uno dei miei registi preferiti tra quelli ancora in attività (insieme a Scorsese, Tarantino, Linklater, Baumbach e qualche altro qua e là). Ho amato About Schmidt e soprattutto Nebraska, di Paradiso Amaro ho un ricordo bellissimo, mentre Sideways è senza dubbio nella Top20 dei miei film della vita (l’ho visto al cinema tre volte). Questa premessa solo per farvi capire quanto aspettassi il suo nuovo film, tra l’altro con quel Paul Giamatti che nello stesso Sideways aveva dato vita a uno dei miei personaggi cinematografici preferiti in assoluto, Miles Raymond. In un liceo privato del New England, il professor Giamatti, insieme alla cuoca della mensa scolastica, deve tenere d’occhio un gruppo di studenti rimasto nel campus durante le vacanze di Natale. Tra questi c’è un ragazzo particolarmente brillante e al tempo stesso problematico con cui instaurerà un rapporto reciproco di amore e odio. Un film natalizio totalmente atipico ma a suo modo perfetto: ti fa ridere quando c’è da ridere, ti si stringe il cuore quando la scena ti chiama a farlo. Tra echi di Breakfast Club e de L’Attimo Fuggente, forse è un film un filo troppo confezionato, ma avercene di storie scritte così bene. Il complimento migliore? Sembra un film degli anni 70 (per l’estetica, non solo per l’ambientazione temporale). Per ulteriori approfondimenti, c’è la recensione. Sarebbe stato un perfetto film di Natale, ma da noi purtroppo arriverà a gennaio.
•••½
La Donna del Ritratto (1944): Che bello sapere che c’è sempre un film di Fritz Lang che non hai ancora visto. Il regista austriaco, qui alla sua prima vera e propria incursione nel genere noir, ancora una volta affronta il tema della colpevolezza dell’uomo (che nella filmografia di Lang trova il suo apice sicuramente in M, ma anche nel bellissimo Furia): chiunque può essere colpevole, ma dove comincia davvero ad esserlo? Un professore di criminologia resta folgorato dalla bellezza di un ritratto di donna all’interno della vetrina di una galleria. Poco dopo incontra la donna del ritratto e passa la serata in sua compagnia, finché, per legittima difesa, finisce per assassinare un geloso e furente amante di lei, che li aveva sorpresi a chiacchierare insieme. Gettato il corpo in un bosco, la vicenda segue poi l’indagine della polizia per scoprire il colpevole, c’è di mezzo anche un ricatto e tanto altro, fino al gran finale. Quello dell’uomo comune che si ritrova in un contesto straordinario è un pretesto di scrittura che ha fatto la fortuna di tanti registi, Hitchcock su tutti, e in questo film, tutto sommato poteva sembrare inizialmente piuttosto lineare, trova il suo colpo di genio in un finale strepitoso (L’unico in grado di rendere plausibile l’intera storia, ha affermato lo stesso Lang). A proposito di Fritz Lang, una volta ha detto: Se volete fare un film, non acquistate un’auto. Prendete la metro, l’autobus o camminate. Osservate da vicino le persone che vi circondano. Amico Fritz, se solo avessi avuto modo di passare qualche giorno sui mezzi pubblici di Roma, avresti avuto materiale per 840 film, garantito.
•••½
Ho Affittato un Killer (1990): E si ritorna da Aki Kaurismaki (e probabilmente ci resterò ancora un bel po’, vista la quantità di suoi film che ho messo nella watchlist di Mubi). Solo un regista bizzarro come Kaurismaki poteva mettere nello stesso film Londra, Jean-Pierre Leaud (per i meno cinefili si tratta del protagonista de I 400 Colpi, oltre che la prima cosa che vedete nell’intestazione ogni volta che aprite questo blog) e Joe Strummer che canta Burning Lights (una perla scritta insieme a Shane MacGowan appositamente per questo film). Il nostro amato Antoine Doinel (in questo film si chiama in realtà Henri Boulanger) viene licenziato dal lavoro che gli ha riempito la vita per 15 anni e, non avendo più nulla per cui vivere, decide di suicidarsi. Non riuscendoci (lo sciopero dei lavoratori del gas gli impedisce di usare il forno per compiere la sua drastica azione), decide quindi di rivolgersi a un’agenzia di killer a pagamento per farsi uccidere da un sicario. Il contratto prevede di risolvere la questione entro due settimane: nei giorni successivi però il protagonista incontra una venditrice di rose e se ne innamora. Deciso ora a voler vivere, cerca in tutti i modi di contattare l’agenzia per sciogliere l’accordo, ma la cosa è ovviamente complicata. Aver scoperto questo gioiello di Kaurismaki ridimensiona, di molto, il mio entusiasmo per il recente film britannico Morto tra una settimana o ti ridiamo i soldi, che se non è un plagio, poco ci manca. In questo suo primo film girato all’estero, il cineasta finlandese ci fa nuovamente innamorare dei suoi meravigliosi perdenti, lasciando in sottofondo la solita, perfetta, critica sociale (il protagonista viene licenziato per effetto del thatcherismo). Un gioiello, da recuperare assolutamente.
•••½
Vita da Bohème (1992): Due anni dopo Ho Affittato un Killer, Kaurismaki si sposta da Londra a Parigi. I suoi antieroi stavolta non sono operai o impiegati, ma artisti. Liberamente tratto dal romanzo di Henri Murger Scenes de la vie de bohème, che aveva ispirato anche l’opera di Giacomo Puccini, il film racconta le disavventure quotidiane di tre artisti, uno scrittore francese, un pittore albanese e un compositore irlandese, tutti alle prese con problemi economici e sentimentali. Il trio però, nonostante gli stenti, riesce ad affrontare la vita con leggerezza, dignità e ironia, almeno finché la realtà non sbatte loro in faccia con tutto il suo cinismo. Girato in un eccezionale bianco e nero (opera del solito strepitoso direttore della fotografia di Kaurismaki, Timo Salminen), il film è pregno dei soliti temi cari al regista finlandese: i suoi adorabili perdenti, la dignità dei loro caratteri, la tenerezza delle loro azioni, il calore umano che pervade le scene, oltre alla solita bizzarra quotidianità. Stavolta però c’è più amarezza, come se il mondo del cinema di Kaurismaki, che finora mi era sembrato abbastanza indulgente, avesse deciso di sconfiggere i suoi personaggi (e soprattutto c’è più malinconia del solito). Nota di merito per il meraviglioso Baudelaire, il cane del pittore. Anche questo lo trovate su Mubi.
•••½


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