Capitolo 430: Benvenuto Marzo

Passano i mesi e cambiano le stagioni, ma non passa la necessità di passare le sere a guardare film, ovviamente. Febbraio si chiude a quota 20 film visti (fonte Letterboxd) ed è stato il mio secondo febbraio cinematograficamente più prolifico da quando tengo il conto, ovvero dal 2014. Ma soprattutto, è stato il vostro: perdonerete l’ennesima autocelebrazione, ma se a dicembre era stato battuto il record storico di visite mensili del blog, come vi ho già raccontato quel record era stato già battuto a gennaio. Niente a che vedere con quanto accaduto a febbraio però, dove lo stesso record è stato polverizzato, con il terzo primato di views mensili consecutivo (nonostante il mese sia stato di soli 28 giorni). Sarà difficile migliorarsi ancor di più a marzo, ma chi lo può dire? Datevi da fare. 🙂

La Donna Esplosiva (1985): L’ultima volta in cui avevo visto questo film dovevo avere forse dieci anni e l’unica cosa di cui ho memoria è che già sbarellavo per Kelly LeBrock. Non è stata un’idea brillante rivederlo oggi, dopo aver letto che John Hughes ha scritto la sceneggiatura in due giorni (a patto che gli permettessero di girare quel filmone di Breakfast Club). Due liceali riescono a creare, grazie a un computer, una donna meravigliosa, che farà tutto quello che vogliono e, a suo modo, riuscirà a renderli più sicuri e decisi nella vita. Sciocco a livelli non descrivibili, posso affermare senza arroganza che se mi chiedessero di scrivere un film con la stessa storia, riuscirei a fare qualcosa di meglio (magari non in due giorni però). Curioso ascoltare la canzone Pretty Woman di Roy Orbison, cinque anni prima che esplodesse a livello mondiale grazie al film omonimo. Poco da aggiungere, un John Hughes irriconoscibile e svogliato. Film inguardabile.
•½

Highest 2 Lowest (2025): Ammetto che vederlo su un pullman in viaggio verso Bari, con un temporale mostruoso fuori dal finestrino, non è stato proprio il massimo, ma immagino che anche per Spike Lee non debba esser stata una passeggiata riadattare il capolavoro Anatomia di un Rapimento di Akira Kurosawa aggiornandolo alla New York dei giorni nostri. Un produttore musicale di successo, Denzel Washington, si ritrova alle prese con il rapimento del figlio del suo autista e collaboratore. Il riscatto viene chiesto però a lui (in quanto il rapitore pensa di aver catturato proprio il figlio di Denzel) e da qui parte una serie di conseguenze morali e di scelte non facili. La storia come la giri, la giri, è sempre appassionante, ma il film di Spike Lee toglie tutta l’atmosfera, l’ambiguità, le sfumature psicologiche del film di Kurowawa per concentrarsi sull’azione, su una New York piena di colore, musica, sport ma forse senza una vera anima. Non è male, però il fascino e la bellezza del film giapponese sono ineguagliabili. Un consiglio (non richiesto) a Spike Lee: per favore, lascia stare i remake (visto anche com’era andata con Old Boy).
•••

I Duellanti (1977): Opera prima di Ridley Scott ed è incredibile pensare che un regista che nei suoi primi cinque anni ha girato questo film, Alien e Blade Runner, oggi non sia più in grado di fare nulla di guardabile. Durante l’impero di Napoleone, due soldati francesi, a causa di un futile pretesto, si sfidano a duello: sono il folle accollo Harvey Keitel e il più remissivo Keith Carradine. La sfida tra i due si trascina per anni, attraversando campagne militari, nazioni diverse, stagioni della vita, in una ridicola malattia dell’orgoglio. Il film è visivamente stupendo, ogni inquadratura sembra un dipinto ottocentesco: luce naturale, interni rischiarati da candele, paesaggi che sembrano usciti da un quadro (c’è un debito più che evidente con l’estetica di Barry Lyndon). Tuttavia, questa bellezza visiva contrasta con l’assurdità della violenza ripetuta, con l’idea che due uomini possano sprecare una vita intera per una ferita all’ego. Nonostante l’inutilità della violenza, in questo rituale senza senso, non riesci davvero a staccarti dal desiderio di vedere questi due contendenti continuare a sfidarsi ancora e ancora. Che film d’esordio, porca miseria!
••••

Dead Man’s Wire (2025): Uscito in sala con il titolo Il Filo del Ricatto, è il gradito ritorno di Gus Van Sant dopo 7 anni di assenza. La vicenda vede Bill Skarsgard (straordinario) nei panni di un uomo che nel 1977, esasperato dai debiti, prende in ostaggio il suo creditore legando il suo collo a un fucile pronto a sparare nel caso in cui l’ostaggio tentasse di fuggire o se l’aguzzino fosse abbattuto dalla polizia. Van Sant, nel suo stile, ci immerge negli anni 70 con uno sguardo quasi documentaristico, lasciando spazio al confronto sociale più che all’azione spettacolare (e meno male!). Non è infatti il solito thriller mainstream, ma neanche un’opera sperimentale come Elephant. È piuttosto una storia ricca di tensione, di spettacolo mediatico, ovviamente di disperazione, che ci permette di sentirci dentro le scene, dal punto di vista di giornalisti, dj, poliziotti e chiunque ci fosse dentro. Dietro una storia piuttosto assurda, c’è una riflessione profonda sul capitalismo, su un Paese che porta le persone alla disperazione e a mettere in atto dei piani folli. Attori in stato di grazia: c’è spazio anche per Al Pacino in un piccolo ruolo che non gli impedisce di mettere in scena una lezione di recitazione. Bello.
•••½

Tienimi Presente (2025): Quello di Alberto Palmiero è un piccolo film dal cuore enorme. Ha quel tipo di cuore che batte anche in Frances Ha (con le dovute proporzioni, per carità), ad esempio, ha il cuore di chi ha un sogno ma è troppo stanco per continuare a crederci. Non è un film roboante, non è un’opera prima folgorante, ma è così onesta, vera, credibile, che proprio non puoi fare a meno di volerle bene. Nella vicenda, lo stesso Alberto Palmiero è un giovane regista che coltiva il sogno di girare un film. Stanco di progetti incerti, produttori disattenti e porte sbattute in faccia, Alberto decide di mollare tutto e tornare ad Aversa dalla famiglia. Il ragazzo sembra aver perso la bussola, ma è proprio nella lentezza dei ritmi provinciali, tra amici di sempre, chiacchiere casuali e passeggiate, che riaffiorano domande e magari il bisogno di non spegnere quella scintilla. Non è un film perfetto, alcuni dialoghi sono anche leggermente deboli, ma riesce comunque a danzare in ottimo equilibrio tra ironia, leggerezza e malinconia, ma soprattutto a inquadrare perfettamente una generazione a cui non è permesso di sognare troppo in grande. Un film che vive di aspettative disilluse, del bisogno di trovare il proprio ruolo nel mondo, ma anche di radici, di vita di provincia e della necessità di uscire dalla comfort zone del proprio nido. Inoltre, amo le scene rubate dalla vita vera (qui ce ne sono diverse, dalla Mostra di Venezia ai festeggiamenti per lo scudetto del Napoli), come si faceva ai tempi della Nouvelle Vague. Bravissimo Palmiero, mi sei proprio piaciuto.
•••½

Franco Battiato – Il Lungo Viaggio (2026): La prima cosa che pensi nel momento in cui cominciano i titoli di coda è: “Franco si meritava un film migliore”. Non che il film di Renato De Maria sia così male, non lo è, si eleva di una spanna dal pericolo della fiction Rai, ma resta a metà strada sul percorso per diventare qualcosa di più grande. La storia ripercorre alcune tappe della vita di Franco Battiato, uno dei più geniali, innovativi e meravigliosi cantautori della storia della musica italiana. Si parte dall’infanzia, da quando è bambino, come nei canoni tradizionali del genere, fino ad arrivare al successo e all’elevazione intellettuale. C’è tutto quello che potete aspettarvi in un biopic musicale: l’inevitabile compilation di successi (non ci possiamo lamentare, me li sono cantati tutti), l’energia giovanile, la consapevolezza, l’età adulta. Con il materiale offerto da un artista e, soprattutto, un essere umano come Battiato, era doveroso sperare in qualcosa di più, ma il film di De Maria ha quantomeno il merito di averci mostrato l’eccezionale interpretazione di Dario Aita, davvero impressionante per somiglianza fisica e vocale, senza sembrare un imitatore o una macchietta. Se siete curiosi, lo trovate su RaiPlay.
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