
Lo so, ho pubblicato il capitolo precedente appena cinque giorni fa, dunque com’è possibile che stiamo di nuovo qui a parlare di altri sei (6) film? Ebbene, mi sono lasciato un attimo andare a una serata con tre film uno dopo l’altro, neanche mi trovassi a Cannes o Venezia (anche se non credo che mi presenterei a quei festival in tuta o in pigiama). Non so se volessi psicologicamente testare la mia resistenza notturna in vista dell’imminente notte degli Oscar del giorno successivo, a ogni modo, amici cinefili e amiche cinefile, in questo capitolo abbiamo solo prime visioni (mie, nel senso che sono tutti film che non avevo mai visto prima), tra insulse commedie romantiche, horror psicologici, splendidi documentari e un paio di altre cosette. Ah già, gli Oscar: serata moscia, felice per quasi tutti i premi, grande gioia per la tarda ma meritata consacrazione di Paul Thomas Anderson.
I Love Movies (2007): Se non avete mai sentito nominare questa commedia romantica di Paul Soter, con Cillian Murphy e Lucy Liu, dovreste chiedervi il perché. Io non l’ho fatto ed eccomi qui, signor giudice. Il buon Cillian ha una videoteca di film d’autore che non guarda nessuno e passa le giornate a discorrere di cinema con i suoi amici/collaboratori nerd (tutta gente adorabile, per carità). Un giorno però mette piede nel locale Lucy Liu, che soffre di “noiafobia” e che renderà la vita del protagonista una continua e piuttosto folle avventura quotidiana, tra scherzi, rapine, messe in scena e gioie impreviste, tirandolo fuori dal guscio protettivo della cinefilia. Ingenuo tentativo di ricalcare l’idea di base di Alta Fedeltà (chiedo scusa a Nick Hornby e Stephen Frears per aver messo questo splendido titolo all’interno della recensione di un film così insulso), con il cinema al posto della musica e con una bruttura di scrittura dopo l’altra. Negli USA è uscito solo in home video, neanche al cinema, chissà perché.
•½
Keeper (2025): Osgood Perkins, dopo il pur carino Longlegs, si conferma bravissimo esteticamente e abbastanza debole nella capacità di costruire un racconto che funzioni. Se in Longlegs poteva almeno avvalersi di un Nicolas Cage indimenticabile, qui non resta neanche il nome degli attori. Una coppietta decide di trascorrere il weekend nella baita di famiglia di lui, immersa nei boschi: cosa potrebbe mai andare storto? In questo caso la presunta minaccia non va cercata fuori dalla porta di casa, ma tra le mura della stessa, dove aleggia un’inquietante presenza. Il film purtroppo è tutto estetica e zero narrazione, anche perché il finale e l’andazzo della storia è lampante già a metà film (con gentile collaborazione del sottotitolo italiano, L’Eletta), ma il canovaccio era evidente già dalle clip iniziali con le varie donne, di epoche differenti, prima sedotte, poi circuite e quindi urlanti: una scena anche ben fatta, che però priva il film di tutto il pathos di cui c’era bisogno, perché è davvero evidente che… Va bene, niente spoiler, anche se, dai, è davvero tutto chiaro. Per quanto mi riguarda, tempo perso.
••½
Exit 8 (2025): Dopo aver visto due film deludenti come i due di cui vi ho appena parlato, avevo bisogno di riscattare la serata con qualcosa di più interessante. Per fortuna a chiudere la mia persona rassegna del sabato sera ci ha pensato questo curioso thriller psicologico di Genki Kawamura, tratto da un puzzle game di successo. Un uomo si ritrova all’interno di una stazione della metropolitana dalla quale non riesce uscire, in un loop continuo in cui cerca l’uscita numero 8. In questo loop, dove c’è sempre lo stesso corridoio, deve stare attento a ogni anomalia: se ne vede una deve tornare subito indietro, se non ce ne sono può invece proseguire. All’inizio, con l’inquadratura in soggettiva, sembra davvero il walkthrough di un videogioco, ma quasi subito si trasforma nella versione cinematografica di un’opera di Escher o di un racconto di Kafka. ll tutto è una grande metafora sulla paternità, ma al di là di questo l’ho trovato incredibilmente coinvolgente, non riesci a staccarti un momento. Ora non riesco più a prendere la metropolitana senza tenere d’occhio eventuali anomalie (ma a Roma le anomalie sono la normalità, quindi…). Bel film!
•••½
Panico a Needle Park (1971): Le cose che restano di più dopo aver finalmente recuperato l’opera seconda di Jerry Schatzberg (due anni prima del bellissimo Scarecrow) sono senza dubbio le interpretazioni di Al Pacino, al primo ruolo da protagonista della sua carriera, e di Kitty Winn, migliore attrice a Cannes proprio per questo film, il cui volto sarà familiare soprattutto a chi conosce bene L’Esorcista (dove interpreta la parte della segretaria di Ellen Burstyn). La Needle Park del titolo è il soprannome di una piazza dell’Upper West Side di Manhattan celebre per lo spaccio di stupefacenti e la presenza di tossicodipendenti. Al Pacino è uno spacciatore di mezza tacca innamorato, ricambiato, di una giovane ritrattista giunta a New York per studiare arte. I due vivono di stenti ma a loro modo felici, finché non cominciano anch’essi a bucarsi, diventando dipendenti delle sostanze che l’uomo doveva solo vendere. Quando la polizia fermerà un grosso carico di roba, il panico di Needle Park diventa reale: trovare qualcosa per farsi diventa un problema oltre che, ovviamente, una necessità. L’estetica sporca e cupa è un tratto di assoluto valore nella regia di Schatzberg, oltre alla presenza di due interpreti così magnifici, ma si tratta del classico bel film che non ho intenzione di vedere mai più: troppo disturbante, troppo ripugnante e forse anche un filo indulgente con due protagonisti che, invece di fare ribrezzo, ti fanno tenerezza. La definizione di amore tossico sarebbe dovuta nascere qui. Al di là di tutto, è un film molto bello.
•••½
Hoop Dreams (1994): Come vi dicevo la settimana scorsa, il mio progetto Film People è entrato in una nuova fase, rappresentata anche dall’apertura della pagina su Facebook. Tutto nasce da una domanda: qual è il tuo film della vita? Dalle oltre 230 risposte (finora) sono nate storie bellissime, intime, inaspettate. L’ultimo ritratto che ho fatto è stato quello di un documentarista del Rhode Island, incontrato lo scorso weekend alla Casa del Cinema. Durante un caffè gli ho proposto di partecipare al progetto e mi ha detto di sì: come avrete ormai capito, il suo film della vita è questo documentario di Steve James, che la rivista Rolling Stones dieci anni fa ha definito il più bel film sportivo di sempre. Il documentario segue la vita di due ragazzini afroamericani della periferia di Chicago per i quattro anni del liceo, da quando vengono entrambi segnalati da un talent scout per entrare in un istituto celebre per aver lanciato una stella dell’NBA e che vede in loro due possibili talenti per il futuro del basket locale (e non solo?). La pallacanestro in realtà è solo un pretesto per permettere al regista di raccontare il lato oscuro del sogno americano, le difficoltà sociali ed economiche di chi non è nato nel quartiere giusto, i sogni, le aspettative, le cadute, il riscatto di due ragazzi come tanti, che credono nello sport come via di fuga da un quartiere che riserva quasi solo un futuro fatto di criminalità o tossicodipendenza. Una storia di quasi tre ore che riesce a scorrere rapida come un contropiede di Michael Jordan e devastante come una stoppata di Dennis Rodman. Un capolavoro, racconta davvero tanto degli Stati Uniti, nel bene e nel male.
••••½
Brick – Dose Mortale (2005): Film d’esordio di Rian Johnson, che merita un mezzo pallino in più proprio per la freschezza con cui racconta una storia messa insieme un po’ troppo con lo sputo, ma che a suo modo funziona (a tratti mi ha fatto pensare al bellissimo Under the Silver Lake, del 2018). Il liceale Joseph Gordon-Levitt riceve uno strano messaggio d’aiuto dalla sua ex ragazza (la bionda Claire di Lost), che sembra sparita da mesi. Due giorni dopo trova il suo cadavere in un canale di scolo e decide di scoprire da sé cosa le sia successo, in una sorta di pericolosa sciarada in cui ogni indizio apre le porte a un altro, così come ogni persona che incontra si trasforma in un collegamento con un’altra, e così via. Come in tanti film successivi di Johnson non c’è un briciolo di credibilità nella storia, ma questo a suo modo trova il modo di tenerti sempre vigile, soprattutto per una regia mai banale e un montaggio vivo, ricco di trovate sempre apprezzabili per un regista esordiente (qui anche sceneggiatore e montatore, appunto). Versione teen di un noir alla Chandler, che incontra un’estetica alla Gus Van Sant. Bello, lo trovate su Prime Video.
•••½
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