Recensione “Under The Silver Lake” (2018)

“It Follows”, film precedente di David Robert Mitchell, è senza dubbio uno dei migliori horror di questo decennio. Grazie a “Under the Silver Lake” il regista rincara la dose con un neo-noir che si nutre di Cinema, omaggiando a piene mani Hitchcock e Lynch, mescolandoli infine con gli stilemi paranoici della letteratura di Pynchon. I titoli di coda ci lasciano spiazzati, quasi storditi, sicuramente affascinati da un film che, pur perdendosi talvolta nei suoi arzigogoli, gode di una potenza visiva e di un’attrazione difficilmente eguagliabili.

Sam è un ragazzo di L.A. che vive la sua quotidianità senza scopi né guizzi particolari: è invaghito di una vicina di casa, Sarah, e nel momento in cui sembra poterla conquistare, la ragazza sparisce nel nulla, costringendo Sam ad inseguire i tasselli di un puzzle tentacolare che sembra fare il paio con le ossessioni della sua mente, costantemente alla ricerca di codici e messaggi nascosti.

C’è una sorta di senso di costante pericolo, sottolineato anche dalla onnipresente colonna sonora, che avvolge tutta la sciarada nella quale si lancia Sam e nella quale restiamo inevitabilmente intrappolati anche noi: il film è quasi un labirinto, abbonda di trovate al limite del folle, ma riesce però ad essere coerente con la sua narrazione e con il suo innamorato omaggio al cinema, dal classico al postmoderno (gli esempi sono davvero innumerevoli, dai poster ai film in tv, dalla tomba di Hitchcock fino al Griffith Park reso immortale da “Gioventù Bruciata”). Quella di Mitchell è una finestra sul cortile del cinema che amiamo, un vero e proprio vizio di forma che sembra vagabondare sull’imperitura Mulholland Drive e che infine ci spezza il cuore con una telefonata che racchiude in pochi minuti tutto il senso del film. Colpo di fulmine.

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