Recensione “Il divo” (2008)

Gli applausi del festival di Cannes, oltre al Premio della Giuria assegnato a Paolo Sorrentino: con queste credenziali Il Divo, ultima opera del regista napoletano, si affaccia finalmente nelle sale italiane con le aspettative che merita: la garanzia del ritrovato connubio tra il regista e Toni Servillo, entrambi impeccabili nel bellissimo Le Conseguenze dell’Amore (2004), stavolta impegnati nel raccontare un pezzo di storia italiana attraverso il personaggio politico più influente e importante degli ultimi cinquanta anni del nostro Paese, Giulio Andreotti.

“Mi difenderò con tutte le mie forze, e tutte le mie forze non sono poche”. Con questa frase l’Andreotti di Toni Servillo si prepara ad affrontare la più terribile delle accuse: associazione mafiosa. Siamo nel 1995, atto finale di un film che riesce a raccontare più di quanto mostra, che si insinua in ogni sfaccettatura del personaggio, mostrando il lato oscuro di un uomo attraverso le sue ossessioni, i suoi dolori, la sua battuta sempre pronta, la sua paurosa freddezza e l’inossidabile insensibilità. La rappresentazione del Potere in Italia, sette volte Presidente del Consiglio, la sola aspirazione a diventare Presidente della Repubblica (fu battuto largamente da Scalfaro), una carriera costellata da presunti crimini e misfatti in cui il Senatore sembrerebbe sempre essere coinvolto (ma chi può dirlo con certezza?), dagli omicidi di Aldo Moro, Mino Pecorelli, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Michele Sindona, alle connessioni con la loggia P2: tutti eventi che scivolano addosso ad Andreotti, a parte l’ossessione e il dolore per la scomparsa di Aldo Moro, che sembra impossibile da dimenticare, nonostante le accuse lanciate dallo stesso Moro al suo collega nelle centinaia di lettere scritte durante la prigionia. Neanche lo scandalo Tangentopoli riesce a turbare la freddezza del protagonista, che però si vede costretto a dover tirare fuori il suo carattere di fronte alla dichiarazione di guerra mossagli contro dai pentiti di Cosa Nostra.

Un Toni Servillo meraviglioso (ma la sua bravura non fa più notizia) che non si abbassa ad imitare Giulio Andreotti, ma che riesce a “riarrangiare” il personaggio a modo suo, forte della sua capacità di raccontare un uomo attraverso un gesto delle dita, uno sguardo, una smorfia. La recente storia politica italiana si insinua nelle coscienze dello spettatore, costretto a fare i conti con un’insopportabile impotenza di fronte agli invisibili fili che muovono questo Paese sempre più difficile da amare, che almeno attraverso il cinema riesce a raccontare ciò che abbiamo bisogno che ci venga detto, perché “il cinema non è un depliant turistico”, come ha replicato il regista di fronte alla stupida polemica mossa dalla signora Tronchetti Provera, la quale aveva affermato che film come Il Divo e Gomorra fanno male all’Italia, perché ne mostrano un lato negativo. “Il cinema non è un depliant turistico”; per fortuna, aggiungiamo noi.

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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2 risposte a Recensione “Il divo” (2008)

  1. DellaRocca ha detto:

    Un film che senza problemi metto tra i 20 più belli di sempre (naturalmente nella mia personale classifica!)

    Gran bella recensione Alessio…

    Giulio

    …a quando un esordio in SupergaCinema…?

  2. Lessio ha detto:

    quando vuoi giulio… io sono a disposizione 😉

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