Recensione “Solo un padre” (2008)

Non capita spesso di vedere un film italiano tratto da un romanzo straniero: adattare una storia ambientata dall’altra parte del mondo alla realtà italiana ha i suoi rischi e i suoi pericoli, è una sfida con la quale non tutti si cimenterebbero, ma che il regista Luca Lucini ha raccolto senza paura, riuscendo nel complesso a uscirne a testa alta. “Solo un padre” è infatti tratto da un romanzo dell’australiano Nick Earls, “Perfect Skin” (in Italia pubblicato con il titolo “Avventure semiserie di un ragazzo padre”), una storia che ha dato a Lucini l’opportunità di imprimere una svolta alla sua evoluzione artistica, dopo aver girato solo film generazionali( “Tre metri sopra il cielo”) e commedie (“L’uomo perfetto” e il recente “Amore, bugie e calcetto”). Con “Solo un padre” il regista si è messo finalmente alla prova con un film più maturo, dove l’equilibrio tra la commedia e il dramma è sottile e ben bilanciato.

Carlo (Luca Argentero), giovane e indipendente, è un ragazzo padre: la sua vita ruota attorno al lavoro e alla piccola Sofia, sua figlia, la bambina che si è ritrovato improvvisamente a dover crescere da solo. Nonostante l’affetto dei genitori e una cerchia di amici affidabili e adorabili, Carlo lotta tutti i giorni con le difficoltà di un ruolo che non si aspettava di dover affrontare da solo e per il quale continua a ripetersi di non essere ancora pronto, nonostante le attenzioni per la sua bambina sembrino dimostrare il contrario. L’incontro con una ragazza francese, Camille (Diane Fleri), sembra la ventata di freschezza e soprattutto di normalità di cui Carlo aveva assolutamente bisogno, ma dietro ad ogni sorriso sembra esserci un’ombra, e dietro ad ogni ombra sembra esserci un sorriso.

Una prima parte sicuramente riuscita e funzionale, dove i registri comici e i toni drammatici si mescolano senza risultare mai invadenti, fino a sfociare in un finale dove la chiave drammatica si ritrova a dominare gli eventi, dando alla pellicola un tocco di banalità che sembrava decisamente non appartenergli. Il risultato finale si può dire comunque positivo, merito anche del sorprendente Luca Argentero, piuttosto a suo agio in un personaggio complesso, e della bellissima Diane Fleri, francese di nascita e romana d’adozione, che ha regalato al film grazia, freschezza e la solarità di cui aveva bisogno. La quotidianità di un padre solo che non è “solo” un padre, le note dei REM (“Everybody Hurts”) e il dolce accento francese di Diane Fleri. Di che altro avete bisogno?

pubblicato su Superga CineMagazine

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