
Tre grandi sequenze temporali dividono questa splendida epopea tutta italica: il Libanese, il Freddo, il Dandi. Il buono, il brutto, il cattivo? No, semplicemente il cattivo, il cattivo, il cattivo; perché in questa storia non ci sono eroi. Michele Placido riunisce alcune tra le migliori facce del cinema nostrano per ricreare i volti della banda della Magliana, l’organizzazione criminale che dagli anni ’70 ha cercato di tenere in pugno prima Roma, quindi l’Italia, allargando il suo giro alla Mafia e ai servizi segreti.
La “peggio gioventù” proposta dal regista ripercorre in più di due ore e mezza trent’anni di sangue, crimini e misteri made in Italy: dagli anni di piombo al caso Moro, dalla strage di Bologna all’attentato al Papa, concentrando i suoi sforzi sulla caratterizzazione dei personaggi, che premia il film di una (dis)umanità palpabile e facendo insinuare la tensione anche tra le poltrone del cinema: le manie di grandezza di Libano (un ottimo Favino) evidenziano il suo cinismo ma allo stesso tempo esaltano i suoi valori come l’amicizia. Il Freddo (l’ipnotico Kim Rossi Stuart), capace di mantenere il controllo in ogni situazione grazie alla sua razionalità, ma incapace di mantenerlo di fronte alla perdita dei suoi affetti, che lo trasforma in uno spietato killer. E ancora il Dandi (Santamaria), viziato, amante del lusso e del potere, uno che non ama sporcarsi le mani di persona ma che non esita a ordinare la morte di chi lo infastidisce. Il cast d’eccezione non si ferma qui, il contorno è tutto un programma: la dark-lady Anna Mouglalis, l’innocenza di Jasmine Trinca, il commissario Stefano Accorsi, la carica di Riccardo Scamarcio, i traffici di Gianmarco Tognazzi, e ancora Antonello Fassari, Elio Germano, Francesco Venditti e tanti altri. Il gergo romanesco di questi ragazzi di strada investe prima le borgate della Capitale, per poi spostarsi nelle suggestive scenografie del centro di Roma, dalla scalinata di Trinità dei Monti a Trastevere e ai Fori Imperiali, il tutto accompagnato da una colonna sonora bellissima, che si avvale delle canzoni del periodo, tra successi italiani e hit straniere (Another One Bites The Dust dei Queen ad esempio). Un Romanzo Criminale (questo il titolo del libro di De Cataldo, dal quale è stato tratto il film) che Placido ha trasformato magistralmente in una storia che a nostro parere avrebbe potuto anche chiamarsi “C’era una volta in Italia”, perché i punti in comune con il capolavoro di Sergio Leone sono tanti (con le dovute proporzioni, ovviamente). Un film tutto italiano, così lontano e così vicino ai grandi gangster movie hollywoodiani di una volta, Quei Bravi Ragazzi in primis.
Un cast di tutto rispetto, una storia intessuta di mistero e di sangue, dove non ci possono essere vincitori ma solo vinti. Finalmente una pellicola che concede al cinema italiano di questi anni una ventata d’aria fresca; il nostro applauso va al coraggio di Placido di cimentarsi con un genere che qui da noi non ha mai goduto di grande considerazione. Complimenti.


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