Recensione “Birdman” (“Birdman or the unexpected virtue of ignorance”, 2014)

Alejandro Gonzalez Inarritu si avventura nel labirinto fisico e psicologico di Broadway insieme ai virtuosismi della sua macchina da presa: il risultato è un progetto ambizioso che non può che destare ammirazione e meraviglia in chi lo vive. Attraverso una serie apparentemente senza pause di piani sequenza, il regista messicano indaga l’animo dei suoi personaggi districandosi tra il palco di un teatro di Broadway, i suoi camerini e i suoi corridoi, fino alla terrazza e alle strade che lo circondano. Michael Keaton, noto per la sua interpretazione del primo “Batman”, è l’uomo giusto al posto giusto: come il suo protagonista Riggan Thompson, noto al grande pubblico per aver indossato i fortunati panni del supereroe Birdman, sa di trovarsi in un momento cruciale della sua carriera, sa che stavolta può essere ricordato per qualcosa di davvero grande, e non fallisce l’occasione, regalandoci l’interpretazione più straordinaria della sua filmografia.

Riggan Thompson è una star di Hollywood nota per la sua interpretazione nella trilogia dedicata a Birdman, il supereroe mascherato per cui è amato dalle folle. Amato, ma non apprezzato, motivo per cui decide di voler dimostrare al mondo e a se stesso di essere anche un grande attore. Mette in piedi un progetto ambizioso e forse al di là delle sue possibilità, sia artistiche che economiche: adattare, dirigere e interpretare un racconto di Raymond Carver in un teatro di Broadway.

Attraverso il protagonista, Inarritu racconta le fragilità e le debolezze di un uomo in aperto confronto con il proprio ego e la propria ambizione: funziona perfettamente in tal senso l’utilizzo della voce fuori campo del suo Birdman, grillo parlante e principale detrattore di Riggan, mezzo con cui il protagonista esprime tutta la sua insicurezza ma anche motore su cui far leva per tirare fuori il meglio di se stesso. Il regista non si risparmia quando accusa la Hollywood contemporanea e i sempre più frequenti film sui supereroi, che secondo lui hanno contribuito a creare un pubblico più infantile e probabilmente meno esigente. “Birdman” inoltre riesce anche a denunciare la spersonalizzazione della società odierna, data dalla presenza ossessiva dei social network: Riggan è considerato fuori dal mondo poiché sprovvisto di un account su facebook, in una società in cui il livello di celebrità è dato dalla quantità di followers su twitter e dalle visualizzazioni su youtube. In tutto ciò quello di Inarritu è soprattutto un bellissimo film, incentrato su un uomo capace di mettere alla prova se stesso, di affrontare le proprie insicurezze sia lavorative che famigliari, in costante equilibrio tra il dover dimostrare qualcosa e i suoi tentativi per riuscirci: mai sottovalutare le imprevedibili virtù dell’ignoranza. Senza dubbio il miglior film di questo inizio 2015.

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Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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Una risposta a Recensione “Birdman” (“Birdman or the unexpected virtue of ignorance”, 2014)

  1. Ivan ha detto:

    Il film non piacerà alla Marvel, mi sembra di capire 😉

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