Recensione “Rogue One” (2016)

Tutto ciò che leggerete è pieno zeppo di SPOILER. Pieno.
Vi sto avvisando.
Sicuri di voler continuare?
Ok.

Bene. Diciamo subito che tutto ciò che si svolge nell’universo di Star Wars per me ha una sua dose di credibilità e di bellezza che praticamente nient’altro si potrà mai permettere, quindi a scrivere è un fanatico entusiasta che basta che gli fai vedere una spada laser, un respiro affannato dietro un casco nero, un paio di droidi e il faccino della Principessa Leila (ma anche le espressioni di Capo Rosso) per mettersi quasi a piangere dalla felicità. Detto ciò devo ammettere che “Rogue One” mi è piaciuto davvero molto e, ammetto, non ci avrei puntato una lira. Non so perché l’idea di uno spin off mi sembrava sacrilega, forzata, inutile e decisamente offensiva nei confronti dei miei idoli di infanzia, adolescenza ed età adulta (quale?). Il punto è che ho avuto i brividi più di una volta. Il punto è che quando nell’ultima inquadratura compare la Carrie Fisher del 1977 per dire semplicemente “Hope”, io avevo gli occhi lucidi. E li avrete avuti anche voi spero, se come mi auguro avete un cuore.

Mi è piaciuta molto la colonna sonora di Michael Giacchino: omaggia i temi sacri di John Williams, ci inganna con quelle prime due note e poi ci fa viaggiare da tutt’altra parte. Ben fatto. Sempre bellissimi i rimandi e le citazioni, i ritorni di molti personaggi familiari: Darth Vader e Leila su tutti, ma anche il senatore Organa, R2D2 e C3PO (per un momento), i bifolchi con i quali si imbatterono Luke e Obi Wan a Mos Eisley, qualche volto noto dell’Alleanza Ribelle (Mon Mothma e Capo Rosso). Ah, Tarkin, lui è uno di quelli che da bambino mi facevano sempre paura. Anche qui è abbastanza inquietante come sempre. Sul fronte personaggi nuovi è apprezzabile Mads Mikkelsen nei panni di Galen Erso, l’uomo che fu obbligato a creare la Morte Nera, ma che per vendicarsi ci piazzò una bella falla che poi Luke trasformerà in storia del cinema. Nel complesso però non ho amato molto i volti nuovi: se nell’Episodio VII mi sono affezionato immediatamente a Rey, Poe Dameron e Kylo Ren (un po’ meno a Finn), qui non ho trovato molto interessante quasi nessun personaggio nuovo. Salvo il mezzo jedi cieco, il droide riprogrammato e il sovrintendente ai lavori della Morte Nera. I due protagonisti sono ok, ma come detto, non mi ci sono affezionato più di tanto. La cosa più incredibile di tutte però, rispetto a ciò che normalmente ci si può aspettare in un film di Star Wars, è che qui i buoni MUOIONO TUTTI! Sì, ce lo potevamo aspettare visto che in Episodio IV non c’è traccia di nessuno di loro, ma in fondo chi l’avrebbe detto? Questo rende forse Rogue One ancora più epico: il sacrificio per una causa superiore, ma soprattutto la SPERANZA (parola chiave di questo film, non per niente quello storicamente successivo si intitola “Una nuova speranza”).

Altra nota positiva: la battaglia finale. Solitamente le scene d’azione mi annoiano in maniera magistrale, ma in questo caso gli spari, gli scudi, le strategie, gli assalti… sono avvincenti. Sono davvero ben girati e mai troppo esagerati. Insomma, sono quasi credibili e la cosa ai miei occhi non può che esser positiva. Ma al di là di tutto ciò che si può dire a livello tecnico ciò che rende Rogue One speciale è che cambia la nostra percezione di Episodio IV (a differenza di ciò che non erano stati in grado di fare gli Episodi I, II e III). Ora sappiamo perché c’era una falla nella Morte Nera, sappiamo tutto il sacrificio e l’amore che ci sono stati poco prima degli eventi di quel film. E sappiamo ancora di più, se mai ce ne fosse bisogno, perché amiamo così tanto questa saga. Che la Forza sia con voi.

rogueone_onesheeta

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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Una risposta a Recensione “Rogue One” (2016)

  1. Pendolante ha detto:

    No vedo l’ora di vederlo

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