Recensione “El Bar” (2017)

Il cinema di Alex De La Iglesia ormai non è più una sorpresa. L’ultimo lavoro del regista basco, già Leone d’Argento a Venezia nel 2010 per “Ballata dell’odio e dell’amore”, arriva silenziosamente su Netflix (e purtroppo non in sala, argomento che meriterebbe una discussione a parte): se con “Le streghe son tornate” del 2013 De La Iglesia aveva dato libero sfogo al suo talento “pulp”, con questo nuovo film conferma la sua bravura nel costruire storie legate da violenza fumettistica, risate a denti stretti e situazioni al limite del paradossale.

Madrid. Una mattina come un’altra, all’interno di un bar come un altro. Un cliente, finito di fare colazione, esce per andare al lavoro ma un colpo di fucile lo stende davanti all’entrata, sul marciapiede. Qualcuno esce immediatamente dal bar per soccorrerlo, ma finisce per essere anche lui ucciso da un colpo di fucile. La piazza è deserta e i personaggi all’interno del bar capiscono di poter uscire dal locale. C’è chi parla di terrorismo e chi viene accusato di complicità, nel frattempo i due cadaveri vengono fatti sparire dal marciapiede: la situazione è sempre più difficile da gestire.

C’è un vago sentore di deja vu, ma è anche questo il potere del cinema: Tarantino ha mostrato al mondo quanto fosse pratico e originale costruire un puzzle di citazioni e rimandi, mescolando gli elementi per ottenere un film funzionale. De La Iglesia ha imparato bene la lezione: durante la visione si pensa alle visioni grandangolari di Sam Raimi, allo splendido “Rec” dei connazionali Jaume Balaguerò e Paco Plaza, allo stesso Quentin Tarantino, tanto per citarne alcuni. Ed è un cinema che alla fine diverte, nella sua follia e soprattutto nella sua capacità di mettere a nudo i lati più grotteschi e nascosti dell’essere umano.

ElBar

Informazioni su AlessioT

Fotografo e viaggiatore, cinefilo e blogger, romano e romanista
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