Recensione “Un sogno chiamato Florida” (“The Florida Project”, 2017)

FloridaProject

Bastano cinque minuti per innamorarsi di questo film: i colori lillà degli edifici, i toni caldi della Florida, dei bambini che urlano e sputano per gioco. Un’atmosfera già perfettamente delineata: come ho detto bastano solo cinque minuti, e si è già dentro al film. Dopo aver sorpreso gli Stati Uniti con una pellicola incredibile girata interamente tramite I-Phone (“Tangerine”, del 2015), Sean Baker non solo concede il bis, ma regala al cinema una di quelle storie destinate a restare impresse nel cuore e negli occhi dello spettatore. Dopo aver raccontato l’assolato Natale losangelino, Baker cambia costa e si trasferisce in Florida, nella paradisiaca Orlando, dove però a due passi da alberghi di lusso e la Disneyland dei turisti c’è una realtà squallida e complicata, all’interno della quale crescono i bambini protagonisti del film, in una sorta di “Gli anni in tasca” in versione suburbana.

Moonie è una bimba molto vivace e allegra che vive con la sua giovane madre, in costante equilibrio tra legalità e nefandezze, nella stanza di un motel gestito dal sempre affaccendato Bobby. Siamo in estate, in pieno periodo di vacanza: Moonie, insieme ai suoi amichetti, vive di marachelle, giochi e piccole avventure quotidiane, mentre il mondo degli adulti si barcamena nel tentativo di arrivare a fine mese.

Baker racconta la vita di questo motel di periferia senza troppi pietismi o sentimentalismi, riempiendo anzi il racconto con una forte componente di allegria, di gioco perenne, in cui il punto di vista è quasi costantemente dalla parte di questi indomabili bambini di sei anni, capaci di rendere avventuroso anche il lato più squallido della loro quotidianità. Un film che non si riesce a smettere di amare per un istante, reso ancor più memorabile dalla stupefacente interpretazione della piccola Brooklynn Prince, già definita l’attrice rivelazione dell’anno, ben coadiuvata da uno dei migliori Willem Dafoe di sempre (che per questo film ha ricevuto anche una nomination agli Oscar).

Non posso scriverne qui per non rovinarvi la visione, ma il finale di questo film è una delle cose più belle che abbia visto negli ultimi anni: è un film che a Truffaut sarebbe decisamente piaciuto.

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