Il meglio del Sundance Film Festival 2018

Mandy - Still 1

Si è concluso due giorni fa il Sundance, festival di cinema indipendente creato da Robert Redford, ormai diventato un punto di riferimento fondamentale per i cinefili di tutto il mondo: basti pensare che a questo festival, negli anni, sono state presentate pellicole come “Le Iene”, “The Blair Witch Project”, “Little Miss Sunshine”, “Donnie Darko”, “Clerks”, “Moon”, “500 Giorni Insieme”, “Whiplash”, “Boyhood”, “Manchester by the sea”, “Prossima Fermata: Fruitvale Station” o la sorpresa degli Oscar 2018 “Scappa – Get Out”, solo per fare alcuni nomi. L’edizione 2018 è stata vinta da “The Miseducation of Cameron Post” di Desiree Akhavan, film ambientato in un centro di conversione per omosessuali. Non potendo fisicamente essere a Park City, nello Utah (anche perché al Festival sono ammessi solo corrispondenti di testate statunitensi), sono andato a fare le pulci a qualche sito americano per cercare i migliori titoli di questa edizione. Chissà quali di questi film riusciremo a vedere in Italia, nel frattempo lasciamoci incuriosire da questa lista…

Madeline’s Madeline
Uno dei film americani più audaci e coraggiosi del 21° secolo, “Madeline’s Madeline” di Josephine Decker è un’esperienza esteticamente disorientante che definisce i suoi termini fin dall’inizio e poi cancella ogni traccia del linguaggio cinematografico tradizionale, ottenendo un’afasia cinematografica che consente a Decker di ridisegnare i confini tra le storie che raccontiamo e le persone che le raccontano. La storia di una madre single, Regina (la talentuosa Miranda July), la sua irrefrenabile figlia adolescente Madeline e l’inspiegabile malattia mentale che si trasforma in una trappola nel momento in cui quest’ultima si unisce a una compagnia teatrale sperimentale. Il risultato è un film sperimentale con la forza emotiva di un successo mainstream, un dramma di formazione frammentato che esplora il vasto spazio tra Jacques Rivette e Greta Gerwig per trovare qualcosa di veramente nuovo e ineffabilmente del suo tempo.

Sorry To Bother You
L’intelligenza visiva di Spike Jonze allineata con la sensibilità politica di Spike Lee. Emozionante debutto da regista per Boots Riley, un veterano del rap: “Questo è un artista con creatività da bruciare, e non vediamo l’ora di vedere cosa farà dopo”.

Eighth Grade
Sembra che Bo Burnham riesca a leggere i diari delle ragazzine delle scuole medie o almeno i diari delle tante, molte donne che hanno confessato che il suo primo film rappresentava le loro esperienze sul grande schermo in un modo quasi ossessivo. Anche se c’è una specificità nella storia che Burnham racconta (il viaggio della giovane Kayla e l’influenza e la prevalenza dei social media nelle vite dei giovani), il racconto è audacemente universale: “Di buon cuore, onesto e così reale che il tuo cuore non può fare a meno di soffrire per Kayla, per i bambini di tutto il mondo, per te quando eri giovane. Un gioiello”.

Won’t You Be My Neighbor?
Toccante omaggio alla carriera decennale di Fred Rogers (noto personaggio televisivo statunitense) realizzata dal regista Morgan Neville. Neville sottolinea la capacità di Rogers di esplorare temi complessi attraverso un programma televisivo per bambini. Sebbene Rogers sia morto nel 2003, la sua è una presenza onnipresente per tutto il film, grazie ai filmati d’archivio e ai numerosi aneddoti di familiari, amici ed esperti che tentano di demistificare la sua eredità.

The Tale
Il film più discusso del festival. Debutto semi-autobiografico di Jennifer Fox, “The Tale” è stato giustamente annunciato come il primo grande film della campagna #MeToo, ma è anche un ritratto profondamente personale di una donna complicata, raccontata con un linguaggio cinematografico unico. Il dramma segue l’alter-ego cinematografico di Jennifer Fox (Laura Dern) mentre fa i conti con una decennale esperienza di molestie. La regista utilizza il film anche come un modo intelligente per esplorare la memoria e la sua fallibilità. Il film continuerà probabilmente ad essere accolto per la sua natura “tempestiva” (stranamente, è stato girato quasi tre anni fa), ma è anche un vero traguardo cinematografico, “il miglior mix di storia e stile offerto quest’anno dal festival”.

Mandy
Ancor prima che Nicolas Cage si facesse una striscia di coca da un frammento di vetro rotto in “Mandy”, il film era già entrato nel folle territorio del “batshit” (espressione usata per indicare qualcosa di assurdo e fuori di testa). Il film di Panos Cosmatos è una stupefacente dose di psichedelia e squilibrio all’interno di una storia di vendetta, ma è soprattutto una scusa per Cage per dar sfogo alla sua verve più psicotica. Da questo punto di vista Cosmatos gli offre molte opportunità.

Private Life
La regista e sceneggiatrice newyorkese Tamara Jenkins, un decennio dopo il bellissimo “La Famiglia Savage” (nominato all’Oscar), realizza un nuovo film targato Netflix, con Kathryn Hahn e Paul Giamatti. La Jenkins ha impiegato due anni per scrivere una sceneggiatura, a tratti autobiografica, sui problemi di una coppia di mezza età. Nel film la coppia si rivolge disperatamente ad un’amata nipote per chiedere se sarebbe disposta a donare un uovo per la fecondazione: per lei è un gioco, ma sua madre sembra essere inorridita. Il film è un ritratto naturalistico e credibile di un matrimonio minacciato dall’infertilità di una coppia di quarantenni dell’East Village. Non sono ricchi, non sono belli e rivelano i ritmi fin troppo riconoscibili di un matrimonio fallimentare.

Minding The Gap
Se “Minding the Gap” fosse solo una cronaca delle scappatelle di tre skaters delle superiori, sarebbe stata comunque una splendida storia che valeva la pena di raccontare. Realizzare un documentario personale mentre si fa il bilancio sulla vita e i sogni di amici di lunga data è un altro compito difficilissimo, ma il regista Bing Liu è bravissimo ad intrecciare le sue storie. “Minding the Gap” è un film su cosa significa andare avanti: “Si mappano i cambiamenti della giovane età adulta in modi che si sentono dolorosamente veri per chiunque abbia visto amici del loro passato allontanarsi lentamente”.

Blaze
Ethan Hawke è attore, scrittore e musicista nel suo terzo film da regista. Una storia vera e leggendaria, elegante, strutturata sulla vita del compianto cantautore Blaze Foley, che unisce la sua musica con la storia della relazione con la scrittrice-attrice Sybil Rosen (che ha aiutato Hawke ad adattare il suo libro di memorie). Hawke ha scelto un musicista dell’Arkansas, Ben Dickey, per il ruolo di Foley, ucciso a 39 anni nel salotto di un amico. Dickey offre una performance intensa e vulnerabile, sia attraverso le canzoni di Foley che nella storia d’amore con Rosen. Il cast include Josh Hamilton oltre che il probabile premio Oscar 2018 come miglior attore non protagonista Sam Rockwell.

Hereditary
Prima che diventi un film su una casa infestata da fantasmi, “Hereditary” è uno studio del processo di elaborazione del lutto. Una famiglia affronta una perdita traumatizzante, poi succede qualcosa di molto più terrificante. Il film eccelle nel permeare un ambiente di convincente disperazione con l’orrore di prim’ordine. Annie (Toni Collette) affronta un paio di lutti in famiglia sfogandosi in maniera creativa. Il suo distratto marito (Gabriel Byrne) per lo più tiene a se stesso, mentre i figli sono messi quasi in disparte. Alla fine la casa diventa infestata, ma le terribili circostanze rimangono terrificanti e completamente imprevedibili. La performance paranoica e sconcertante di Collette mostra una vasta gamma di emozioni estreme. I momenti conclusivi arrivano con un implacabile accumulo di macabre circostanze e annunciano l’arrivo di un nuovo regista horror disposto ad accettare il credo storico del genere in cui il male allo stato puro ruba sempre la scena.

Damsel
Il nuovo inaspettato film dei fratelli Zellner è una commedia che passa dal surrealista di Robert Pattinson alla femminista di Mia Wasikowsa. Tutto questo per dire che “Damsel” vale senza dubbio il tuo tempo, anche se alcuni hanno trovato la sua sezione centrale un po’ lunga e ridondante. È difficile parlare del film poiché i suoi deliziosi colpi di scena sono audacemente interconnessi con il suo messaggio generale, ma diciamo che i fratelli Zellner sanno di che parlano quando si tratta di eroi maschili e di donne che devono sempre cercare di risolvere problemi. La recitazione è gloriosa, le battute sono schiette e la fotografia è potente: “Tutto quello che dovete fare è fidarvi dei fratelli Zellner, vi sorprenderanno”.

Wildlife
Tratto dall’omonimo romanzo del 1990 di Richard Ford, l’esordio alla regia di Paul Dano è un dramma tenero, splendido e squisitamente minimizzato su una famiglia che perde la fiducia in se stessa. Ambientato in un’idilliaca cittadina del Montana intorno agli anni ’60 e raccontato dal punto di vista di un ragazzo di 14 anni il cui mondo sta cadendo a pezzi, “Wildlife” racconta la storia di sopravvivenza tutta americana di un uomo senza guida (Jake Gyllenhaal) che lascia la suo giovane moglie in difficoltà (Carey Mulligan). Paul Dano dirige con tutta la sicurezza che ci si potrebbe aspettare da uno che ha trascorso gli ultimi due decenni a vivere la migliore scuola cinematografica immaginabile, creando un dramma senza eguali che è in misura uguale duro e umano. Carey Mulligan è particolarmente brillante: supportata da una sceneggiatura che comprende le sfide del suo personaggio e le avvicina con rara empatia, la sua esibizione sfilacciata si risolve in un ritratto di reinvenzione triste e immensamente coinvolgente.

blaze-photo

 

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