Recensione “Visages, Villages” (2017)

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Agnes Varda, una donnina di quasi 90 anni, unica regista donna a ricevere un Oscar alla carriera. JR, un giovane spilungone di 35 anni celebre per appiccicare letteralmente al muro i volti delle persone che fotografa. I due si incontrano e danno il via ad un progetto di enorme bellezza: girare la Francia su una sorta di camera oscura mobile per apporre i volti delle persone sulle facciate dei palazzi in cui vivono.

JR ha a disposizione la più grande galleria d’arte del mondo: i muri. Da questa idea, semplice e geniale, Agnes Varda coglie i momenti in cui l’arte si forma, la creatività mentre sboccia, l’idea mentre si modella, si modifica, fino al risultato finale che lascia sempre gli astanti a bocca aperta, se non con gli occhi lucidi. Dietro alla connotazione artistica, c’è un aspetto sociale da non sottovalutare: ad esempio il vecchio quartiere con le case dei minatori, ormai disabitato se non per un’anziana signora che, nonostante le pressioni che riceve per abbandonare la casa e farla demolire, non vuole sentire ragioni. Lì ci vivono troppi ricordi. Ed è così che JR ritrae la donna per poi ricoprire la facciata della sua abitazione con il suo volto: un modo per affermare con ancora più forza il senso di appartenenza a quelle quattro mura. Questa è solo una delle tante storie raccontate nel film, che tra l’altro è stato nominato agli Oscar come miglior documentario.

Il film è così un viaggio, a tratti molto ironico, a tratti toccante, verso gli angoli più remoti del Paese, verso una Francia proletaria, rurale, lavoratrice, dove l’arte diventa una distrazione, un gioco, ma anche un piccolo momento di emozione. Tra citazioni di Godard e ricordi del passato, ci si abbandona totalmente alla simpatia, alla creatività, al piacere di veder raccontare una piccola porzione di mondo così com’è. Uno di quei piccoli gioielli che vorresti non finissero mai.

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