Recensione “Tito e gli alieni” (2018)

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Ogni tanto il cinema italiano tenta di osare un po’ di più, di prendere una strada un po’ più difficile per raccontare qualcosa di intimo, senza però perdere i tratti distintivi che contraddistinguono da sempre la nostra storia: ironia, leggerezza e un po’ di malinconia. La regista Paola Randi affronta il delicato tema dell’elaborazione del lutto in una chiave del tutto originale, immergendo i suoi personaggi nella desolazione del deserto del Nevada, a due passi dalla quasi mitologica Area 51, dove gli scienziati cercano segni di vita dallo spazio profondo. Vita e morte sono infatti le chiavi di lettura di questo film, a tratti ingenuo, con qualche difetto di fondo, ma con un cuore grande e un’aura favolistica che riesce a fare breccia anche nell’animo dello spettatore più esigente (con il contributo degli Eels e della bellissima “That Look You Give That Guy”).

Il Professore ha perso da anni sua moglie e vive isolato nel deserto del Nevada dove, abbandonata ogni velleità scientifica (dovrebbe lavorare ad un progetto segreto per conto del governo statunitense), passa le giornate su un divano ad ascoltare il silenzio assordante dello spazio. Un giorno riceve da Napoli la notizia che suo fratello è morto e che tocca a lui badare ai due nipotini, Tito e Anita. I due nipoti arrivano così negli Stati Uniti, nel mezzo del nulla, dove dovranno imparare a convivere con il loro strambo zio, con la perdita recente del loro genitore e con una comunità che crede fermamente nell’esistenza degli alieni.

Valerio Mastandrea non sembra totalmente a suo agio con l’inglese e l’accento napoletano non gli si addice, ma riesce sempre a cavarsela con la sua intensa espressività e la sua inconfondibile malinconia. Il cast si avvale inoltre del fascino di Clemence Poesy, nota ai più come la bionda tentatrice di “In Bruges” o nei panni di Fleur Delacour in “Harry Potter”. Nel film c’è qualcosa della tradizione fantascientifica statunitense, come un accenno a “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”, oltre ad un finale che sa emozionare nella sua semplicità e nella sua dolcezza. Una storia particolare, raccontata in maniera originale. Un punto a favore del cinema italiano.

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