Recensione “Suspiria” (2018)

L’atteso Suspiria di Luca Guadagnino è un film che vive di pulsioni e istinto, di angosce e agitazioni. È un remake sorprendente, che probabilmente dividerà i cultori del film originale di Dario Argento, così ben radicato nell’immaginario cinematografico da rendere rischioso e pericoloso qualunque tentativo di riarrangiamento. Guadagnino eppure nell’occhio del ciclone sembra sentirsi a suo agio e riesce a realizzare qualcosa di totalmente nuovo, pur restando fedele al mistero di un film che tutti abbiamo visto e amato.

Nella Berlino di fine anni 70, tra le agitazioni rivoluzionarie della Baader-Meinhof (che consiglio di approfondire con il magnifico film omonimo del 2008), arriva nella scuola di danza Markos una nuova allieva, Susie. L’ultima arrivata sembra molto disinvolta e talentuosa, tanto da attirare le attenzioni delle sue insegnanti, che dietro la copertura della scuola nascondono però un terribile segreto.

Rispetto al film di Argento, Guadagnino gioca subito a carte scoperte, mostrandoci immediatamente la faccia reale che si cela dietro la scuola. Il suo film invece che puntare sulla sorpresa, punta dunque sulla suspense: Suspiria è elegante ma, più di tutto, riesce a insinuare un lieve senso di disagio nello spettatore, rendendo la visione angosciante, anche grazie alle tetre melodie di Thom Yorke. La catarsi finale, che può piacere o no, contribuisce a rendere ancora più esaltante l’esperienza visiva, consegnando il film di Guadagnino nell’Olimpo degli horror d’autore, di cui è senza dubbio uno dei migliori esempi degli ultimi anni. Una promozione senza riserve per Guadagnino, che nonostante il rischio corso, riesce a tirarsi fuori dai pregiudizi e dalle spaventose aspettative con un film bellissimo, girato con grande senso estetico e che soprattutto sa come e quando colpire lo spettatore. Per l’anno nuovo sarà un inizio davvero “da paura”.

locandina suspiria guadagnino

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