Recensione “Roma” (2018)

Nel 1970 Alfonso Cuaron aveva 9 anni e viveva nel quartiere borghese di Città del Messico: la colonia Roma, dalla quale prende il titolo il suo ultimo capolavoro. I ricordi d’infanzia del regista, dall’abbandono del padre all’incendio di capodanno, si mescolano alla storia messicana, alle scosse di terremoto e alle rivolte politiche (di incredibile realismo la ricostruzione dell’Holconazo, la strage del 9 giugno 1971), creando un suggestivo e intenso ritratto famigliare all’interno di un contesto più ampio e ben definito: quel che ne esce fuori è un film di una bellezza esorbitante.

Nel 1970 il Messico si stropicciava gli occhi di fronte al Brasile di Pelè che trionfava all’Azteca (ahinoi) e le strade erano continuamente in fermento a causa delle rivolte politiche e studentesche. Nei quartieri alti di Città del Messico un’agiata famiglia del posto vive in una splendida dimora insieme ai suoi domestici, tra cui Cleo. Attraverso i suoi occhi il film ci racconta scene di vita quotidiana, lungo dodici mesi in cui le certezze della famiglia e la vita della stessa Cleo verranno minate da terremoti emotivi oltre che da presenze/assenze inaspettate.

Punto di forza della pellicola di Cuaron è sicuramente il suo realismo: il bianco e nero della magnifica fotografia sembra uscito fuori dagli scatti d’epoca di Manuel Alvarez Bravo (guardatevi le sue immagini), l’uso del mixteco (la lingua indigena con cui Cleo comunica con l’altra domestica, Adela), il contrasto piuttosto netto tra ricchezza e povertà (perfettamente raccontato nella scena del capodanno o nella sortita di Cleo nella baraccopoli dove vive il suo amante). Ogni elemento contribuisce in questo modo ad arricchire il quadro della memoria: è come se ogni dettaglio fosse il tassello di un puzzle con cui il regista ha voluto omaggiare il suo passato, realizzando così il film più ambizioso e al tempo stesso meraviglioso della sua eccellente filmografia. Se non sono stato abbastanza chiaro lo ribadisco: “Roma” è un capolavoro.

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