Recensione “Springsteen on Broadway” (2018)

Qualcuno più bravo di me una volta ha scritto: “La poetica di Springsteen è lì, nell’esplorazione della distanza fra il luogo sognato e quello vissuto. Il suo coraggio è di intravedere, nell’inferno terrestre, una possibilità di luce. Ogni volta che contempla la fine, ci propone una ripartenza”. Non potrebbero esserci parole migliori per definire “Springsteen on Broadway”.

Quello distribuito da Netflix non è un film e non è un documentario. Non so bene dunque cosa ci faccia qui, su questo blog, ma sento che non può proprio mancare, perché se è vero che cerchiamo emozioni attraverso le storie, i racconti di Bruce sono come piccole favole, narrazioni di un passato più o meno lontano in cui riusciamo a vedere dentro, in cui scorgiamo attori, movimenti di macchina, montaggio, fotografia, come in una raccolta di piccoli cortometraggi. In questo immenso quanto intimo spettacolo messo in piedi a Broadway, Bruce Springsteen, cantore di generazioni intere di ascoltatori e amanti della bella musica, religione a tempo di rock n roll per molti altri (compreso chi scrive), si racconta e ci racconta, alternando le fasi più importanti della sua vita ad alcuni dei grandi successi che ci ha regalato (“Growin’ Up”, “Thunder Road”, “Thougher than the rest”, “Born in the USA”, “Dancing in the dark”, “Born to Run” e davvero molti altri). Difficile non rimanere toccati, o addirittura commossi, quando il Boss parla con il cuore in mano di suo padre, del compianto amico di mille battaglie Clarence Clemons, del Vietnam, della democrazia, dell’amore o dell’amicizia. Non sembra proprio uno spettacolo ripetuto ogni sera per un anno, Springsteen dà piuttosto l’impressione di parlare a ognuno di noi durante una notte irripetibile, alternando qualche battuta ben piazzata ai vari risvolti della vita, puntellando il ritmo con ironia e una grande dose di onestà.

Strano a dirsi, visto che si parla di un musicista, sono soprattutto le storie ad emozionare, ben più delle canzoni, che sono quasi irriconoscibili, trasformate in qualcosa di intimo, di molto lontano dai brani carichi di suoni e di potenza ai quali ci siamo abituati per anni, insieme alla irrefrenabile E Street Band. Eppure è proprio grazie a queste storie, alla sensibilità di Springsteen, che riusciamo a capire il motivo per cui le sue canzoni sono così belle, così valide (che autogol pazzesco da parte di Netflix non sottotitolare anche i testi dei brani, parte integrante del racconto e dello show, negando a chi non li conosce la possibilità di godere pienamente dello spettacolo). Come si fa a non emozionarsi di fronte ad una star del rock che si racconta come un uomo qualunque e che racconta, come fosse uno di noi, che il momento in cui è stato davvero felice, in cui ha avuto davvero “tutto”, è quello in cui a 19 anni si è ritrovato senza niente, mentre lasciava per sempre la sua città: niente soldi, nessuna famiglia, nessun futuro realistico. Eppure aveva tutto. Mentre guardava le stelle, sdraiato sul camion che stava traslocando le sue cose, pensava alla libertà e alla vita che aveva davanti, paragonata ad una pagina bianca, con le sue promesse, le sue possibilità, i suoi misteri, le sue avventure. E ammette: “Alla mia età, mi manca la bellezza di quella pagina bianca, quella pagina bianca che sta lì e basta. E che vi sfida a scriverla”. E subito dopo attacca “Thunder Road”, marchiandola sulla mia pelle, ancora una volta, come un tatuaggio.

“Springsteen on Broadway” è uno spettacolo di rara bellezza per chi ama sentirsi raccontare le storie, per chi vuole ascoltare bella musica, per chi ha bisogno di un piccolo momento di intimità (lungo circa due ore e mezza…) per riflettere sulla propria vita, sul proprio percorso, per ripensare alle persone che ama e che ha amato. Poco importa se siete fan di Bruce Springsteen o no, questo show è come una messa per il religioso o una spa per lo stressato, è un vero e proprio nutrimento per l’anima. E poi, diamine che bella musica!

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