Recensione “La Caduta dell’Impero Americano” (“La Chute de l’Empire Américain”, 2018)

Denys Arcand nel 1986 girava “Il Declino dell’Impero Americano”, seguito poi nel 2002 dal premio Oscar “Le Invasioni Barbariche”: il regista canadese chiude idealmente la sua trilogia con un nuovo film che di questi due si potrebbe definire il seguito spirituale. Arcand sembra essere maturato ancora di più, concentrandosi stavolta sul dio denaro, uno dei più grandi mali del nostro tempo.

Pierre-Paul ha 36 anni e un dottorato in filosofia: ciononostante, per tirare avanti, è costretto a lavorare come fattorino. Un giorno durante una consegna si ritrova casualmente coinvolto in una rapina finita male: proprio a due passi dal suo furgone ci sono due borsoni pieni di soldi. Il ragazzo, da sempre cittadino modello, cede alla tentazione, carica le borse sul van e scappa. I suoi problemi però sono appena cominciati, visto che sulle tracce del denaro ci sono la gang più pericolosa di Montreal e due detective della polizia.

Il film si apre su un meraviglioso dialogo tra il protagonista e la sua ragazza, poco prima della fine della loro relazione: “Sono troppo intelligente per avere successo”, afferma Pierre-Paul, convinto che l’intelligenza in realtà sia un handicap. Da qui in poi sarà tutto un concentrato a metà strada tra favola sociale e accusa al sistema capitalistico, senza voler mai sbilanciarsi troppo da un lato o dall’altro: c’è una sorta di tenera ingenuità nel racconto, dove il gruppo di protagonisti sembra quasi fare a gara a chi ha il cuore più d’oro ed è bello poter fare il tifo per i “buoni”, come nei film di una volta. Alla fine è proprio questa dolcezza a rendere il film gradevole, bello e soprattutto divertente. Almeno fino alla carrellata di volti finale, con i senzatetto indigeni di Montreal, che con il loro potentissimo sguardo in macchina dicono molto più di qualunque altra cosa.

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