Recensione “L’Ospite” (2019)

Dopo “Orecchie”, uno dei film italiani più interessanti del decennio, Daniele Parisi e Silvia D’Amico tornano in quel che si potrebbe definire una sorta di seguito ideale del film di Alessandro Aronadio. Stavolta alla regia c’è il fiorentino Duccio Chiarini e al centro della storia ci sono coppie in crisi, coppie che scoppiano o in bilico tra diverse possibilità.

Guido e Chiara convivono e apparentemente sembrano felici, nonostante le loro vite professionali siano poco soddisfacenti e del tutto instabili. Il rischio di una gravidanza (poi rientrato) è la goccia che fa traboccare il vaso; Guido sembra pronto a lanciarsi mentre Chiara sfoga tutta la sua frustrazione: è di fronte al bivio tra realizzazione professionale in Canada e la solita vita in Italia, nel bene e nel male. La coppia decide di prendersi qualche giorno di lontananza per capire meglio i propri sentimenti, motivo per cui Guido finirà sballottolato tra la casa dei genitori e i divani degli amici, tutte coppie in crisi per un motivo o per l’altro.

Se nel già citato “Orecchie” il personaggio di Daniele Parisi si muoveva tra le vie di Roma in cerca di se stesso, Guido si appoggia tra letti e divani altrui per ritrovare una sua propria stabilità, che può essere il ritorno con Chiara o l’accettazione dell’abbandono, provvisorio o definitivo che sia, perché “il dolore serve come serve la felicità” (come canta Brunori Sas in un cameo in cui presenta la canzone inedita “Un errore di distrazione”). Il film di Chiarini, scritto a 8 mani (tra cui quelle del regista e anche quelle del bravissimo Roan Johnson), racconta l’amore con la a minuscola, che poi è quello reale, l’amore adulto, quello che potrebbe essere capitato a noi o ai nostri migliori amici, riuscendo a raccontarlo con grande sensibilità, il giusto livello di ironia, ma soprattutto con la testa: ci si commuove, perché è un film davvero valido. Guardatelo.

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