Capitolo 285

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Continua la fase cineclub d’autore (stavolta alternata ad un paio di film più recenti, giusto per spezzare il fiato). Devo dire che trovo una certa soddisfazione nel cercare ogni giorno il titolo da vedere, scovarlo nella filmografia di qualche attore o su qualche lista su internet, leggere due righe di trama per capire di cosa si tratta: ogni volta che approvo la mia scelta è un brivido e probabilmente non è su questo che dovrebbe trovare soddisfazione una persona adulta, ma in fondo se non riesci ad uscire dal tunnel, tanto vale arredartelo.

Quando la città dorme (1956): Penultimo film statunitense di Fritz Lang, molto più noto per capolavori come “Metropolis” o “M il mostro di Dusseldorf”. Verso la fine degli anni 50 Lang decide di tornarsene in Germania, ma prima di tornare a casa realizza una sorta di trilogia sul ruolo dei mass media nella società moderna. In questo film la caccia ad un feroce assassino seriale è il pretesto per raccontare l’ambizione e la competizione di tre dipendenti di un network in cerca di una promozione: come spesso accade in Lang (cito di nuovo “M”), è più facile comprendere l’assassino, che a causa dei suoi disturbi mentali non può far altro che comportarsi così, che i suoi persecutori, che sono cinici, arrivisti, senza morale. Una critica alla società mascherata da thriller, con almeno un paio di scene davvero notevoli. Bel film.

The Gentlemen (2019): All’inizio degli anni 2000 Guy Ritchie, fresco del successo di “Lock & Stock” e “The Snatch”, era quasi ad un passo dall’essere definito il Quentin Tarantino inglese, per la sua capacità di costruire crime movie ricchi di sorprese, per i personaggi sopra le righe e soprattutto per la spettacolarizzazione della violenza. Nel 2009 realizza “Rocknrolla”, dove conferma le sue qualità. Poi il nulla o quasi. Ora torna finalmente sui suoi passi, al modo di fare cinema con cui aveva cominciato e gioca sul sicuro: “The Gentlemen”, seppur divertente, sembra una copia carbone dei film sopracitati, ma visti i pasticci che ha combinato nell’ultimo decennio, questo suo ritorno alle origini è comunque una buona notizia.

Niagara (1953): Prima di questo film, Marilyn Monroe aveva già partecipato ad una ventina di pellicole senza però lasciare mai davvero il segno. C’è voluto questo thriller di Henry Hathaway per lanciare la futura icona bionda nell’Olimpo di Hollywood: la Monroe interpreta una femme fatale che trama di uccidere il marito durante un viaggio sulle cascate del Niagara, cosa rara visto che sarà anche l’unico ruolo da malvagia della sua carriera. Il film è ricco di emozioni, ma a renderlo immortale, oltre ad un technicolor smagliante, è soprattutto la meravigliosa ambientazione, dove le cascate sono praticamente onnipresenti, una sorta di corrispettivo fisico e spaziale dei tumultuosi sentimenti dei protagonisti. Marilyn Monroe in abito scarlatto è disarmante, ma a vincere la gara (sia di bellezza che di bravura) secondo me è la rivelazione Jean Peters, meravigliosa attrice che girò in totale una ventina di film e che però non amava le luci della ribalta: lasciò il cinema decisamente troppo presto (la sua carriera durò soltanto 8 anni!). C’è un’inquadratura dall’alto delle campane che mi ha fatto impazzire. Altro bel film!

Le catene della colpa (1947): Uno dei più fulgidi esempi di film noir, non gli manca proprio niente. Dopo “La morte corre sul fiume” ho deciso di aver sottovalutato troppo a lungo Robert Mitchum, che forse avevo visto solo nel “Cape Fear” originale, così ho deciso che devo recuperare i suoi film migliori. Qui interpreta un benzinaio che in passato aveva lavorato come detective privato per Kirk Douglas, fallendo l’incarico di riportare da lui quella meraviglia di femme fatale che è Jane Greer. Dal passato non si sfugge e così il buon Mitchum dovrà lavorare nuovamente per Douglas per pareggiare i conti con quanto accaduto anni prima. Il finale con il garzone sordomuto del protagonista è una delle cose più belle viste in questo mese di quarantena. Grande film.

L’odore della notte (1998): Avevo visto questo film circa vent’anni fa su TelePiù. Ho sempre amato l’atmosfera delle borgate romane, quella Roma popolare che però in Caligari non ha l’innocenza dei film di Pasolini o la genuinità dei poliziotteschi con Tomas Milian, ma è cupa, violenta, cattiva, forse invidiosa. Nel 1979 Valerio Mastandrea è il capo di una banda di rapinatori (tra cui Giallini e Tirabassi) che di notte irrompe nelle case dei borghesi di Roma nord per svuotargli le case in nome di un riscatto sociale praticamente irraggiungibile. Memorabile la scena con Little Tony, nella parte di se stesso, costretto da Marco Giallini a cantare “Cuore Matto” mentre i compagni rapinano la casa. Ispirato a reali eventi di cronaca, Caligari cita a piene mani Scorsese e Porter, pagando ovviamente il debito con “Arancia Meccanica” di Kubrick (diverso nelle intenzioni, simile nell’efferatezza dei crimini). Cult.

Hiroshima mon amour (1959): Sono sempre stato affascinato da questo titolo, che campeggiava su un poster nella stanza di Peppino Impastato ne “I cento passi” di Giordana. Un’attrice francese è a Hiroshima per girare un film e qui passa una notte di passione con un architetto giapponese. I due continuano a vedersi e ben presto emergono i ricordi di lei e del suo passato nella città di Nevers, dove durante la guerra si era innamorata di un soldato tedesco, che morì. Seppur riconoscendone il valore, l’elaborazione del dolore, la bellezza del confronto tra la memoria collettiva (il bombardamento Hiroshima) e quella individuale (l’amore impossibile ricordato dalla donna), ho fatto una fatica indicibile a portarlo a termine, anche a causa di una pressoché totale mancanza di ritmo: in confronto un film di Antonioni è un luna park.

SERIE TV: La penultima puntata di questa nuova stagione di Better Call Saul mostra ancora una volta il livello altissimo di questo prodotto, anche se ormai comincia un po’ ad annoiarmi: lo guardo con profonda curiosità e ammirazione, penso che sia una serie magnifica, ma al tempo stesso mi rendo conto che non è qualcosa che riscuote davvero il mio interesse profondo. Per il resto ho sentito parlar bene di Unhortodox che è su Netflix e che penso di cominciare a breve anche solo per capire di cosa si tratta, anche se il mio interesse per le serie tv in questo momento guarda al 24 aprile, quando si vocifera possa uscire la terza stagione di Cobra Kai: non c’è una data ufficiale, ma le altre due stagioni sono uscite entrambe il 24/4 e si vocifera che anche questa possa essere rilasciata a sorpresa quel giorno. Ad ogni modo dovrebbe arrivare in primavera, per la gioia mia e di tutti gli amici del dojo.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Sam Simon ha detto:

    Anche per me The Gentlemen non è nulla per cui gridare al miracolo, ma moooooolto meglio delle ultime prove di Ritchie! :–)

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    1. AlessioT ha detto:

      Decisamente! 🙂

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    Anche a me piace molto Niagara, oltre a essere proprio un bel film credo sia anche la prova che Marilyn era più brava di quanto a volte si pensi. Siamo abituati a vederla in ruoli brillanti, quasi sempre come splendida svampita, ma in lei c’era più di questo. Grazie per aver riportato l’attenzione su questo titolo così particolare e poco noto della sua filmografia.
    Hiroshima Mon Amour non lo reggo nemmeno io. All’università mi hanno fatto lezioni su lezioni su questa barbosissima pellicola piena di salti temporali, sogni e altre cose difficili da digerire, ma non sono riusciti a convincermi…

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    1. AlessioT ha detto:

      Verissimo, in “Niagara” oltre alla carica sensuale mette in mostra il suo valore come attrice. Grande film

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