Recensione “Mank” (2020)

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Tanto fredda e cerebrale quanto superba e affascinante, l’ultima fatica di David Fincher pone lo sguardo su una figura piuttosto ambigua della storia del cinema, Herman J. Mankiewicz, storico sceneggiatore premio Oscar per “Quarto Potere” di Orson Welles, con cui, malvolentieri, ha dovuto dividere credits e riconoscimento. La Hollywood degli Anni 30, meticolosamente confezionata da Fincher, è talmente credibile che talvolta sembra uscir fuori dallo schermo, il suo carosello di registi, produttori, magnati, starlette e personaggi di ogni genere è totalmente immerso nel tono dell’epoca, in cui le fondamenta del potere americano potevano essere incrinate da un ingranaggio fuori posto, Mank (come veniva chiamato da tutti), da una scintilla di puro genio creativo.

Siamo nel 1940, Mankiewicz viene ingaggiato per scrivere il primo film del golden boy Orson Welles, già celebre per i suoi programmi radiofonici e il talento teatrale. Lo scrittore è immobilizzato a causa di un incidente stradale ed è costretto a dettare lo script destinato a diventare il capolavoro che tutti conosciamo. Così come in “Quarto Potere”, anche Fincher fa un largo uso del flashback per delineare meglio il racconto: è così che scopriamo che il protagonista di cui sta scrivendo è incentrato sulla figura di William Randolph Hearst, uno degli uomini più potenti d’America, alla cui tavola spesso e volentieri Mank era privilegiato commensale. Quella di Mank somiglia dunque a una vendetta artistica: allontanato dalla cerchia di potenti di Hearst, deluso e sopraffatto dalla loro avidità (che scena magnifica, quella della cena a casa del magnate!), lo scrittore decide di raccontare la storia di un uomo potente e solo, alienato dallo stesso capitalismo che ha contribuito al suo potere ma soprattutto dal mondo che lo circonda.

Fincher, mettendo in scena un soggetto scritto dal padre anni prima, da un lato sembra prediligere, soprattutto nel finale, la teoria (non del tutto veritiera) secondo la quale fu proprio Mankiewicz l’autore unico della sceneggiatura di “Quarto Potere”; dall’altro va oltre la questione storica, concentrandosi sui motivi che portarono lo scrittore a voler raccontare proprio questa vicenda: la frustrazione e il disgusto aumentano man mano che i vari flashback si fanno più chiari e toccano probabilmente l’apice nella superba sequenza delle elezioni governative, in cui il ruolo di Hollywood fu fondamentale nel rovesciare il risultato ai danni del candidato socialista Upton Sinclair. Ma nel film di Fincher non ci sono scene davvero rivelatrici, in cui tutti i nodi vengono al pettine, è anzi un insieme di sensazioni, di disagi, di dettagli che si insinuano nella storia, influenzandone il destino.

Al di là dei meriti narrativi, “Mank” è un ambizioso e superbo collage di interpretazioni, in cui spicca l’energia fuori dall’ordinario di un Gary Oldman ad un passo dal suo secondo Oscar in tre anni. Tra gli altri, sembra scontata la candidatura per Amanda Seyfreid, ma non sono da meno l’eccellente Arliss Howard (ve lo ricordate il soldato Cowboy di “Full Metal Jacket”?) nei panni del celebre Louis B. Mayer della MGM, Tom Burke (la cui voce è incredibilmente somigliante a quella del vero Orson Welles), Lily Collins (che forse avrebbe meritato più spazio), fino a Charles Dance (il cui William Randolph Hearst non sembra aver meno potere del suo precedente ruolo nei panni di Tywin Lannister). Fincher realizza dunque un film destinato a diventare uno dei capisaldi dell’immaginario filmico sulla golden age di Hollywood, con i suoi vizi, il suo edonismo sfrenato ma con al tempo stesso un lato oscuro spaventoso e (auto)distruttivo. Soltanto il tempo ci dirà se “Mank” potrà fregiarsi della troppo spesso abusata etichetta di capolavoro, ma per il momento possiamo limitarci a dire che si tratta di uno dei più grandi film di questo nuovo decennio cinematografico: se sarà anche uno dei più belli, lo lascio decidere a voi.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Guglielmo Latini ha detto:

    Recensione scritta con classe pari a quella di Mank! E hai sintetizzato perfettamente nel finale il fatto che possa essere un “grande” film senza necessariamente essere bello.

    Piace a 2 people

    1. AlessioT ha detto:

      Eeeh quanta grazia!

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    Anche io oggi ho parlato di Mank! Condivido ogni tua parola, mi è piaciuto moltissimo e sono curiosa di sapere come sarà recepito e quali fortune avrà, visto che indubbiamente è fatto molto bene e sfrutta bene i talenti attoriali che mette in campo. Mi è piaciuta molto la tua recensione!

    Piace a 1 persona

    1. AlessioT ha detto:

      Grazie, vado subito a leggere che ne hai scritto!

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  3. Maria Alessandra Cavisi ha detto:

    Spero di riuscire a guardarlo nel weekend, anche se voglio recuperare pure The Gentlemen, Uncle Frank, L’Incredibile Storia dell’Isola delle Rose e I’m Your Woman. Sto messa male insomma 🙂

    Piace a 1 persona

    1. AlessioT ha detto:

      Weekend intenso eh

      "Mi piace"

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