Recensione “Rifkin’s Festival” (2020)

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Dopo quasi sei mesi torniamo in una sala cinematografica ed è stato un po’ come rinascere, anche se una proiezione stampa è un’esperienza diversa dalla pura fruizione da spettatore, vedere un film su grande schermo è una cosa che non può assolutamente mancare per così tanto tempo nella vita di una persona. Appena si sono spente le luci in sala, una signora, seduta qualche poltroncina alla mia destra, ha urlato “Che bello!”, dando voce a tutti i presenti, immagino. Confermo: che bello.

Tornare in una sala cinematografica è già di per sé un’esperienza bellissima, tornare per guardare il nuovo film di Woody Allen regala senza dubbio qualcosa in più: è come tornare da qualcuno che conosci, di cui ti fidi e che sai che ti farà passare un paio d’ore senza pensieri. Il regista newyorkese come al solito usa il cinema per commentare, giudicare e prendere in giro il mondo che lo circonda, stavolta facendosi beffe dei festival cinematografici e dei sedicenti e pretenziosi enfant prodige del cinema. Allen è nostalgico come sempre, la sua anedonia si riflette perfettamente nel personaggio di Mort (interpretato dal credibilissimo Wallace Shawn, storico collaboratore del regista), newyorkese fino al midollo, ennesima variazione sul tema del protagonista intellettuale, caustico, a tratti romantico e irresistibile al quale la filmografia del nostro ci ha ormai abituato sin dagli esordi.

Mort è un ex insegnante di storia del cinema alle prese con la stesura del suo primo romanzo perennemente incompiuto. Sua moglie si occupa dell’ufficio stampa di un giovane regista rivelazione che presenterà il suo nuovo film al festival di San Sebastian, nei Paesi Baschi. L’uomo, seppur annoiato dal jet set che circonda i festival cinematografici, decide comunque di accompagnare la moglie perché teme che il rapporto tra lei e il regista stia diventando troppo intimo. Una volta in Spagna, anche grazie ad alcuni sogni rivelatori (che citano i grandi classici del cinema d’autore del passato, di cui è fanatico), comincia a osservare la sua vita da un punto di vista diverso, che potrebbe cambiare totalmente il suo modo di approcciare alla vita.

Allen ha sempre amato citare i suoi autori preferiti nei suoi film, stavolta fa un passo in più, mettendo in scena le turbe coniugali di Mort in versione onirica, riproponendo alcune scene iconiche dei capolavori di Orson Welles, Bergman, Fellini, Truffaut, Bunuel, Lelouch e non solo (Christoph Waltz nei panni della Morte de “Il Settimo Sigillo” vale da solo il prezzo del biglietto). Il festival di Rifkin, che è il cognome del protagonista, non è solo quello della incantevole San Sebastian (da cartolina) dove si svolge l’intera pellicola, è anche il festival di citazioni che i cinefili incalliti ameranno cogliere in un film magari imperfetto, ma talmente piacevole e appassionato che sarà difficile non amare. Certo, la struttura del film è piuttosto semplice, a tratti ingenua, senza dubbio già vista e rivista (anche e soprattutto nella filmografia di Allen), ma quel modo di raccontare, di farci ridere con una punchline impeccabile al termine di una scena, è proprio di Woody Allen ed è bellissimo avere la possibilità di vedere un suo nuovo film, nonostante gli anni che passano, le riflessioni sulla vita un po’ meno ciniche e l’indulgenza che prova per se stesso e i suoi personaggi. Dal 6 maggio al cinema, un bellissimo modo per ritrovare l’ombra di una normalità assopita.

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