Capitolo 314

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I cinema sono nuovamente aperti! Che gioia, che piacere, che felicità! Ho avuto occasione di tornare in sala per il nuovo film di Woody Allen ed è stata una sensazione bellissima, di puro amore per quello schermo luminoso circondato di oscurità, respiri, risatine, reazioni. Cosa ci siamo persi per tanti mesi, speriamo di non dover perderci più nulla, mai più. Oggi abbiamo un capitolo polposo, che va dal 1946 al 2020: andiamo ad approfondire il discorso senza ulteriori salamalecchi.

I Gangsters (1946): L’anno dopo il successo de “La scala a chiocciola”, il tedesco Robert Siodmak adatta un racconto di Hemingway per realizzare un noir con Burt Lancaster all’esordio e Ava Gardner, al primo ruolo degno di nota. Nonostante il lancio di queste due luminose carriere, il film non è senza difetti: inizia in maniera strepitosa, con la tensione a mille (in un anonimo paesino due gangster entrano silenziosamente in un diner e, dopo aver terrorizzato il proprietario, aspettano invano l’arrivo di un cliente abituale per ucciderlo), poi comincia un interminabile flashback per scoprire chi fosse l’uomo nel mirino della mala e perché doveva morire. Il film non sarebbe male, ma non puoi ricalcare la stessa struttura di “Quarto Potere” neanche cinque anni dopo il film di Orson Welles, dai.

Tutti gli uomini del Presidente (1976): Ogni volta che guardo il film di Alan J. Pakula mi viene da piangere al pensiero che quelli che scrivono su “Libero” (ma anche su “La Repubblica” ormai) fanno lo stesso lavoro dei personaggi di Robert Redford e Dustin Hoffman. Se c’è qualcosa che mi fa battere forte il cuore è vedere in un film come lavora la redazione di un giornale, con i suoi alti e bassi, la costante ricerca della verità, i telefoni che squillano, il ticchettio delle macchine da scrivere. Un film che ti racconta come la determinazione e la passione di due giornalisti novellini, disposti anche a perdere la faccia e il lavoro per difendere ciò in cui credono, abbia impedito a Nixon di insabbiare il Watergate cambiando, letteralmente, la storia degli Stati Uniti. Film straordinario.

Metropolis (1927): Verso la metà degli anni 20 Fritz Lang è in visita a New York per presentare il suo ultimo film, “I Nibelunghi”, e resta totalmente affascinato dalla vista dello skyline della città di notte, con la sua verticalità, le sue luci. Da questa scintilla nasce uno dei più grandi capolavori del cinema muto e del cinema di fantascienza di tutti i tempi. Nel 2026 (ci siamo quasi) il mondo si divide tra i ricchi privilegiati che vivono in superficie e la classe operaia che vive nel sottosuolo, lavorando senza soste per garantire a chi vive di sopra tutto ciò di cui ha bisogno. Come ci dice il film però “il mediatore tra il cervello e le mani dev’essere il cuore”. Per la prima volta ho visto la versione con le musiche anni 80 scritte da Giorgio Moroder e devo dire che si legano davvero male al film, anche perché le canzoni e i testi distraggono troppo dalla messa in scena: nonostante “Love Kills” di Freddie Mercury sia bellissima, preferisco di gran lunga la colonna sonora strumentale della versione originale. Se siete curiosi di vedere questa versione anni 80, il film è su Prime Video.

The End? L’inferno fuori (2017): I Manetti Bros sono forse gli unici che possono permettersi di fare un ottimo cinema di genere nel panorama cinematografico italiano, che raramente si prende rischi o tenta la strada per qualcosa di davvero poco italiano (per dirla alla Stanis). In questo caso non dirigono, ma sono produttori del film diretto invece da Daniele Misischia, che ci racconta un’apocalisse zombi in piena Roma. Un dirigente borioso e insopportabile resta intrappolato nell’ascensore del suo ufficio proprio nella mattina in cui uno strano virus sta trasformando tutti, colleghi, amici, famigliari, in morti viventi. L’originalità del film è proprio quella di svolgersi quasi interamente all’interno dell’ascensore, dal quale il protagonista subisce impotente una situazione in cui non può far assolutamente nulla. Progetto interessantissimo e ben realizzato, da vedere (è su Netflix).

Rifkin’s Festival (2020): Tornare al cinema è già di per sé una cosa bellissima, tornarci per un nuovo film di Woody Allen è perfetto. Nonostante una trama non proprio originalissima (uomo segue la moglie a un Festival cinematografico in Spagna perché teme che le sia infedele), Allen indaga il suo rapporto con la vecchiaia, con la morte (ha 85 anni ed è evidente che ci stia pensando sempre di più), con l’amore per il cinema (il film è costantemente intervallato da visioni oniriche in cui i personaggi ripropongono classici del cinema per indagare i problemi coniugali del protagonista). Christoph Waltz che fa la morte de “Il settimo sigillo” vale da solo il prezzo del biglietto. Si ride di gusto, che fa sempre bene, inoltre si guarda con la tenerezza con cui puoi vedere un grande autore mettere a nudo le sue paure e soprattutto la sua smisurata passione per il cinema. Bellissimo.

La Maschera del Demonio (1960): Il primo vero lungometraggio di Mario Bava è un’opera fondamentale nel panorama horror italiano, un film citato e imitato per decenni e ormai divenuto un classico in tutto il mondo. La storia si apre in Moldavia, dove nel 1600 una donna è condannata a morte per stregoneria. Due secoli dopo un dottore entra nella cripta dove è sepolta la strega e a causa di un incidente la riporta in vita. La megera si darà da fare per attuare la sua vendetta contro gli eredi dei nobili che l’avevano condannata. Piani sequenza elaborati, atmosfere cupe e tenebrose restituite da una fotografia in bianco e nero connotata da netti contrasti, scenografie gotiche, inquietanti, che contribuiscono a rendere il castello spaventoso tanto quanto gli omicidi che vi avvengono. Barbara Steele è perfetta nel doppio ruolo di strega malefica e candida principessa. Una chicca per cinefili, da recuperare (è su Prime).

Stop a Greenwich Village (1976): Paul Mazursky presenta a Cannes il film liberamente ispirato alla sua vita, in cui il protagonista, un giovane ebreo, si trasferisce da Brooklyn al Greenwich Village per tentare la strada nel cinema. Il ragazzo, nel quartiere con più fermento artistico di Manhattan, sperimenterà una vita di eccessi e di divertimento, tra amici eccentrici, artisti, l’incontro con una ragazza e i tanti provini per cercare il successo. Nel cast anche dei giovanissimi Christopher Walken, Jeff Goldblum, Bill Murray e Vincent Schiavelli. Il film non è male, le atmosfere del Greenwich sono credibili e divertenti, eppure non si riesce ad entrare quasi mai in sintonia con il protagonista, ciò che gli è intorno è senza dubbio più interessante del personaggio che dovrebbe trainare la storia ed è sicuramente questo il difetto principale di un film che funziona solo a tratti. Così così.

L’Angelo Sterminatore (1962): Già citato in “Midnight in Paris”, poi riproposto in versione onirica dal protagonista di “Rifkin’s Festival”: Woody Allen mi ha involontariamente dato la spinta necessaria a recuperare questo capolavoro di Luis Buñuel. Dopo una serata a teatro, una famiglia dell’alta borghesia invita alcuni ospiti a cena: sin da subito cominciano ad accadere fatti piuttosto insoliti e, senza nessun motivo apparente, tutti gli ospiti finiscono per passare tutta la notte nel salotto della villa. Il mattino dopo gli invitati si rendono conto di non riuscire ad attraversare la porta della sala, nonostante sia spalancata, la tensione aumenta per poi degenerare quando uno degli ospiti ha un malore e muore. Buñuel si fa beffe dell’ipocrisia della borghesia facendo cadere le maschere e rivelando la falsità dell’ordine costituito, raccontando il naufragio psicologico di un’intera classe sociale. Uno dei film più geniali e assurdi della storia del cinema, meraviglioso.

SERIE TV: Sono arrivato alla sesta e finora ultima stagione di Brooklyn 99, un prodotto divertente, godibile, con alcuni ottimi picchi, ma in generale incapace di essere davvero coinvolgente fino in fondo. Il suo lavoro lo fa piuttosto bene però, tiene compagnia e alcune trovate sono davvero esilaranti. Su Prime invece mi sto rivedendo quello che una volta chiamavamo cartone animato e adesso miniserie d’animazione: Conan il ragazzo del futuro, diretto nientepopodimeno che da Hayao Miyazaki, è un cartone che mi piaceva molto quando ero piccolo, ma rivisto ora lo trovo davvero stupendo. Meno di trenta episodi, una storia avvincente, piena di pericoli, avventura e buoni sentimenti, in pieno stile Miyazaki.

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Guglielmo Latini ha detto:

    Ottimi consigli! Peccato per “I gangsters”, ne avevo sentito parlare bene, ma d’altronde non tutti i film possono invecchiare alla grandissima… Metropolis con le musiche di Queen/Moroder ora che so che sta su Prime me lo lascio per una sera di poca sobrietà 😀 Rifkin me lo cerco e recupero a breve per forza, su Bunuel mi auto-definirei telepatico a questo punto!

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    1. AlessioT ha detto:

      Ahah sì su Bunuel tempismo perfetto. I Gangsters è stata una mia impressione, ma non me la sento di sconsigliarlo. Rifkin non è uscito nei cinema spagnoli? Eppure si svolge a San Sebastian

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  2. Madame Verdurin ha detto:

    Bella panoramica, come sempre! Gran film Tutti gli Uomini del Presidente, sarebbe bello averne di più di film (e di giornalismo) così! Metropolis film davvero fondamentale, peccato per la seconda parte così confusa (d’altra parte la trama è complicatissima, per un film muto poi!). Affascinante ma gli preferisco M – Il Mostro di Dusseldorf tra i film di Lang.

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    1. AlessioT ha detto:

      Sono d’accordo su “M”, anche per me è il migliore di Lang!

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  3. Celia ha detto:

    Che per caso I gangsters è tratto da Il diner del deserto?

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    1. AlessioT ha detto:

      Da quel che so è tratto da un racconto di Hemingway che si chiama “Gli uccisori” (“The Killers”). Tra l’altro il racconto si basa esclusivamente sulla scena del diner, che ho citato, mentre il resto del film (con tutti i flashback) è stato aggiunto in sceneggiatura. E si capisce anche perché la scena del diner è infatti la più bella del film…. 🙂

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