Recensione “Una Vita in Fuga” (“Flag Day”, 2021)

“Niente di buono accade a chi è nato nel Flag Day”, dice la madre di John Vogel in una scena del film. Flag Day, oltre ad essere il titolo originale dell’ultima fatica di Sean Penn, è anche il giorno (il 14 luglio 1777, per la cronaca) in cui gli Stati Uniti hanno adottato la bandiera stellestrisce. Cosa ha a che fare con il film tutto questo? Nulla, ma da qualche parte bisogna pur cominciare. Nel caso della storia, si comincia da un inseguimento per poi, dopo pochi minuti, fare un grande salto indietro per raccontare un dramma famigliare in cui Sean Penn, nel duplice ruolo di regista e attore, passa metaforicamente il testimone a sua figlia (nel film come nella vita) Dylan Penn.

Il film è tratto dal libro di Jennifer Vogel in cui la giornalista racconta la sua vita e il rapporto con il padre John, contrabbandiere, rapinatore, infine falsario, e del modo in cui è cresciuta all’oscuro di tutto prima di scoprire la verità e intraprendere la propria strada. Il racconto ha quell’aura di autenticità mista a nostalgia che al cinema funziona sempre e Sean Penn è bravo a portarlo su grande schermo magari con qualche ruffianeria del mestiere (i filmati dell’infanzia dei figli di John Vogel girati in super8, la malinconia della chitarra acustica che accompagna i cambi di sequenza e altre cosette del genere). Nella prima parte del film il personaggio di Sean Penn apparecchia la tavola con tutta la carica emotiva di cui il personaggio di sua figlia Dylan, protagonista della seconda parte, dovrà fare i conti raccogliendone i cocci, mandando avanti la storia forse un po’ troppo con il pilota automatico, senza sorprese, con un costante senso di deja-vu di altri film. Tuttavia le immagini sono molto belle, il dramma, seppur poco originale, funziona grazie ad uno Sean Penn che come sempre domina la scena, portandoci quindi al finale dove tutti i conti tornano perfettamente e ogni scelta dei personaggi porta alle conseguenze naturali che ci si aspettano.

La voce off di Jennifer Vogel ci guida quindi con mano attraverso la sua infanzia, la sua adolescenza e infine la sua realizzazione da adulta, dove la figura del padre perde sempre più magia man mano che passano gli anni, ma che al tempo stesso diventa sempre più piccola e fragile, con le sue bugie grossolane (racconta più cose di John Vogel la scena in cui inventa una telefonata per rinunciare a una Jaguar che mille righe di dialogo) e i patetici tentativi con cui cerca di impressionare la figlia. Nonostante sia il tema portante del film (la figlia ritrova il padre in diverse fasi della vita), la ridondanza è evitata dal fascino di Sean Penn, dai dischi di Chopin, dalla speranza che abbiamo anche noi di vederlo crescere, cambiare, essere affidabile. Una collezione di scene madri di cui forse si poteva fare a meno, in un film che cerca sempre di puntare al massimo dell’emotività, delle urla, della disperazione, bruciando tutto ciò che tocca, un po’ come le attività imprenditoriali del giovane John, pur avvalendosi di perle come la colonna sonora con le voci di Cat Power e Eddie Vedder (che torna a collaborare con Penn dopo il successo di “Into the wild”).

Un viaggio interiore di una giovane donna alle prese con l’ombra, molto ingombrante, di un padre spesso assente fisicamente, ma ben presente nell’anima, un peso di cui sgravarsi per riuscire a volare con le proprie ali, m anche uno scoglio al quale aggrapparsi per cercare di sopravvivere. Una film su una famiglia, girato e interpretato da una famiglia (anche il secondogenito di John Vogel è interpretato da un altro figlio del regista), che conferma l’abilità e il talento di Sean e tenta di aprire la strada alla brava Dylan.

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