Recensione “Parigi, 13Arr.” (“Les Olympiades”, 2021)

Les Olympiades, area urbana da cui il titolo originale del film, è un quartiere di Parigi situato all’interno del 13° Arrondissement (come suggerisce il più ampio titolo internazionale) e costituito da una dozzina di torri disposte lungo un’enorme spianata. Non si tratta della tipica Parigi da banlieue violenta vista in film come “L’odio” o “I miserabili” e neanche della Ville Lumiere da cartolina apparsa ne “Il favoloso mondo di Amelie” o in “Midnight in Paris”, piuttosto di una zona sì periferica e assolutamente non turistica (di certo “non bella”), ma ben collegata con il centro, con l’università, con la vita parigina e abitata da tutto ciò che può esserci di autentico in una capitale europea.

Una volta, domandando ad un amico cosa fosse per lui Parigi, mi rispose che “Parigi sono tanti incontri”. Confermo: mai definizione fu più calzante per chi ha avuto modo di passare qualche mese nella città delle luci e il film sembra partire proprio da questo, dall’incontro tra Camille, insegnante trentenne e dongiovanni a tempo perso, ed Emilie, testarda francese di origini cinesi, in cerca di un coinquilino con cui condividere il suo appartamento. Se una volta, tanti anni fa, le persone si conoscevano prima di andare a letto insieme, Audiard si concentra in uno spaccato di periferia della società post-universitaria di oggi, tra Tinder, app di incontri e social network, dove le persone tendono a fare sesso ancor prima di conoscersi, condividendo la propria intimità con estranei che, solitamente, non rivedranno più. Le connessioni e le relazioni si costruiscono dunque su fondamenta, seppur sexy e accattivanti, tutt’altro che solide, pronte a collassare da un giorno all’altro. Da questo incontro ne nascono altri, fino a descrivere un arcipelago di persone sole che si urtano, un insieme di accordi che, pur funzionando da soli, solo quando sono insieme costituiscono una melodia: questa melodia, lo avrete capito, è il film di Audiard, scritto dallo stesso regista, da Léa Mysius e soprattutto da Céline Sciamma, regina nel trasformare in gioielli le storie più semplici (in questo caso adattando alcuni racconti tratti dalle graphic novel di Adrian Tomine).

In questa Parigi in bianco e nero, ubriaca d’amore, fluida, multirazziale, fatta di incontri e labili equilibri sociali, si inserisce così Nora, studentessa di legge costretta a lasciare la facoltà per via della sua somiglianza con la cam-girl Amber Sweet, con cui poco dopo entrerà in contatto. Nora conosce anche Camille, poi Emilie, in un balletto di conoscenze in cui si naviga a vista e in cui ognuno, sulla stessa barca, cerca di bilanciarsi per non cadere: basta un po’ di caos, una piccola scossa e ci si ritrova in acqua. Jacques Audiard, che già ci aveva incantato con “Il Profeta”, “Un sapore di ruggine e ossa”, “Deephan” o “I fratelli Sisters”, aggiunge un nuovo splendido capitolo ad una filmografia già ricca di perle, raccontando la quotidianità di ragazzi e ragazze in cerca di un posto nel loro mondo, di qualcuno da amare, non così giovani da poter vivere la vita in totale edonismo ma neanche così vecchi da doversi rassegnare alla routine dell’età adulta. Nel frattempo, mentre cercano di capire meglio se stessi, fanno sesso con qualcuno, perché c’è sempre un vuoto da dover riempire con qualcosa, seppur spesso si tratti di effimera serendipità. Se è vero, come diceva John Lennon, che la vita è ciò che ti accade mentre sei intento a fare altri piani, questo film è davvero pieno di vita come pochi altri.

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