Recensione “Moonage Daydream” (2022)


Questo meraviglioso documentario di Brett Morgen si potrebbe riassumere in sei semplicissime parole: “Quanto cazzo mi manca David Bowie”. Al di là della spinta nostalgica per uno dei musicisti più influenti di sempre, Moonage Daydream va oltre la semplice narrazione, è un’esperienza sensoriale che ispira, conquista e sconvolge lo spettatore. David Bowie è un artista a tutto tondo, capace di reinventarsi decine di volte, di lasciare la comfort zone ogniqualvolta ne intravedeva i confini: è per questo che non ha mai acquistato una casa, ma ha preferito girare il mondo, saltando dalla musica alla pittura, fino al cinema, costringendosi ad esempio a vivere la realtà di una Berlino divisa da un muro per cercare una nuova voce, nuove sonorità, un nuovo sé da dipingere su quell’enorme tela che era la sua personalità.

Il documentario attinge da un preziosissimo materiale d’archivio (le lacrime dei fan ai concerti, le canzoni, le interviste, le apparizioni tv e quant’altro) che aiuta a ricreare l’ascesa del mito Bowie, la sua androginia, il suo look eccentrico, la sua sessualità ambigua, un mix di forme, trucchi, costumi che ha insegnato a migliaia di adolescenti che it was ok to be weird (cioè: andava bene essere “strani”). Nonostante siano gli anni 70 il corpo principale del lavoro di Morgen, il film accenna anche alle fasi successive del Duca Bianco, al già citato periodo berlinese e quindi alle danze, i dipinti, le varie interpretazioni nel cinema, fino a dare una sbirciatina agli anni 90 e 2000. L’apertura, con la citazione di Bowie a proposito del più celebre postulato di Nietzsche (“Dio è morto”), ci prende subito alla bocca dello stomaco con una “Hallo Spaceboy” costruita su immagini che ci abbandonano alla fluidità del tempo e dello spazio fino al medley composto da “The Wild Eyed Boy From Freecloud”, “All The Young Dudes” e “Oh You Pretty Things” (tratto da un live del 3 luglio 1973 nel mitico Hammersmith Odeon). A questo punto sono passati 10 minuti dall’inizio del film e già ti sei dimenticato dove ti trovi, che giorno è e forse anche chi sei, perché tutto è stato assorbito dal carisma e dall’elettricità di Ziggy/Bowie e dalla sua musica.

Ciò che Morgen ha creato rende più umano l’alieno, più reale il mito, più tangibile lo spirito di un uomo che ha influenzato la cultura pop come pochi altri grandi artisti del suo tempo. Il merito di Bowie è di non esser rimasto ancorato ad una sola immagine di sé, ma si è trasformato, evoluto, aggiornando il suo io esteriore (e non solo) alla sua sensibilità, al periodo storico, alle sue necessità di raccontare e raccontarsi, di influenzare e a sua volta essere influenzato. Quando usciamo dalla sala, dopo 130 minuti, ci sentiamo totalmente pronti ad assaporare tutto, a imparare qualcosa di diverso, ad approcciare in maniera diversa la vita che ci circonda: se non è un miracolo questo, poco ci manca.

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