Recensione “American Fiction” (2023)

Il sorprendente film di Cord Jefferson, irresistibile satira tragicomica sulla desolante mercificazione della cultura afroamericana, si apre con il volto di Jeffrey Wright e la n-word scritta sulla lavagna di un’aula scolastica. Una studentessa (bianca) si lamenta di dover avere quella parola davanti tutto il tempo e il protagonista, il professore (nero), le dice: “Se l’ho superata io, puoi farcela anche tu”. Lo stacco successivo è sulla ragazza che esce dall’aula in lacrime. Sono passati circa 60 secondi e siamo già conquistati dal Thelonious “Monk” Ellison interpretato da Wright. Monk è un misantropo, troppo intellettuale per scendere a compromessi e devastato dal modo in cui la narrativa afroamericana “alta” sia rigettata dal pubblico bianco, che sembra capace di apprezzare solo se messo di fronte a storie crude, drammatiche, piene di cliché, ancor meglio se l’autore è un fuggitivo ricercato dall’FBI.

Allontanato dal suo liceo californiano dopo una serie di problemi con gli studenti, Monk si riaffaccia a Boston, dove è cresciuto e dove risiede la sua famiglia. Il fratello e la sorella, entrambi medici, stanno rimettendo insieme i pezzi dopo i rispettivi divorzi, il padre è morto da tempo e la madre non è più in grado di essere autosufficiente a causa di una malattia. Servono soldi per le cure, urgentemente. Una sera Monk, arcistufo nel vedersi rifiutato il suo ultimo romanzo e, soprattutto, di trovare storie zeppe di cliché nella classifica dei best seller, scrive quasi per gioco un nuovo libro, una storia di strada, di droga, di omicidi, dove i neri sono esattamente come i bianchi si aspettano che siano. Il capriccio di Monk, nato per scherzo, si trasforma in un caso nazionale e ora lo scrittore deve trovare un equilibrio tra l’ego, l’anonimato, il bisogno di denaro e il senso di colpa per aver contribuito all’involuzione della narrativa afroamericana contemporanea.

Il dramma familiare sembra uscito dalla penna di Alexander Payne ed è senza dubbio il motore emotivo di quest’ottima opera prima di Jefferson, che riesce a condire il suo film con una satira pungente seppur, a tratti, un po’ troppo calcata. Jeffrey Wright, grazie anche al supporto fondamentale di Erika Alexander e Sterling K. Brown, si carica la pellicola sulle spalle e se la porta appresso fino ai titoli di coda, nonostante un finale che manca decisamente di coraggio, preferendo andare sul sicuro invece di tentare una via magari più rischiosa, ma meno indulgente con il suo pubblico. Cord Jefferson tuttavia ha una scrittura sopraffina, un’ironia fuori dal comune e ottime idee: il passaggio dal piccolo al grande schermo lo ha portato a conquistare cinque nomination agli Oscar (tra cui Miglior Film) e questo successo, statene certi, non è stato casuale.

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3 risposte a “Recensione “American Fiction” (2023)”

  1. Avatar streamingcommunity.vc

    Essere innamorati è davvero romantico. Ma proporre il matrimonio? L’offerta può essere accettata. Sì, di solito accettano sempre. Allora addio a tutto il fascino. L’essenza del romanticismo è l’incertezza.

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  2. Avatar ilpareredelcineclub
    ilpareredelcineclub

    Una piccola chicca, anche se il finale non mi ha convinto del tutto.

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