
Fatto 400, facciamo 401. Dopo una Notte degli Oscar piuttosto mediocre in quanto a collezione di momenti memorabili (al di là della bellezza di vedere Sean Baker così felice), torniamo a occuparci di qualcosa di magari meno luccicante e sbrilluccicoso, ma decisamente più interessante: i film. Nelle prossime ore ci saranno tre anteprime stampa, quindi troverete nuove recensioni in men che non si dica. Per il momento, accontentatevi delle mie ultime visioni: la primavera, intanto, non tarda ad arrivare.
Arrivano i Russi, Arrivano i Russi (1966): Sulla scia de Il Dottor Stranamore, due anni dopo arriva un’altra commedia che utilizza la guerra fredda come pretesto per raccontare la follia degli esseri umani. Certo, questo di Norman Jewison sta al film di Kubrick come un ottimo vino della casa sta a un Brunello di Montalcino, ma è comunque molto divertente. Un sottomarino russo si incaglia nei pressi di un isolotto del Massachusetts: i soldati, guidati da un esilarante Alan Arkin, cercano aiuto in città per riuscire a recuperare l’imbarcazione ma ben presto, a causa di equivoci di vario genere oltre alla stupidità di gran parte dei residenti, si diffonderà il panico nei confronti del presunto “pericolo rosso”. 4 nomination agli Oscar, tra cui lo strepitoso Alan Arkin come miglior attore non protagonista. Ennesimo gioiellino della carriera, decisamente sottovalutata, di Jewison, inoltre la presenza di una star come Eva Marie Saint impreziosisce il livello del film. Da recuperare.
•••½
Sideways (2004): Ho parlato tante volte di questo film di Alexander Payne, presenza fissa ogni volta in cui aggiorno la Top 20 dei miei film della vita, a cui è legata una delle esperienze cinematografiche più divertenti di sempre, per quanto mi riguarda. Visto addirittura tre volte al cinema, è il classico film che conosco pressoché a memoria: Thomas Haden Church, sette giorni prima di sposarsi, parte insieme al migliore amico Paul Giamatti per un viaggio tra i vigneti della California, dove bere buon vino, mangiare, rilassarsi e… togliersi un ultimo sfizio prima del matrimonio. Payne, come ci si può aspettare sempre da un suo film, mescola perfettamente commedia e malinconia, raggiungendo un livello di cinema forse eguagliato solo dal meraviglioso Nebraska. Cinque nomination agli Oscar (tra cui miglior film) e una statuetta portata a casa per la sceneggiatura. Strepitoso.
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Marrowbone (2017): Già sceneggiatore del più che buono The Orphanage di Bayona, Sergio G. Sanchez dieci anni dopo tenta il salto dietro la macchina da presa, con risultati piuttosto deludenti. Anni 60: una donna, per fuggire da un passato doloroso a causa del marito, si rifugia dall’Inghilterra negli Stati Uniti rurali insieme ai quattro figli, cambiando cognome e costruendosi una nuova vita. Il passato però, ovviamente, tornerà a tormentare la famiglia, oltre a una sinistra presenza che aleggia nella villa. Il plot twist è carino ma non particolarmente originale, il sentore di deja vu è costante e piuttosto fastidioso, quasi come gran parte del cast (George MacKay, visto recentemente in The Beast, Anya Taylor-Joy, Charlie Heaton, che sarebbe Jonathan di Stranger Things, oltre a Mia Goth). Il problema è che il film ha ambizioni da horror psicologico, ma non fa mai paura. Quel che peggio, non ti permette di interessarti particolarmente al destino dei personaggi, che sembrano tutti piuttosto disagiati (pur avendo ottimi motivi per esserlo). Se volete dargli una chance, lo trovate su Prime Video.
••½
Io Sono Ancora Qui (2024): Fresco vincitore dell’Oscar per il Miglior Film Internazionale, l’ultimo lavoro del grande Walter Salles entra di diritto nella rosa dei più importanti e splendidi film brasiliani della storia. Siamo a Rio, durante gli anni della dittatura. Un ingegnere, padre di cinque figli e adorabile marito, supporta clandestinamente gli oppositori del regime finché un giorno non viene arrestato. Toccherà a sua moglie, la straordinaria Fernanda Torres, caricarsi sulle spalle famiglia e battaglie, per racimolare notizie sul marito e trovare il modo di riportarlo a casa, se ancora vivo. Splendido nel modo in cui divide perfettamente la leggerezza del primo atto con la brutale sofferenza del secondo, Salles racconta una storia che meritava di tornare sotto l’attenzione del grande pubblico, per farci ricordare ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, una cosa che dovremmo tenere sempre bene a mente: i fascisti sono solo merda. Gran film.
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Bersaglio di Notte (1975): Quando muore un attore del calibro di Gene Hackman, è inevitabile ritrovarsi a ravanare nella sua filmografia. Quando mi è balzato agli occhi questo neo-noir firmato da Arthur Penn (più che balzato agli occhi mi è stato citato da un fine collega cinefilo), ho pensato che fosse il caso di recuperarlo. Un detective privato, Hackman appunto, indaga sulla scomparsa di una ragazza minorenne, una giovanissima Melanie Griffith. Nel frattempo scopre che sua moglie ha una relazione clandestina. Il nostro cerca di barcamenarsi tra i disastri della propria vita e quelli delle vite altrui, in un vortice di amarezze e disillusioni dal quale sarà difficile tirarsi fuori. Le atmosfere vorrebbero ricordare lo straordinario Il Lungo Addio di Altman, ma al di là della bellissima estetica anni 70, delle luci di Los Angeles di notte, dei baffoni di Gene Hackman e di battute fulminanti come “vedere un film di Rohmer è come vedere la pittura che si asciuga”, non c’è moltissimo altro. Più interessante che bello.
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Conan il Barbaro (1982): Quando cominciano gli anni 80, il regista John Milius aveva presentato da un paio d’anni il suo film più bello, Un Mercoledì da Leoni, e contribuito alla sceneggiatura di uno dei più grandi film del decennio precedente, Apocalypse Now. Il suo nome era dunque una garanzia per questo nuovo progetto, ispirato a un personaggio di racconti fantasy, Conan, guerriero in cerca di vendetta. Il film ai tempi ebbe un clamoroso successo commerciale, quando eravamo bambini lo passavano in tv ogni momento e difatti non lo vedevo da allora: ne conservavo un ricordo epico legato all’infanzia, ma è inevitabile accorgersi oggi come sia recitato male e invecchiato ancora peggio, pur conservando intatto il fascino del film d’avventura anni 80. Lo si guarda con tenerezza e, da questo punto di vista, funziona sicuramente. Splendide le ambientazioni, ce ne sono tantissime e tutte molto suggestive (gran parte degli esterni del film è stata girata in Spagna). Su Schwarzenegger non c’è molto da dire, l’accento austriaco del suo personaggio è quasi esilarante, ma è grazie a questo ruolo che è nata la sua leggenda.
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