
Ieri notte è successo qualcosa di molto importante per il futuro del cinema: un film con un budget di appena 6 milioni di dollari ha letteralmente trionfato durante la Notte degli Oscar, portandosi a casa la statuetta come miglior film, miglior regia, migliore attrice protagonista, miglior montaggio e miglior sceneggiatura. Tutto questo accade neanche dieci mesi dopo aver vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes, tra l’altro.
Da queste parti ci innamoravamo del cinema di Sean Baker una decina d’anni fa, agli albori delle piattaforme streaming, quando si cercavano online film che in Italia non sarebbero mai usciti in sala. Tangerine fu un colpo di fulmine: girato con un I-Phone e un’app da pochi dollari, Sean Baker ha dimostrato che per fare ottimo cinema non servono tantissimi soldi, semplicemente belle idee. Con il film successivo poi, Baker ha fatto breccia nel mio cuore ed è diventato in fretta uno dei miei cineasti preferiti della sua generazione. Andiamo a conoscere meglio la sua filmografia che, ora che il nome del regista è sulla bocca di tutti, merita di essere approfondita.
Four Letter Words (2000): Lungometraggio d’esordio, mai distribuito, pressoché introvabile. La storia è incentrata su un gruppo di giovani senza meta, un po’ come in Slacker, l’esordio di Richard Linklater.
Take Out (2004): Un immigrato cinese, clandestino, lavora come fattorino e ha un giorno di tempo per saldare il debito con i suoi trafficanti. Il film restò senza distribuzione per quattro anni, quando trovò una limitata uscita nelle sale statunitensi. Altro film introvabile.
Prince of Broadway (2008): Un intrallazzatore newyorkese, che vive di contraffazioni e piccoli sotterfugi, scopre di avere un figlio. Il film viene presentato al Los Angeles Film Festival e ottiene una distribuzione limitata in sala. Baker, come già fatto in passato si occupa di regia, sceneggiatura, montaggio, produzione e anche direzione della fotografia, cominciando a farsi un nome come autore completo.

Starlet (2012): Per la prima volta Sean Baker lavora con attori professionisti, dipingendo un meraviglioso ritratto di vite di periferia, tra sobborghi non solo geografici, ma dell’anima, incentrato su un’irresistibile coppia di outsider. La splendida Dree Hemingway (figlia della giovane Tracy di Manhattan e bis-nipote di Ernest) è una pornostar agli esordi che, per arredare un po’ meglio la stanza in cui vive, va a comprare alcuni oggetti di seconda mano. Da un’anziana vedova acquista un thermos, che vuole utilizzare come vaso, al cui interno però trova circa 10mila dollari. Dopo un vano tentativo di restituire i soldi, la ragazza stringe una sincera amicizia con l’anziana, una strana coppia che però esplode di umanità, che ci accompagna mano nella mano fino alle emozioni finali. Bellissimo.
Tangerine (2015): Interamente girato con alcuni IPhone, una steadycam e un’app da 8 dollari, è stato presentato al Sundance, dove fu applauditissimo. Girata in tempo reale, la pellicola di Sean Baker, prodotta tra gli altri dai due fratelli Duplass, riprende in modo più che pittoresco una serie di personaggi tipici della scena losangelina, nella quale si muove la prostituta transessuale Sin-Dee: la donna, dopo aver sentito che il suo ragazzo/protettore l’ha tradita con un’altra ragazza, si lancia in un’odissea tra le strade e i bassifondi di Los Angeles, per scoprire se queste voci hanno un fondamento. Il Natale di Los Angeles è caldo, pazzo, smanicato e colorato, così come i personaggi che lo vivono. Quello di Sin-Dee è un viaggio tra lunghe camminate, autobus, metropolitane, spinto dalla gelosia, da una forma piuttosto originale di amore, al tempo stesso segnato da solidarietà e amicizia. Stupendo.

Un Sogno Chiamato Florida (2017): Il capolavoro di Sean Baker, secondo me. Bastano cinque minuti per innamorarsi di questo film: i colori lillà degli edifici, i toni caldi della Florida, dei bambini che giocano. Dopo aver raccontato l’assolato Natale losangelino, Baker cambia costa e si trasferisce in Florida, nella paradisiaca Orlando, dove però a due passi da alberghi di lusso e la Disneyland dei turisti c’è una realtà squallida e complicata, all’interno della quale crescono i bambini protagonisti del film, in una sorta di Gli Anni in Tasca in versione suburbana. Baker racconta la vita in un motel di periferia senza troppi pietismi o sentimentalismi, riempiendo anzi il racconto con una forte componente di allegria, di gioco perenne, in cui il punto di vista è quasi costantemente dalla parte di questi indomabili bambini di sei anni, capaci di rendere avventuroso anche il lato più squallido della loro quotidianità. Non posso scriverne qui per non rovinarvi la visione, ma il finale di questo film è una delle cose più belle che abbia visto negli ultimi anni: Truffaut lo avrebbe decisamente amato. Imperdibile.
Red Rocket (2022): Un famoso ex attore porno, ora squattrinato, torna nel paesino del Texas dove è cresciuto e dove nessuno lo vuole rivedere per chiedere ospitalità alla ex moglie e cercare di ricominciare, nonostante il suo passato e il suo ego siano piuttosto ingombranti. Se la storia è comunque intrigante, la grandezza del film è in un protagonista sopra le righe e assolutamente geniale, Simon Rex, fino a ieri celebre per mediocri parodie (tra cui buona parte della saga di Scary Movie) e B-movies. Rex sfodera un’interpretazione pazzesca, la macchina da presa lo pedina in ogni scena e si appoggia letteralmente sulla sua verve, sulle sue capacità istrioniche, sui suoi ammiccamenti e il suo entusiasmo. Il suo Mikey alla fine è un personaggio sempre positivo, sempre preso a bene nonostante le circostanze (e nonostante sia fondamentalmente un bastardo). Il film non è ai livelli del precedente capolavoro di Sean Baker, ma parliamo comunque di un ottimo prodotto, originale, reso ancor più interessante dalle atmosfere fangose del Texas più infimo e dalla freschezza della Lolita di turno, Suzanna Son. Al di là di tutto l’ormai cinquantenne Baker si conferma uno dei registi più interessanti della sua generazione, insieme a Baumbach e pochi altri.
Anora (2024): Il film della consacrazione. Anora, o Ani, come preferisce farsi chiamare, lavora come stripper a New York. Vanya invece è il rampollo di una famiglia di milionari russi, all’ennesima vacanza nella Grande Mela. I due si conoscono allo strip club e approfondiscono l’intesa durante una lap dance, quando il ragazzo chiede alla ballerina di poterla vedere anche fuori dagli orari di lavoro. Quando però la famiglia del giovane lo viene a sapere, il rapporto tra i due sarà messo a dura prova. Sembra l’incipit della più classica delle commedie romantiche, se non fosse che c’è di mezzo Sean Baker: in Anora non c’è niente di prevedibile, se non la meravigliosa dignità della sua protagonista Mikey Madison, nel ruolo che vale una carriera. Baker non giudica, non punta il dito, riesce però a farci ridere per gran parte del suo film e, al tempo stesso, emozionare con i sogni infranti di una working class al quale è severamente proibito godere di un riscatto, una rivalsa sociale o quel che sia. Non è un caso se il film decolla davvero nel momento in cui entrano in gioco gli scagnozzi armeni del padre di Vanya, che puzzano di strada e dei marciapiedi di Brighton e Coney Island quasi quanto Ani, regalandoci forse il miglior secondo atto visto al cinema lo scorso anno, senza dubbio il più divertente. Un film trascinante, che maschera il dramma sociale sotto le spoglie di una farsa, segnando quest’anno di cinema grazie a un’indimenticabile protagonista: Sean Baker insiste a non voler sbagliare mai un film.


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