
Oggi è uno di quei classici mattini di pallida primavera, ancora legati al gelo dell’inverno, per usare le parole del caro Vermilinguo in quel filmone che è Le Due Torri. Marzo, nonostante le discutibili condizioni meteo che ci sta regalando, si è comunque rivelato un mese molto proficuo dal punto di vista cinematografico, essendomi imbattuto in diverse opere straordinarie, oltre a nuove proiezioni in anteprima: su queste pagine trovate già la recensione completa del bellissimo Il Caso 137, che uscirà in sala a metà aprile, mentre la prossima settimana arriveranno quelle di The Drama (che ho già visto, ma di cui troverete la recensione lunedì a mezzogiorno) e Un Anno di Scuola, che mi incuriosisce molto e vedrò proprio lunedì prossimo. Ora però torniamo a guardarci indietro, con gli altri film visti nell’ultima settimana.
Dersu Uzala (1975): Nel gennaio 2019, davanti a una birra e a un gruppo di affiatati compagni di fotografia, parlavo della mia intenzione di cominciare un progetto fotografico basato sulla scelta del proprio film preferito. Uno dei presenti mi disse che avrebbe scelto questo film russo di Kurosawa che però, ai tempi, non avevo mai sentito. Da allora questo titolo ronza nella mia testa, ma non l’avevo ancora visto, avevo bisogno dei miei tempi, probabilmente (e anche di scovarlo, cosa non proprio immediata). Ispirato a una storia vera, il film racconta due spedizioni di un capitano dell’esercito sovietico nella taiga siberiana, dove incontra una guida locale, un cacciatore di nome Dersu, con cui stringe una meravigliosa amicizia. Dersu è una di quelle persone che vorresti conoscere nella vita vera, sempre prodigo di idee, intuizioni, consigli, gentilezze e soprattutto empatia. Dall’incontro tra due mondi molto diversi, ma entrambi rispettosi, nasce un’avventura tra uomo e natura, in cui Kurosawa appare quasi irriconoscibile: le grandi battaglie tra samurai dei suoi film più celebri non ci sono più, soppiantate da contemplazione per una natura destinata a esser sostituita dal progresso e malinconia per un modo di stare al mondo, quello di Dersu, che viaggia verso l’estinzione. Se non è un capolavoro, poco ci manca (d’altronde dal regista giapponese non è che ci si possa aspettare qualcosa di meno).
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Father Mother Sister Brother (2025): Ho inseguito per mesi questo film di Jim Jarmusch, vincitore del Leone d’Oro all’ultimo festival di Venezia. A dicembre, quando è uscito al cinema, mi sono beccato la febbre, poi sono arrivate le vacanze di Natale e, tra nipoti e pandori, l’ho perso. Finalmente sono riuscito a vederlo e, con mia enorme sorpresa, sono rimasto un po’ deluso. La storia è costruita su tre episodi distinti in cui Jarmusch mette in scena tre famiglie lontane e disfunzionali, che hanno in comune bizzarri brindisi con un tè (o caffè), un indumento rosso, un rolex forse falso, conversazioni a proposito dell’acqua e uno strambo modo di dire che ha a che fare con uno zio. Gli interpreti sono tutti eccezionali, da Adam Driver a Tom Waits, da Cate Blanchett a Charlotte Rampling, fino a Vicky Krieps, non è questo il punto. Il film è un piacevole esercizio di stile, ma non va davvero mai oltre il compito ben confezionato. Sapete inoltre che non amo i film a episodi, li trovo davvero problematici e talvolta fastidiosi (almeno per il mio modo di vedere il cinema), e anche questo è stato motivo di frustrazione. Sapere che poi Jarmusch, a cui voglio un bene immenso, ha soffiato il Leone d’Oro a quel film enorme che è La Voce di Hind Rajab, mi fa capire perfettamente la rabbia espressa da tanti addetti ai lavori dopo la premiazione. Sufficienza di stima.
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Odio L’Estate (2020): Non so dove, non so quando, avevo sentito parlare di questo film come della rinascita di Aldo, Giovanni e Giacomo, un trio che porterò sempre nel cuore per le mille risate che mi ha fatto fare negli anni 90 (e i primi anni 2000). Chi ha parlato di rinascita, forse intendeva altro, perché questo film, uscito in sala poco prima della pandemia, ha davvero poco da salvare. La settimana di Ferragosto, tre famiglie milanesi in trasferta pugliese, si ritrovano per errore ad affittare la stessa casa per le vacanze. Fin qui la premessa sarebbe ottima, il problema è che, di tutti i conflitti che potrebbero nascere da questo incipit, la storia ci offre giusto un assaggio, riservando gli scontri principalmente a questioni interne a ogni famiglia, senza intaccare più di tanto il rapporto che sta per nascere tra i tre futuri amici. Certo, c’è tanta tenerezza nel ritrovare alcune dinamiche, autocitazioni (la partita a pallone sulla spiaggia di Tre Uomini e una Gamba, di nuovo accompagnata da Che Coss’é l’Amor di Vinicio Capossela, oppure Aldo che esclama il suo iconico “Non ci posso credereee”, che gli amanti di Mai dire Gol ricorderanno bene), oltre ai volti di tre persone che hanno accompagnato la nostra adolescenza. Onestamente però, effetto nostalgia a parte, non c’è davvero molto altro.
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A Prova di Errore (1964): Che Sidney Lumet non abbia mai sbagliato un colpo, è cosa risaputa. Che si sia ritrovato tra le mani un soggetto praticamente identico a quello di Il Dottor Stranamore di Kubrick, uscito in contemporanea, me lo sarei aspettato decisamente meno. Ovviamente qui non c’è ombra di satira, solo un dramma agghiacciante, che ti tiene incollato allo schermo. La premessa è tanto semplice quanto terrificante, l’avrete già capito: per un guasto nei sistemi di difesa, un gruppo di bombardieri statunitensi riceve l’ordine di sganciare l’atomica su Mosca. Il problema è che, una volta partito il protocollo, fermarli è pressoché impossibile. Da lì in poi il film si chiude in stanze, bottoni, telefoni, sale di comando, con alcuni uomini, il POTUS Henry Fonda in testa, che cercano disperatamente di evitare l’irreparabile. Forse penalizzato dalla grandezza del capolavoro di Kubrick, questo filmone di Lumet è passato un po’ in sordina, ma resta un’opera così intensa e angosciosa da raccontare perfettamente la paranoia nucleare con cui si doveva convivere all’epoca. Una scena in particolare resta negli occhi: il countdown con i fotogrammi della città che si alternano dopo ogni secondo, in cui vediamo la vita quotidiana andare avanti normalmente, ignara di ciò che potrebbe succedere. L’anno scorso Kathryn Bigelow ha realizzato qualcosa di molto simile, A House of Dynamite, figlio naturale di Kubrick e di Lumet (con le dovute proporzioni). Bellissimo.
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Robin Hood (1973): Uno dei miei comfort movie per eccellenza, oltre a essere il mio classico Disney preferito (l’unico che rivedo con una certa costanza, gli altri ormai li ho abbandonati da decenni, anche se ad alcuni sono molto legato). Non è un film oggettivamente perfetto, né per trama, né per costruzione, né per quello che volete, ma è pressoché perfetto per me: quando ero piccolo quella volpe, insieme ai suoi irresistibili compagni, è stata la prima a insegnarmi i valori dell’antifascismo e un certo prurito nei confronti di chi detiene il potere. Il mio forte senso di giustizia contro abusi e soprusi nasce esattamente il giorno in cui mi trovai davanti a questi 83 minuti di animazione. E poi, ditemi, in quale altro film trovate un gallo con la voce simile a Fabrizio De André (o Johnny Cash, se lo vedete in originale), che canta un clamoroso pezzo folk come Non a Nottingham / Not in Nottingham (in italiano è spesso chiamato anche Ogni Città)? Mi domando se i bambini di oggi riescano a seguire un’animazione così diversa da quella a cui sono abituati e se quindi possano vederlo e amarlo anche loro, o se si tratta invece di un film che, da questo punto di vista, non è riuscito a superare la prova del tempo. Se avete bambini piccoli e avete provato a mostrarglielo, fatemi sapere, sono curioso.
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